Kim
6 Agosto Ago 2017 1759 06 agosto 2017

Corea del Nord, i tre fattori che spiegano la minaccia Kim

Il rilancio sottotraccia dell'imprenditoria. Un programma atomico non negoziabile. La protezione della Cina. Così il leader ha svoltato rispetto al padre. Risollevando un Paese strozzato da sanzioni e carestie.

  • Stefano Fasano
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Parlando di Corea del Nord è ormai quasi scontato pensare a un pericoloso e imprevedibile regime dell’Estremo Oriente, governato da un dittatore con uno strano taglio di capelli, in possesso di testate atomiche e con l’apparente intenzione di usare prima o poi i suddetti armamenti su Seul e la costa Ovest degli Stati Uniti. Tutto questo però distoglie l'attenzione da un’altra questione: come fa un Paese così piccolo e isolato, fiaccato da decenni di sanzioni internazionali (le ultime da 1 miliardo) e devastanti carestie - quella degli Anni 90 costata la vita a quasi 3 milioni di persone - , il cui stato di guerra con la Corea del Sud non è mai stato risolto (le due Coree sono formalmente in armistizio, non avendo mai firmato un trattato di pace a tutti gli effetti) a essere ancora oggi in grado di costituire una seria minaccia per Seul e gli Stati Uniti?

1. L'economia: il governo permette lo sviluppo sottotraccia di un'imprenditoria nazionale

La prima spiegazione è senz’altro economica: nonostante l’immagine filtrata dai media e dall’immaginario comune di un Paese povero e in rovina, pieno di gente in fila per un tozzo di pane e qualche manciata di zucchero, la Corea del Nord è in decisa crescita economica. Nel 2016 il Pil ha raggiunto il suo miglior risultato dal 1999, secondo la Banca centrale sudcoreana (la quale monitora annualmente i movimenti economici dei cugini del Nord), con un aumento netto del 3,9% rispetto all’anno precedente. Numeri importanti, che si affiancano al netto aumento degli scambi commerciali con l’estero del regno eremita, in barba a embarghi e sanzioni internazionali: nel solo 2016 questi sfiorano i 6,5 miliardi di dollari, e se anche la bilancia commerciale registra un saldo negativo (le esportazioni superano di circa 900 milioni di dollari le importazioni), il quadro che emerge è quello di un Paese la cui economia è in grande movimento.

MISURE CONTRO LA STAGNAZIONE. «Questo di fatto è stato uno dei cambiamenti più importanti introdotti dalla salita al potere di Kim Jong-un: quello di prevedere uno sforzo per rilanciare l’economia nordcoreana dalla stagnazione, insieme al sempre maggiore sviluppo del programma nucleare», spiega a Lettera43.it Lorenzo Mariani, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali. «Questo programma di sviluppo parallelo (del nucleare e dell’economia, nda) ha in qualche modo permesso di iniziare a uscire da una logica fortemente ancorata e immobilizzata a un modello di controllo dello Stato di qualsiasi attività economica. In altre parole, il governo ha iniziato a permettere, in maniera ufficiosa e voltando volutamente lo sguardo dall’altra parte, l’apertura di attività imprenditoriali gestite da nordcoreani all’interno del Paese». Spingendo, quindi, lo sviluppo sottotraccia di un’imprenditoria che in qualche modo riesce a generare un indotto in grado di compensare la stretta economica dovuta alle sanzioni internazionali e agli embarghi. Un po’ come combattere il fuoco con il fuoco.

2. Il programma nucleare: con Kim Jong-un non è più oggetto di negoziato

Il programma si articola su un altro fondamentale versante: il sempre più intenso sviluppo del programma atomico. A guardare gli anni passati e gli approcci che sono stati adottati dalle varie amministrazioni americane nei confronti del nucleare nordcoreano, le idee sono cambiate parecchio, sia a Washington che a Pyongynang. L’atteggiamento, in generale, ha subito un’evoluzione: se per Kim Jong-il, padre dell’attuale leader nordcoreano, il programma nucleare era di fatto un gettone di scambio, da mettere sul tavolo delle trattative in cambio di riduzioni sulle sanzioni internazionali o aiuti economici di vario tipo, per il figlio Jong-un la questione è decisamente fuori dal tavolo delle trattative. «Questo è stato in fondo il più grande fallimento della ex presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, che aveva posto come condizione fondamentale per il dialogo con il Nord lo smantellamento dell’arsenale nucleare. Politica rivelatasi, eufemisticamente, inefficace», afferma Mariani.

