Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

Haftar
3 Agosto Ago 2017 1715 03 agosto 2017

Libia, perché Haftar minaccia guerra all'Italia

Il capo della Cirenaica mentre denuncia le ingerenze di Roma, flirta con la Francia che mira ad accapparrarsi l'Est del Paese. Ma in realtà se bombardasse le navi occidentali perderebbe l'aiuto di Parigi e Mosca.

  • ...

La grave minaccia del ras della Cirenaica, Khalifa Haftar, di bombardare le navi della Marina italiane in acque libiche, viene ridimensionata dal nostro ministero della Difesa consapevole che serva all'ex generale gheddafiano – non nuovo a dichiarazioni ostili all'Italia, rimaste verbali – per tenere buoni i suoi fan libici. Come in qualsiasi Stato in teoria sovrano e specie nelle ex colonie non si vogliono truppe a terra o interventi militari stranieri diretti. Reduce dall'altisonante incontro a Parigi con il rivale Fayez al Serraj, premier libico internazionalmente riconosciuto di base nella capitale Tripoli, Haftar non vuole apparire all'opinione pubblica come un leader accondiscendente ai desiderata stranieri.

RITORNO AL SEPARATISMO. I suoi toni violenti sono di casa nell'ex colonia italiana dalla caduta di Muammar Gheddafi del 2011, e in fondo anche precedentemente nei 40 anni di Babele controllata della Gran Jamahiriya, la cosiddetta Repubblica popolare fondata dal Colonnello libico. Dal golpe del 1969 alle Primavere arabe, la Libia – prima dell'occupazione italiana divisa tra Cirenaica e Tripolitania – ha vissuto una dittatura accentrata sulla figura di Gheddafi ma strutturata senza una mediazione d'apparato, organizzato e gerarchico, tra le masse e il capo. Il Colonnello era il rais tra i ras (capi-tribù) locali di una società orizzontale: decapitato, è dilagata la guerra dal basso tra ras e sono tornate le spinte separatiste, fomentate da tanti governi interessati stranieri, tra Cirenaica e Tripolitania.

Il clima si è ulteriormente, e di molto, imbarbarito. Così non deve stupire se nella Libia delle milizie e dei brutali rapimenti, anche di italiani, il generale Haftar che dal 2014 lancia bombe su Bengasi, capitale economica del Paese e della Cirenaica, mietendo centinaia di vittime, all'entrata ufficiale dei militari italiani in acque libiche brandisca l'arma della sua aviazione. Proprio lui che, protetto dai deputati pro forma esiliati a Tobruk, dopo la carriera militare e le ricchezze accumulate sotto Gheddafi (pare abbia continuato a farsi regalare case dal rais anche passato all'opposizione) per decenni è vissuto negli Usa a libro paga della Cia e ora vola in Egitto, Russia e Francia per farsi addestrare i piloti e finanziare sottobanco i raid in Libia.

HAFTAR PAGATO DAGLI STRANIERI. Gli stranieri sono i primi foraggiatori del generale di Tobruk che ambisce a diventare il nuovo capo di Libia e la Cirenaica, ricchissima di idrocarburi e di gasdotti, è la regione più appetibile per la Francia e la Gran Bretagna che nel 2011 sferrarono i raid contro Gheddafi schermati dagli Usa: non a caso, proprio nell'Est di Bengasi e dei terminal petroliferi contesi di Ras Lanuf e Breda partirono le ultime rivolte. Non è poi un mistero che anche l'Italia, schierata con il governo di unità nazionale di Serraj legittimato dall'Onu, abbia mantenuto contatti sotterranei con Haftar e il governo di Tobruk dove Roma ha di recente aperto uno sportello visti. Ciò nonostante il generalissimo della Cirenaica promette di attaccare navi straniere come la Comandante Borsini, dal 2 agosto al largo di Tripoli.

