Donald Trump 2
BASSA MAREA 6 Agosto Ago 2017 1400 06 agosto 2017

Più che la lezione di Steinbrenner, Trump capisca quella sull'Obamacare

The Donald, come il suo maestro, odia perdere. Ma davanti al fallimento dell'abolizione della riforma sanitaria promessa in campagna elettorale, forse dovrebbe rivedere i suoi dogmi. E riflettere su come è cambiata l'America.

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Difficile capire Donald John Trump senza passare da John Michael Steinbrenner III che da sette anni riposa in pace ma dal 1973 fino alla fine fu per Trump un faro, una luce, un profeta. Osservando Steinbrenner l’allora giovane Trump ha cominciato ad affinare tecniche di comunicazione e stile di un capo, à la Steinbrenner cioè alla Trump. E oggi che i suoi nemici, e sono tanti, hanno rimesso in circolazione una vecchia frase di Horace Greeley, giornalista amico di Abraham Lincoln, capire dove Trump abbia preso ispirazione per affinare il suo personalissimo stile presidenziale può essere di aiuto. Greeley, parlando del presidente Andrew Johnson che nel 1868 la Camera si apprestava a colpire con un impeachment, diceva: «Perché impiccare un uomo che sta facendo del suo meglio per impiccarsi da solo?».

LA LEZIONE DI STEINBRENNER III. Cercare salvezza dal caos sottoponendosi alla disciplina militare del generale John Kelly, spostato dalla Homeland Security (sicurezza interna, antiterrorismo) a capo dello staff presidenziale e di fatto quindi il numero due del governo, è un riflesso condizionato della prima e fondamentale regola di Steinbrenner: «Odio perdere. Odio, odio, odio perdere», disse John Michael al New York Times nel 1998 quando era ancora in vetta al sancta sanctorum della grande città dell’Hudson, riassumendo così il nocciolo della sua filosofia personale. Per allontanare il rischio di perdere, l'allievo di Steinbrenner ha subito scaricato l’impresentabile Anthony Scaramucci, nominato direttore della Comunicazione della Casa Bianca il 21 luglio e licenziato 10 giorni dopo. Scaramucci doveva eliminare alcuni personaggi della ristretta cerchia presidenziale ritenuti ormai un peso, dopo appena sei mesi, e in parte c’è riuscito, con la sua sola presenza. Ma ha subito oltrepassato il limite, usando toni e linguaggio che anche in caserma sarebbero sconvenienti. Kelly ha subito chiesto la sua testa. E Trump l’ha lasciata cadere. Kelly deve salvare Trump da se stesso, e per ora il presidente obbedisce. Odia perdere.

Steinbrenner era un maestro in ritirate strategiche, in contraddizioni roboanti e in gesti teatrali. Arrivato a New York come un totale outsider nel 1973, acquistò subito una delle imprese più note della città, decisamente malandata, e assumendo e licenziando, licenziando e assumendo, riassumendo cinque volte un top manager che continuava a licenziare, dicendo di non capire molto del business in questione ma volendo mettere il naso in tutto, riuscì alla fine a riportare l’azienda agli antichi splendori. E a diventare uno dei re di New York, osservato e seguito a stretto contatto da un Donald Trump che non ne perdeva una mossa ed era ospite fisso nella sua suite nel vecchio e rinnovato Yankee Stadium. L’arte di Steinbrenner era quella di monopolizzare l’attenzione e di dimostrare sempre, anche quando sembrava lontano con la testa mille miglia, che il pallino era sempre in mano sua.

I LIMITI DEL MAESTRO. Kelly sarà fortissimo fino a quando Trump vivrà in simbiosi con lui, spinto dall’odio per la sconfitta. Ci sono evidenti limiti tuttavia agli insegnamenti di Steinbrenner perché il maestro, nato nell’Ohio da una solida famiglia di costruttori navali sui grandi laghi, arrivò a New York per acquistare la squadra di baseball dei New York Yankees e fu quello il suo passaporto alla gloria. La vecchia compagine di Babe Ruth e Joe di Maggio era molto mal messa e aveva ceduto, sotto la disastrosa gestione della Cbs, tutto il lustro ai rivali New York Mets. Steinbrenner capì che per una squadra di baseball da rilanciare il ruolo di un presidente demiurgico onnipresente e figura pubblica sulle scene cittadine e nazionali aveva grossi vantaggi. Usò ampiamente il terrore. «Alcuni possono guidare ispirando un vero, genuino rispetto. Ma io non sono di quel tipo», disse all’inizio dell’avventura sportiva, nel 1974.

LO SCIVOLONE SULL'OBAMACARE. Saprà l’allievo gestire qualcosa di più complesso di una squadra di baseball e cioè l’intera nazione americana? A sei mesi e pochi giorni dal suo insediamento Trump ha dato carta bianca a Kelly e ora deve dimostrare di saper rimontare, oltre al disordine nel suo governo allo scollamento con la maggioranza parlamentare repubblicana e a vari altri problemi, il brutto scivolone del mancato rigetto della riforma sanitaria di Barack Obama, o Obamacare. Un voto in Senato doveva affondarla e invece, venerdì 28 luglio, ha affondato la sua alternativa, lo skinny repeal o “abolizione semplificata” della legge voluta dal suo predecessore. Sconfitti i repubblicani, che da sette anni dicono di voler abolire l’Obamacare ma non riescono a mettersi d’accordo su come farlo, e sconfitto Trump, che aveva promesso di farlo in poche settimane.

Anthony Scaramucci.

ANSA

Mai così forti se non negli Anni 20 del 900 - controllano nell'assemblea degli Stati 4.170 seggi contro i 3.100 circa dei democratici e sono in maggioranza alla Camera e al Senato federali - i repubblicani hanno la forza della protesta e dell’insoddisfazione ma non quella della proposta e la vicenda Obamacare lo dimostra in modo lampante e con enorme imbarazzo per il partito e per il presidente.

GLI INTERESSI ELETTORALI. L’Obamacare, approvata nel 2010 e lungi dall’essere quella svolta nella sanità americana che Barack Obama inizialmente proclamava, ha comunque raggiunto alcuni risultati. Il più importante è quello di consentire a circa 20 milioni di americani che prima ne erano privi di avere in vario modo, spesso sovvenzionata, una forma accettabile di assicurazione sanitaria. Ci sono aspetti negativi nella riforma, primo forse quello della stabilità finanziaria del tutto nel medio periodo, ma non c’è dubbio che nel complesso non è stata un passo indietro. I repubblicani hanno proposto tre tipi di repeal, di cancellazione, dal più drastico al più blando, rifiutato quest’ultimo a fine luglio dai 48 democratici e da 3 senatori repubblicani che sanno di avere a casa elettori che non vogliono buttare a mare l’Obamacare se non è sostituito da qualcosa che ugualmente aiuta chi ne ha bisogno.

SCRICCHIOLA IL DOGMA GOP. Trump è stato eletto promettendo di essere un repubblicano diverso, più vicino al popolo, e meno al big business. Al test dell’Obamacare finora ha fallito. E sui temi della responsabilità collettiva per il benessere dei singoli, temi che da 200 anni i conservatori americani affidano all’idea stessa di America panacea di tutti i mali, l’amico Steinbrenner non ha avuto molto da insegnare. Ma quanto accaduto con la fallita cancellazione della riforma sanitaria dimostra che qualcosa è cambiato nella lunga e tenace convinzione repubblicana che è molto meglio essere liberi nella gestione della propria salute fisica che non protetti da un qualche sistema pubblico di fatto liberticida e, per questo, antiamericano. Se Trump vuole vincere, dovrà tenerne conto.

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