UN ATTACCO È DA ESCLUDERE. C’è comunque da tenere a mente che questo arsenale ha scopo prettamente deterrente: le azioni di Kim Jong-un sono da interpretare come la stipula di un’assicurazione, che nel linguaggio della politica internazionale assume la forma di diverse testate nucleari. «Non è razionalmente plausibile ipotizzare un attacco del regime: finirebbe immediatamente in uno scontro che comporterebbe quasi inevitabilmente il crollo del regime stesso, oltre che la distruzione del Paese», continua Mariani. Il nucleare non è più negoziabile: memore delle lezioni apprese da altri “colleghi” del recente passato di fatto eliminati dagli Stati Uniti, come Mu'ammar Gheddafi e Saddam Hussein, anche per la mancanza di un efficace deterrente come quello atomico a disposizione, Kim Jong-un non ha alcuna intenzione di rinunciare al proprio programma nucleare. Come confermato anche dopo le pesanti sanzioni votate dalle Nazioni Unite.

3. Le relazioni politiche: uno Stato cuscinetto che fa comodo alla Cina

I vicini alla finestra, Seul e Pechino, non sono spettatori disinteressati. E fanno parte del sottile calcolo diplomatico di Pyongyang. Se la Corea del Sud è più terrorizzata dagli esiti di una potenziale rappresaglia a un ipotetico attacco statunitense (Seul dista circa 40 km dal confine nordcoreano, a tiro di artiglieria) che dal possesso dell’armamento nucleare da parte dei nordcoreani, la Cina ha tutto l’interesse che il regime rimanga esattamente al suo posto. Nell’improbabile evento di un crollo del regime, e della sua unificazione in una Corea unita, qualcosa come diverse decine di migliaia di militari americani e relativi mezzi si verrebbero a trovare al confine cinese, per non parlare delle testate nucleari che cadrebbero inevitabilmente in mano sudcoreana, e quindi indirettamente americana, e dei milioni di sfollati che si riverserebbero in Cina e Corea del Sud. Tutte ottime motivazioni per giustificare il lassez faire dei due vicini.

TRUMP PRENDE TEMPO. E gli Stati Uniti? «Gli Stati Uniti, di fatto, non hanno deciso ancora cosa fare», afferma Mariani. «Quello dell’aspettare che il regime collassi da solo è un mantra che si ripete da tempo immemore. Era un po’ anche la strategia di Barack Obama, quella della “pazienza strategica”, che si fondava sull’idea che grazie alle sanzioni il regime sarebbe prima o poi crollato. Questo, ovviamente, non sta accadendo. Le critiche mosse dall’attuale amministrazione sono chiare, ed anche in parte fondate. Ma la semplice critica non basta, e Donald Trump non ha ancora annunciato quale sarà la sua politica nel merito».

«PYONGYANG? VA TRATTATA COME PECHINO». Ci sarebbe abbastanza materiale per un film: uno stallo alla coreana, dove tutti puntano le armi gli uni contro gli altri, ma nessuno ha voglia di sparare per primo. Come si esce da una situazione del genere? «La cosa da fare subito, per sedersi intorno a un tavolo e negoziare, è riconoscere la Corea del Nord come potenza nucleare. È stato fatto con la Cina, con il Pakistan, bisogna prenderne atto. Non bisogna più aspettare: il regime non crollerà “prima o poi”, c’è da ragionare su quello che è in questo momento». In altre parole: un Paese con armi atomiche e la possibilità di usarle per difendersi, che nessuno dei suoi vicini (per un motivo o per l’altro) vuole collassi o imploda. Note da tenere a mente, mentre si decide chi sarà il primo ad abbassare la pistola.

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