Il numero due dell'intelligence italiana è un mio caro amico e viene spesso a trovarmi

Khalifa Haftar al Corriere della Sera

Già nell'autunno 2016 dalla Cirenaica piovevano critiche per la «nuova politica coloniale dell'Italia» alla notizia dell'invio di 100 medici e 200 paracadutisti per un ospedale da campo a Misurata: città capofila, con le sue potenti brigate, della guerra a Gheddafi e poi del fronte islamista che tiene in piedi l'esecutivo di al Serraj, antagonista al blocco laico di Haftar. La missione italiana dichiarata «umanitaria» rappresenta per il generale «un aiuto ai nemici e l'ennesima violazione indebita della sovranità territoriale libica». Ancora in un'intervista al Corriere della Sera del gennaio 2017, Haftar invitava a «lasciare i libici a occuparsi della Libia», dipingendo però il «numero due dell'intelligence italiana» un «caro amico» spesso in visita da lui.

Serraj saluta il ministro dell'Interno Minniti.

GETTY

Certo è la prima volta che l'uomo forte della Cirenaica ha dato mandato ai suoi miliziani, che chiama «esercito libico», di «bombardare navi militari italiane o di qualsiasi altro Paese nelle acque territoriali senza autorizzazione». Haftar è anche il comandante, oltre che dei falsi allarmi sui «terroristi dell'Isis e di al Qaeda sui barconi per l'Italia», della guerra in Ciad, dei due tentati golpe in Libia (nel 1988 e nel 2014), dei bombardamenti di Bengasi – e non su Derna e Sirte in mano ad al Qaeda e all'Isis –, dell'attacco all'aeroporto di Tripoli nel 2014 e del reclutamento di migliaia di mercenari africani. Nell'ultimo anno il generale ha anche conquistato Bengasi e si è parecchio allargato nel Sud-Ovest della Libia.

HAFTAR AUTORITARIO E INAFFIDABILE. Non c'è insomma di che stare tranquilli. Perché se al Serraj si va affermando come un inetto, incapace del benché minimo progresso nella capitale e almeno per l'unità della Tripolitania, Haftar si conferma di temperamento autoritario e altamente inaffidabile: un ras che vuole a tutti i costi diventare rais e che non riconoscerà mai il governo di Tripoli a meno che non ne sia lui il capo può sfuggire di mano. Della megalomania potrebbero farne le spese anche i militari italiani in missione: non solo quelli da anni a bordo della Comandante Borsini. A terra, in Libia operano centinaia di unità speciali occidentali: inglesi, francesi, americane, anche italiane. Specie dalla guerra contro l'Isis, nel 2016, queste forze segrete sono andate man mano aumentando.

Tra Tripoli, Misurata e anche nella Sirte espugnata all'Isis è sparsa la nostra intelligence: senza, sarebbe stato impossibile riaprire a gennaio 2017, primi tra gli occidentali, l'ambasciata italiana a Tripoli. Nel Mediterraneo centrale sono poi in corso dal 2015, ufficialmente in acque internazionali, la missione di Marina e Aeronautica italiane Mare sicuro di contrasto al terrorismo, l'operazione Ue Sophia, a guida italiana, per la lotta agli scafisti e il training alla guardia costiera libica. Proprio dalla flotta di Mare sicuro si è staccata la Comandante Borsini, con regole d'ingaggio ampliate dopo la tappa di al Serraj a Roma di rientro da Parigi. Anche il premier di Tripoli, per le stesse ragioni di Haftar ma con toni più civili, ha negato in patria il suo ok alla violazione della sovranità nazionale.

HAFTAR DIFENDE LA FRANCIA? In realtà il fatto che per il training della Guardia costiera militari italiani operino da tempo, rischiando la vita, anche in acque libiche tra Tripoli e Misurata è un segreto di Pulcinella. In quell'area Haftar, che dispone di forze navali minime, non ha mai spinto la sua aviazione. In teoria potrebbe farlo, ma sarebbe un grosso azzardo: con un'azione così violenta, il capo della Cirenaica perderebbe l'appoggio militare della Russia e quello ancora più occulto della Francia che sono state indispensabili per il suo avanzamento sul terreno nell'ultimo anno. Così, se il sì indicibile a Roma di Serraj è apparso una concessione a orologeria per rimediare alla sua corsa all'Eliseo e garantire all'Italia un presidio in Libia, viceversa Haftar con le minacce all'Italia potrebbe marcare il suo territorio nel nome di Francia, Russia e ormai anche degli Stati Uniti di Donald Trump.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso