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Trump e il Russiagate

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1 Agosto Ago 2017 1212 01 agosto 2017

Trump, la guerra nel team del presidente

Teste che cadono, sgambetti, malumori. Cerchio magico, bannoniani e filo-repubblicani sono ai ferri corti. E il tycoon, ansioso di emanciparsi dal controllo Gop, rischia di finire azzoppato.

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In confronto Game of Thrones è La casa nella prateria. Nell’ala ovest della Casa Bianca, quartier generale del potere esecutivo della prima potenza dell’Occidente, si sta consumando una lotta tra fazioni che un giorno sarà materiale per sceneggiatori di qualche serie televisiva. L’allargarsi dello scandalo Russiagate e il clamoroso fallimento del tentativo di cancellare l’Obamacare hanno esasperato il clima.

LA GIOSTRA DELLE NOMINE. Gli ultimi giorni sono stati un alternarsi di colpi di scena. Il 20 luglio il responsabile dei rapporti con la Stampa Sean Spicer, ormai caduto in disgrazia, ha deciso di lasciare. Al suo posto è subentrato un ex hedge fund manager di Wall Street, Anthony Scaramucci. Il 27 luglio a gettare la spugna è stato il capo di gabinetto del Presidente, Reince Priebus, un esponente repubblicano che era visto come uomo di raccordo tra Gop e Casa Bianca e una garanzia che Donald Trump mantenesse una linea di condotta in armonia con quella del partito. Lunedì 31 luglio, Trump ha twittato, di mattina presto come sua abitudine, «non c’è caos alla Casa Bianca», ma prima della fine della giornata Scaramucci ha abbandonato il suo incarico dopo 10 disastrosi giorni come responsabile della comunicazione. Dietro le quinte c’è una lotta tra un Presidente ormai sempre più fuori dagli schemi e dalle regole e l’establishment conservatore. Ma come si è giunti a questo punto? Cadranno altre teste?

Tutte le fazioni della Casa Bianca

Il Presidente Usa con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner.

Sin dall’inizio del mandato presidenziale è sembrato chiaro come l’amministrazione fosse divisa in correnti. Trump si è circondato di un suo cerchio magico di fedelissimi, primi fra tutti sua figlia Ivanka e il marito Jared Kushner, designato come senior advisor. Di questo ristretto gruppo di fedelissimi fa parte anche Kellyanne Conway, già responsabile della campagna presidenziale e oggi consigliere privilegiato nonché portavoce non ufficiale e presenza fissa di molti dibattiti televisivi.

BANNON & CO. Tra i pretoriani del Commander in Chief c’è inoltre la fazione degli strateghi politici guidati da Steve Bannon, giornalista e opinionista ultra-conservatore, in passato animatore del sito di destra Breitbart.com, visto da molti come l’anima nera dell’amministrazione. Bannon è la voce della battaglia contro il sistema, fautore di una radicale riforma dello Stato e promotore di un’aggressiva politica estera nazionalista; è affiancato da altri consulenti fidati come Stephen Miller e Sebastian Gorka.

I WALL STREET BOYS. La corrente di Wall Street e degli interessi finanziari all’interno dell’amministrazione è rappresentata da due ex banchieri di Goldman Sachs: Steven Munchin, segretario al Tesoro, e Gary D. Cohn, principale advisor economico del Presidente.

LA CORRENTE GOP. Il quadro si completa con la corrente dei repubblicani, quella che negli ultimi clamorosi sviluppi è stata vittima di una vera e propria epurazione, i suoi leader erano proprio Reince Priebus e il Press Secretary Sean Spider, rimangono ora Dina Powell, vice consigliere capo alla Sicurezza Nazionale, e John DeStefano assistente e direttore del personale della Casa Bianca.

