Bahrein
3 Agosto Ago 2017 0800 03 agosto 2017

Qatar contro Arabia Saudita, una crisi senza vie d'uscita

L'emirato si arma grazie all'Italia e resiste al boicottaggio di Riad. Merito dell'aiuto di Iran, Turchia e anche dell'Europa. Ma i negoziati coi filo-sauditi sono al palo. E a pagare sono i cittadini comuni.

  • ...

A quasi due mesi dal blocco diplomatico e commerciale – una vera serrata, con forniture di beni di prima necessità interrotte, voli verso Doha cancellati, qatarioti espulsi dal fronte della coalizione saudita, anche i cammelli dei beduini qatarini che avevano passato la frontiera rispediti indietro – non è cambiato nulla nel braccio di ferro di Doha con Riad e i suoi alleati. I ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi e Bahrein non hanno fatto altro che ribadire a Manama le richieste del precedente incontro sul Qatar del 5 luglio 2017 al Cairo: una loro, in teoria, apertura al dialogo in cambio del sì alle 13 richieste per Doha, che «irricevibili» erano e restano, hanno subito ribattuto i qatarioti.

ISOLATO DAL 5 GIUGNO. Un mese fa l’emiro ribelle del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani, aveva replicato al quartetto filo-saudita con uno sberleffo, di accettare cioè i diktat se le controparti avessero fatto altrettanto: ok smettere di finanziare il terrorismo se anche Riad lo farà, ok chiudere al Jazeera se anche i sauditi chiuderanno al Arabiya e via discorrendo. Dalla risposta ironica ma piccata di Doha i negoziati non si sono mossi di una virgola: contro il micro-Stato del Golfo, spina nel fianco soprattutto del confinante regno ultraconservatore degli al Saud perché finanziatore delle Primavere arabe e troppo collaborativo con l’Iran, continua l’accerchiamento fatto scattare il 5 giugno dalla cordata guidata da Riad.

Alfano con il ministro degli Esteri di Doha.

GETTY

Un punto a favore degli al Thani, che dimostrano così di poter resistere economicamente al boicottaggio, sia grazie alle riserve accumulate dall’export miliardario del loro enorme giacimento di gas naturale sia grazie agli aiuti inviati al Qatar dall’Iran e dalla Turchia. Da quest’ultima, anche militari per l’arrivo di altre centinaia di unità delle truppe di Ankara di riforzo a Doha. Il fronte antagonista del Golfo (con alleati di Riad anche le Maldive e lo Yemen, oltre all’Egitto) è invece costretto a ribadire le sue richieste, rinunciando di fatto anche alla minaccia di aggiungere «nuove sanzioni». Nessuna sorpresa: in Qatar si trova la più grande base degli Usa in Medio Oriente con oltre 120 caccia e 10 mila militari e con Doha gli Stati Uniti hanno appena firmato un accordo contro il terrorismo.

NAVI DA GUERRA ITALIANE. Gli al Thani hanno poi investimenti miliardari negli Stati dell’Ue e fanno continuamente affari con loro, Italia inclusa: in visita il 2 agosto a Doha, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha annunciato con il Qatar (in trattativa per rilevare fino al 49% della compagnia aerea Meridiana) un accordo per la fornitura di sette navi da guerra, in cambio di circa 5 miliardi di euro. Anche se i sauditi restano i primi alleati degli Usa, e di riflesso dell’Europa, non possono calcare troppo la mano con il Qatar. Figuriamoci osare un’azione militare come quella – azzardata e fallimentare – in Yemen: difficile che la crisi sfoci in una guerra, per quanto Doha si prepari all’evenienza, mostrando i muscoli in un’esercitazione congiunta con le truppe turche.

L'Arabia imita le scelte strategiche innovative del Qatar, con l'abdicazione del vecchio re Salman, sembra già a settembre, in favore del figlio principe 30enne

Tatticamente lo stallo in atto depone a favore del giovane emiro al Thani: secondo indiscrezioni, l’Arabia Saudita sarebbe addirittura sul punto di imitare le scelte strategiche innovative del piccolo emirato rivale, con l’abdicazione a settembre (sulla scia di quella di al Thani padre in favore di Tamim bin Hamad figlio nel 2013) del vecchio e si dice malato ultra 80enne re Salman in favore del figlio principe 32enne e factotum Mohammad bin Salman. Come in Qatar, a Riad per la prima volta nella storia della vetusta dinastia al Saud, si starebbe per compiere un salto di due generazioni: Salman jr, e non più l’emiro rivale 37enne, diventerebbe così il più giovane sovrano al mondo, con in tasca il suo ambizioso piano di ammodernamento dell’Arabia Saudita entro il 2030.

NEGOZIATI TUTTI FALLITI. Il progetto, sulla carta promettente, mira a diversificare le fonti delle entrate dagli idrocarburi, come ha già fatto il Qatar, nel tentativo di creare un futuro per l’Arabia Saudita che non sia solo quello del declino per pozzi in esaurimento del petrolio, ridando anche appeal alla setta regnante. Ma una Riad in affanno, costretta a rincorrere le idee di sviluppo di Doha, è un’iperbole: nessuno in realtà esce vincitore dallo stallo senza spiragli tra potenze del Golfo. È un fallimento, prima di tutto, il buco nell’acqua dei negoziati intentati: il blocco saudita ha respinto la mediazione cercata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, iperattivo per la solita smania di espansionismo neo-ottomano nella regione e attore obiettivamente di parte, schierato nelle Primavere arabe con il Qatar e la Fratellanza musulmana bandita dall’Arabia Saudita.

Ma sono di fatto naufragati, per il niet di Doha, anche ai tentativi della Casa Bianca di fare da paciere tra gli al Thani e gli al Saud, a vantaggio dei sauditi prediletti da Donald Trump. Se infatti l’apparato del Pentagono, per interessi militari preponderanti, preme per restare amico del Qatar, il presidente americano è un accanito filo-saudita. L’unico governo accettato come super partes da entrambi gli schieramenti è il Kuwait, neutrale nella crisi e anche precedentemente come l’Oman. Il 31 luglio Doha ha anche sporto denuncia contro il boicottaggio di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein presso l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), chiedendo di aprire una «consultazione» con i tre vicini del Golfo, in particolare i merito alla chiusura dei loro spazi aerei alla compagnia di bandiera Qatar Airlines.

GLI EMIRATI PER IL NO. Le controparti hanno 60 giorni di tempo per decidere se affrontare o meno la controversia in seno al Wto, ma a caldo propendono per il no: «Le restrizioni imposte a Doha sono compatibili con gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio» si sono esposti gli Emirati Arabi. Si preannuncia un altro nulla di fatto, mentre le perdite economiche e i disagi del piccolo seppur ricchissimo Qatar si abbattono quasi interamente sulla popolazione comune e sulla maggioranza dell’oltre 1 milione e mezzo di umili lavoratori stranieri senza diritto di fuga domiciliati nella micro-monarchia del Golfo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso