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L'America di Trump

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4 Agosto Ago 2017 1854 04 agosto 2017

Usa, il boom dell'economia deve poco alla Trumponomics

I posti di lavoro creati a luglio sono più alti del previsto. La disoccupazione è ai minimi. E i mercati volano. Ma il Paese deve essere grato al tycoon più per quello che non ha fatto.

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Attaccato da tutte le parti per le sue gaffe, per lo stato confusionale della sua amministrazione e le sue controverse scelte in politica estera, Donald Trump si sta aggrappando all'economia per dare un senso alla sua presidenza. Difficile fare un bilancio dopo soli sei mesi, ma i numeri per adesso sembrano positivi.

UN MILIONE DI POSTI IN SEI MESI. Negli Stati Uniti, nel mese di luglio, si sono registrati 209 mila nuovi posti di lavoro. Il secondo mese consecutivo segnato da un notevole aumento, dato che fa calare da 4,4% a 4,3% il livello di disoccupazione. In sei mesi (dall'insediamento di Trump) i nuovi posti di lavoro sono stati 1 milione. Secondo diversi economisti, gli Stati Uniti hanno raggiunto, o stanno per raggiungere, la piena occupazione. La domanda è: merito del presidente?

Il 4 agosto ha dato una risposta un analista di Jp Morgan, David Kelly, alla Cnbc. «Le politiche di Trump non hanno danneggiato l'economia, ma questa è probabilmente l'unica cosa di cui il presidente può vantarsi», ha spiegato l'uomo della grande banca d'affari, sicuramente non ostile al magnate. «Economia e mercato vivono un momento positivo autonomamente, è come se ignorassero quello che succede a Washington», ha concluso. Negli ultimi sei mesi dell'amministrazione Obama, il numero di nuovi posti di lavoro è stato praticamente identico a quello di Trump, a dimostrazione che il trend positivo è legato più alla congiuntura storica che altro.

Il regolare recupero dell'economia dalla crisi a oggi.

«Eccellenti i numeri sul lavoro appena usciti, e ho solo cominciato. Molte soffocanti regolamentazioni continuano a cadere. Movimento torna negli Usa», ha twittato il presidente dopo una serie di altri messaggi che festeggiavano i risultati industriali del suo team.

E ancora: «Toyota&Mazda costruirà un impianto da 1,6 miliardi di dollari qui in Usa e creerà 4mila posti di lavoro. Un grande investimento nella produzione americana. E non dimentichiamo che Foxconn investirà fino a 10 milioni di dollari per gli impianti in Wisconsin».

Il 2 agosto, il record del Dow Jones a Wall Street salito sopra i 22 mila punti aveva fatto esaltare il tycoon, che aveva colto l'occasione ancora una volta per attaccare i media e la loro «faziosità». È almeno un mese che Trump punta il dito sui quotidiani e sulle tivù filo-dem, lamentandosi del fatto che non riportano i successi della sua amministrazione ma solo i passi falsi.

I media Usa anti-Trump (che nel sistema giornalistico americano sono apertamente schierati) non hanno naturalmente intenzione di fare da megafono al buono che esce dalla Casa Bianca. Ma hanno anche motivi non politici per evitare di elogiare la Trumponomics. Moltissimi commentatori, a cominciare dal premio Nobel Paul Krugman, hanno messo in luce i rischi di un boom effimero. L'ultimo in termini di tempo è il noto economista Nouriel Roubini, docente alla New York University.

«SCOLLAMENTO TRA MERCATO ED ECONOMIA REALE». «Il problema principale è lo scollamento tra le performance dei mercati finanziari e l'economia reale», ha scritto Roubini in un paper intitolato A Dim Outlook for Trumponomics, «mentre Wall Street batte tutti i record, il Paese è cresciuto a una media del 2% nella prima metà del 2017 (percentuale inferiore a quelle di Obama) ed è previsto resti tale per tutto l'anno». Per quel che può contare ricordare le promesse di Trump durante la campagna elettorale, il tycoon aveva assicurato una crescita del Pil del 4% annuo. Più preoccupante il fatto che i salari non stiano crescendo al ritmo che ci si aspettava: una situazione che rispecchia il costante allargarsi della forbice tra le classi forti e quelle deboli.

Ma quello che anche Roubini sottolinea non è tanto la correttezza o la scorrettezza delle politiche di Trump, ma la loro assenza. I tentativi dei repubblicani di rimpiazzare l'Obamacare sono falliti, la riforma delle tasse sarà altrettanto dura da far passare e il piano da mille miliardi di investimenti in infrastrutture non è ancora in vista. «Per quanto riguarda il commercio, ci sono buone e cattive notizie», riassume Roubini, «la buona è che l'amministrazione non ha perseguito la linea super-protezionista, la cattiva è che è rimasto attaccato alla sua politica “compra americano, assumi americani”, lasciando intravedere che in futuro le cose potrebbero cambiare in peggio. Infine, la promessa deregulation non stimolerà la crescita e potrebbe addirittura indebolirla col passare del tempo. Se le briglie alla finanza verranno sciolte troppo, potremmo andare incontro a una nuova bolla e a una nuova crisi».

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