Le alleanze di convenienza e il Russiagate

Queste fazioni hanno vissuto su alleanze precarie fin dai primi giorni dopo il giuramento del nuovo Presidente. Steve Bannon è subito entrato in guerra con Jared Kushner, pare stringendo un’alleanza di convenienza con Priebus anche se tra i due non c’è mai stata simpatia. Bannon ha incolpato Kushner per la sua repentina esclusione dal Consiglio per la Sicurezza nazionale e ha convinto Trump, contro le pressioni del genero, a far uscire gli Usa dall’accordo di Parigi sul clima. Secondo i media americani Bannon ha inoltre fatto filtrare alla stampa una serie di informazioni circa il coinvolgimento del marito di Ivanka nello scandalo Russiagate.

SONDAGGI IN PICCHIATA. Proprio l’allargarsi dello scandalo, il difficile percorso parlamentare dell’abolizione della Obamacare e i sondaggi che danno la popolarità del Presidente in picchiata hanno rimescolato le carte. Il cerchio magico del Presidente è stato chiamato in causa quando Jared Kushner ha dovuto testimoniare a porte chiuse davanti alle commissioni intelligence di Camera e Senato sui suoi incontri con esponenti del governo russo. Nel duello Kushner-Bannon però, per ora, le vittime sono state altre.

Teste tagliate e il flop di Scaramucci

Anthony Scaramucci.

ANSA

Il primo a cadere è stato Sean Spicer, responsabile dei rapporti con la stampa della Casa Bianca. Così colorito da guadagnarsi dopo pochi giorni di lavoro l’onore di un’imitazione nel programma satirico Saturday Night Live, Spicer è apparso sempre in difficoltà nel comunicare le azioni di un Presidente che anticipa le sue opinioni e strategie su Twitter senza informare il suo staff. Spicer è stato anche accusato di non essere stato all’altezza di controllare i tanti, troppi, leak riguardanti l’amministrazione. Al suo posto, con la qualifica di Communication Director, è stato reclutato l’altrettanto colorito Anthony Scaramucci. Nominato lo scorso 21 luglio si è dimesso il 31 luglio. In pochi giorni è riuscito a inanellare una serie spettacolare di esternazioni e gaffe.

IL PARVENU DELLA FINANZA. Scaramucci, uomo di Wall Street ex titolare di una società di investimento chiamata SkyBridge Capital, sembra un incrocio tra il Joe Pesci del film Goodfellas e il mago Silvan. Eleganza da ricco parvenu della finanza, capelli curatissimi, modi di fare degni di un italo-americano uscito dai Sopranos. Lo scorso 27 luglio, fresco di nomina, ha chiamato al telefono un reporter del New Yorker, Ryan Lizza, e, senza richiedere che la conversazione fosse tenuta riservata, si è lasciato andare a una serie di esternazioni senza freni sul personale della Casa Bianca.

MONOLOGO DEGNO DI UN GANSTER MOVIE. Lizza ha trascritto fedelmente le parole di Scaramucci che era indispettito perché sulla stampa era stata diffusa la notizia di una cena riservata a cui aveva partecipato con il Presidente Trump, la First Lady, il giornalista Sean Hannity e un ex dirigente di Fox News, Bill Shine. Scaramucci ha minacciato di licenziare per la fuga di notizie l’intero staff della comunicazione, poi ha definito il capo di gabinetto Priebus «un fottuto paranoide, uno schizofrenico, un paranoico» accusandolo di avere passato alla stampa documenti riservati. Se l’è presa poi con Bannon usando un’espressione che i media americani hanno avuto difficoltà a riprendere. «Io non sono Steve Bannon», ha detto testualmente il nuovo responsabile della comunicazione, «non cerco di succhiarmi da solo il mio cazzo! Non sono qui per costruirmi il mio brand sulle fottute spalle del Presidente. Sono qui per servire il Paese!». Questo monologo, che sembra la scena madre di un gangster movie, ha avuto come effetto le quasi immediate dimissioni di Rience Priebus. Ma alla fine ha costretto lo stesso Scaramucci alle dimissioni. Il quadro è anche più rutilante se si pensa che a poche ora dalla sua nomina, era trapelato che sua moglie aveva chiesto il divorzio qualche giorno prima perché lo riteneva troppo ossessionato dalla voglia di sfondare in politica e di servireTrump, tanto da non assisterla nel parto del loro figlio.

Ministri fuori dal coro: da Sessions a McMaster

H.R. McMaster e Donald Trump.

Ma la situazione, come in ogni trama che si rispetti, è più complessa di quello che sembra. Trump ha problemi anche con la squadra di governo. Ha pubblicamente tolto la fiducia al ministro della Giustizia Jeff Sessions, reo di essersi ricusato dall’inchiesta Russiagate e quindi di averla messa in mani non controllabili dall’esecutivo. Il Segretario di Stato Rex Tillerson ha più volte manifestato il suo disagio. Già lo scorso marzo aveva confidato a un giornalista: «Io non volevo questo lavoro». Secondo la Cnn, di fronte a un rapporto non facile con Trump, sarebbe tentato di dare le dimissioni.

MCMASTER IN BILICO. Sempre più difficile anche il ruolo di H.R. McMaster, Consigliere alla Sicurezza Nazionale, un generale che da quando è in carica è sempre stato visto come una spina nel fianco dall’amministrazione. La sua relazione con Bannon è sempre più conflittuale e si è aggiunto anche un profondo disaccordo con il ministero della Difesa James Mattis. Lo scorso 27 luglio McMaster ha deciso la rimozione dal Consiglio per la Sicurezza nazionale dell’ex- generale Derek Harvey responsabile per il Medio-Oriente, gradito a Trump, ma a lui inviso per le posizioni troppo da falco.

L'«anatra zoppa» e la vendetta repubblicana

Jeff Sessions.

Il vero duello che potrebbe consumarsi nelle prossime settimane come nelle prossime ore è quello tra Presidente e Partito Repubblicano. Trump è stato accettato dal Gop come un male inevitabile, non è mai stato un militante del partito, ha sbaragliato le primarie e si è conquistato la nomination e la poltrona dello Studio Ovale a dispetto della nomenklatura. Nonostante i repubblicani detengano una solida maggioranza alla Camera e al Senato non sono riusciti ad abolire la legge sanitaria voluta da Obama, come avevano promesso in campagna elettorale. Un fallimento che umilia in particolare il Presidente.

IL PUGNO DURO DI KELLY. L’allontanamento di Priebus e Spicer indica che il nuovo corso della Casa Bianca sarà sempre più indipendente dalle indicazioni del partito. Il nuovo Capo di gabinetto, John Kelly, è un ex generale dei Marine che nell’amministrazione Trump ha gestito fino alla nuova nomina il ruolo di responsabile della Homeland Security. Non ha legami politici con il Gop ed è visto più come un uomo d’ordine che un tessitore di accordi politici. Ha già fatto sentire il suo peso e chiesto e ottenuto le dimissioni di Scaramucci dopo le sue folli esternazioni alla stampa. Non solo: ha ordinato che tutte le figure dell’amministrazione d’ora in poi facciano riferimento direttamente a lui.

DONALD LAME-DUCK. Si è comunque aperta una spaccatura e i media americani parlano già di un «Lame-Duck President», un’anatra zoppa, espressione usata per indicare gli inquilini della Casa Bianca alla fine del loro mandato. Trump è in carica da soli sei mesi. Il futuro dell’ Attorney General Jeff Session può inoltre aprire un altro fronte. L’ex senatore dell’Alabama, nonostante l’insoddisfazione di Trump, non avrebbe intenzione di abbandonare, avendo dietro di sé l’appoggio dei repubblicani. Il Presidente potrebbe cacciarlo, ma in quel caso, così come ha detto l’influente senatore conservatore Lyndsey Graham «scateneremo l’inferno». Un commento degno più del mitico sceriffo Wyatt Earp che di un senatore che si rivolge al suo Presidente. Più che la Casa Bianca ormai sembra l’O.K. Corral.

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