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DIPLOMATICAMENTE 2 Agosto Ago 2017 0900 02 agosto 2017

L'improvvido strappo delle Ong non aiuterà la Libia

Sullo scenario politico-diplomatico s'intravede qualche spiraglio. Che Salamé, nuovo inviato speciale dell'Onu, dovrà cercare di sfruttare. Di certo, la frattura sul codice di condotta non è una buona notizia.

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In questa prima settimana di agosto l’agenda libica continua a tenere banco: in Italia, naturalmente, dove non si sono affatto spente le polemiche sullo sgarbo che il presidente francese Emmanuel Macron ha riservato al nostro Paese lasciandolo fuori dal “vertice” di Parigi tra Fayez al Serraj e Khalifa Haftar, un errore anche secondo l’autorevole quotidiano Le Monde. In Italia si discute ancora se tale gesto sia stato solo il frutto del protagonismo arrogante del nuovo inquilino dell’Eliseo e/o non anche della debole linea di condotta del governo e ci si divide sulla vera portata di quel vertice – un’umiliazione dell’Italia secondo alcuni, una pagliacciata internazionale secondo altri – e, di conseguenza sull’operato del governo, inadeguato per gli uni, concretamente misurato per gli altri. Tutti peraltro concordi sul gigantesco carico di interessi che ci legano alla Libia per storia, economia e sicurezza, sui quali fa decisamente premio al momento nell’immaginario collettivo la problematicità del gigantesco afflusso migratorio, la mancanza di solidarietà europea e, da ultimo, l’improbabile risposta della maggioranza delle Ong al codice di condotta predisposto dal governo.

L'IMPORTANZA DI UNA MEDIAZIONE. Tornerò su questi aspetti, ma intanto mi preme sottolineare come l’iniziativa di Macron continui ad essere anche al centro delle valutazioni dei tanti Paesi, di stazza regionale e internazionale che, per le più diverse ragioni, cercano di influire sulla dinamica libica: tutti, a parole, per creare le condizioni necessarie per sciogliere i nodi che si oppongono all’avvio di un processo di stabilizzazione del Paese, anche se poi tali condizioni vengono ricondotte vuoi alla liberazione del Paese dalle forze dell’estremismo/terrorismo (Cairo, Dubai tra gli altri), vuoi alla posizione di Serraj non legittimata dal voto di fiducia del parlamento di Tobruk (Mosca), vuoi a interessi e ambizioni meno pubblicamente difendibili (Parigi e Londra che pure sostengo ufficialmente Serraj). Tutti, conseguentemente schierati, di fatto, a sostegno di uno dei due principali antagonisti libici, ma tutti o quasi avvertiti del fatto che il superamento dell’attuale caos libico non possa che passare da una mediazione più o meno trasparente, più o meno strumentale, tra i contendenti e le forze militari che vi fanno riferimento.

Tutti, o quasi, sono consci del fatto che Parigi ha rappresentato l’ultimo passaggio in tale direzione, sulla scia del lungo processo che ha visto di volta in volta il protagonismo del Cairo, di Mosca e infine di Dubai, dove è stato abbozzato per la prima volta il tema delle elezioni nel 2018 e del cessate il fuoco fra le parti per farlo convergere solo sulle milizie del terrorismo. Passaggio che pur con tutti i suoi limiti - tra i quali il fatto che la famosa Dichiarazione di Parigi non è stata sottoscritta dai due protagonisti - ha gettato comunque una nuova luce sullo scenario politico-diplomatico in cui si colloca la Libia. In questo scenario si colloca, proprio in questa prima settimana di agosto, l’inizio della missione di Ghassan Salamé, il nuovo inviato speciale Onu per la Libia.

