Libia: avviata ricognizione nave Italia
4 Agosto Ago 2017 1718 04 agosto 2017

Libia, il vice di Serraj contro la missione italiana

Mejbari, vice presidente del governo di Tripoli, prende le distanze dall'autorizzazione data dal suo stesso premier: «È un'infrazione della nostra sovranità, intervenga l'Onu». Roma: «Ricognizione procede regolarmente».

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Dopo le minacce arrivate da Tobruk per bocca del generale Khalifa Haftar, che ha dato ordine di bombardare le navi della Marina militare italiana che dovessero entrare nelle acque territoriali libiche, un altro segnale di aperta ostilità è giunto questa volta dal governo di Tripoli.

Il vice presidente del Consiglio presidenziale, Fathi al-Mejbari, secondo per importanza solo al premier Fayez al-Serraj, ha infatti deciso di prendere le distanze dall'autorizzazione data da quest'ultimo alla missione navale italiana di supporto alla Guardia costiera libica.

IN GIOCO LA SOVRANITÀ DELLA LIBIA? Ciò in quanto la missione rappresenterebbe «un'infrazione esplicita dell'accordo politico» e delle sue clausole, in particolare quelle relative alla «sovranità della Libia». Inoltre non esprimerebbe «la volontà del Consiglio presidenziale del governo d'intesa». La notizia è stata diffusa dal sito web dell'emittente televisiva Libya's Channel.

APPELLO ALLE NAZIONI UNITE. Mejbari è andato anche oltre, chiedendo all'Italia di «cessare immediatamente la violazione della sovranità libica» e faceno appello alla comunità internazionale e al Consiglio di sicurezza del'Onu perché prendano una posizione. Mejbari ha chiesto infine alla Lega Araba e all'Unione Africana di esprimersi sulla missione italiana, per condannarla e appoggiare la Libia.

Il vice presidente del Consiglio presidenziale, Fathi al-Mejbari

LE CARATTERISTICHE DELLA MISSIONE ITALIANA. Ma in cosa consiste esattamente la missione italiana? In una prima fase dovrebbero essere mobilitate non più di due navi, con relativi elicotteri imbarcati, e non le cinque che costituiscono l'attuale dispositivo dell'operazione Mare Sicuro, da cui le unità verranno tratte. La decisione finale dovrebbe essere presa, d'intesa con le autorità libiche, all'esito della ricognizione effettuata dal pattugliatore d'altura "Comandante Borsini", arrivato nel porto di Tripoli pochi giorni fa. Ma le incognite, a questo punto, si moltiplicano.

ROMA: «LA RICOGNIZIONE PROCEDE REGOLARMENTE». Al momento, tuttavia, secondo qualificate fonti italiane citate dall'agenzia di stampa Ansa, la missione di ricognizione della "Comandante Borsini" procede «regolarmente», «su richiesta e d'intesa con la controparte». Secondo la Farnesina le parole di Mejbari «rientrano nella dinamica di un dibattito interno libico - che l'Italia rispetta pienamente - e non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi, mirato a potenziare la lotta contro i trafficanti di esseri umani e a rafforzare la sovranità libica, il tutto all'interno di una cornice giuridica certa».

POSSIBILE USO DELLA FORZA. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, aveva detto anche che i nostri militari potranno usare la forza «in modo limitato, graduale e proporzionale», rispondendo se attaccati. Le autorità libiche «ci hanno chiesto di operare nelle loro acque e nei loro porti», in particolare a «Tripoli e nelle zone a Est e Ovest», ossia «Sabratha, Zuara e Garabulli», principali punti di partenza dei migranti. Ma, aveva aggiunto Pinotti, «in accordo con i libici le azioni potrebbero estendersi anche in altri specchi di mare». Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, aveva invece chiarito che la missione ha come obiettivo quello di rafforzare il contrasto al traffico di esseri umani, ma evidentemente in Libia non tutti la pensano così.

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