L'ATTIVISMO DEL NUOVO INVIATO SPECIALE. Ghassan Salamé è un libanese di chiara fama e competenza. Lo abbiamo visto accanto a Macron che lo ha voluto a Parigi per dare alla sua iniziativa il marchio benedicente dell’Onu e dunque, simbolicamente, dell’intera comunità internazionale. Succede a Martin Kobler di cui nessuno avvertirà la mancanza, come è stato, per ragioni diverse, per Bernardino Leon il suo predecessore. E insieme a António Guterres, il nuovo Segretario generale, è chiamato a una missione difficile, vaso di coccio tra tanti vasi di ferro. Ma ha voluto da subito sfidare i protagonisti libici affermando che «nulla si potrà ottenere se i leader libici preferiranno restare nel vizioso circolo politico attuale, mentre troveranno una mente energetica e creativa al loro servizio se decideranno di uscirne». E da subito, prima di arrivare a Tripoli, ha incontrato, a New York, i rappresentanti dell’Unione europea, dell’Unione africana, di Algeria, Tunisia ed Egitto, nonché dei membri del Consiglio di sicurezza (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, e Stati Uniti).

LA FRAGILE BASE DEL DOCUMENTO DI PARIGI. Salamè partirà sulla fragile base del Documento di Parigi, ben consapevole dei profili di forza e di debolezza relativa dei due protagonisti principali, del garbuglio delle forze militari, tribali, localistiche che si stanno confrontando all’interno del Paese e al loro incrocio con gli interessi che muovono i partner regionali e internazionali che vi gravitano: per il suo posizionamento nel quadrante maghrebino-saheliano, per le sue risorse (non solo energetiche), per il suo potenziale di minaccia alla sicurezza del Mediterraneo e non solo. Avrà dalla sua una cultura mediterranea di prim’ordine e una grande esperienza, ma avrà bisogno di robuste alleanze per portare avanti con successo la sua quasi-impossibile missione. Avrà bisogno di una sponda Sud che almeno in parte si sta muovendo in una direzione costruttiva anche perché mossa dal comune timore di una riemersione della minaccia terroristica nell’intero quadrante sahelo-maghrebino. Avrà bisogno di un’Europa in grado di portare a fattor comune una visione mediterranea tattica e strategica degna di questo nome.

Finora quest’Europa non c’è stata ma non è escluso che in un formato ridotto, ma importante, se ne possano avviare almeno i presupposti. Penso all’incontro tra Francia, Germania, Italia e Spagna di fine agosto, quando auspicabilmente si saranno decantate le ragioni delle attuali frizioni italo-francesi. Impresa ardua? Proporzionata agli interessi in gioco soprattutto se Macron ha capito, come penso. Molto dipenderà comunque dal lavoro che il governo italiano saprà svolgere, proseguendo con quella prudente determinazione che ne ha caratterizzato e ne sta caratterizzando l’azione, anche a correzione di errori e omissioni che pure ci sono stati. Bene ha fatto il governo a ribadire il suo fermo impegno a rispettare la sovranità libica. È un punto assolutamente nevralgico. Ed è significativa l’attenzione riservata ufficialmente alla sensibilità di questi nostri vicini a fronte della sequenza delle contradditorie prese di posizione dello stesso Serraj, superate infine dal suo ministro degli Esteri sull’effettiva latitudine dell’intesa raggiunta con Paolo Gentiloni in materia di sostegno logistico, formativo e operativo alle autorità locali per il salvataggio dei migranti e per la lotta ai trafficanti di persone.

UN RILEVANTE PASSO IN AVANTI. Quest’attenzione è materia di rigoroso impegno assunto, come si doveva, in Parlamento, e dovrà essere praticata con la massima cura, anche attraverso un punto di incontro con Tobruk. La missione italiana contempla qualche rischio? Sì, ma segna anche un rilevante passo in avanti compiuto dalla politica mediterranea nostrana: la migliore risposta alla follia del blocco navale invocato da alcuni. A fronte di questo delicato e complesso contesto politico-istituzionale e migratorio non si sentiva proprio il bisogno del rifiuto della maggior parte delle Ong di sottoscrivere il codice di condotta presentato dal governo (solo due su 13 l'hanno siglato, ndr) e ancor meno della frattura che tale rifiuto ha prodotto all’interno delle organizzazioni impegnate in mare. È una frattura che disegna un’ombra, improvvida. Ben oltre il tema della chiusura o meno dei porti.

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