Trump Pence Vice
7 Agosto Ago 2017 1800 07 agosto 2017

Mike Pence, il vicepresidente fantasma di Trump

Incapace di raccogliere i voti per la riforma sanitaria. Timido su Russiagate e sanzioni. Il numero due di Donald è un ectoplasma politico. Che, secondo i rumors, sogna lo Studio Ovale.

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Quando Donald Trump lo scelse come proprio vice un anno fa, molti strabuzzarono gli occhi. Una fetta non indifferente dell’elettorato non sapeva neanche chi fosse e il suo profilo politico non era esattamente in linea con la proposta programmatica del miliardario (dall’economia agli esteri). E difatti, nel corso delle primarie, aveva appoggiato il senatore ultraconservatore Ted Cruz: acerrimo nemico di Trump, con cui aveva tra l’altro avuto un poco onorevole battibecco sulle rispettive consorti. Eppure la scelta di Mike Pence come vice un suo senso lo aveva. Non solo infatti occorreva dare al ticket presidenziale una certa eterogeneità, per ottenere voti trasversali. Ma, grazie alla buona reputazione goduta in seno al Partito Repubblicano, l’allora governatore dell’Indiana aveva il compito di ricucire lo strappo venutosi a creare tra Trump e l’ala più tradizionalista del Grand Old Party (che vedeva nel miliardario una sorta di pericoloso eretico).

PROMESSE DISATTESE. Politico di fede profondamente conservatrice, Pence poteva inoltre vantare un’esperienza governatoriale. Un uomo che – si credeva – avrebbe avuto molta voce in capitolo all’interno della nuova amministrazione. Si pensi solo al ruolo di protagonista che si ritagliò in occasione della marcia antiabortista tenutasi a Washington, lo scorso gennaio. Eppure, nonostante queste aspettative, la figura di Pence sembra essersi rapidamente eclissata. Quasi inghiottita all’interno di un’amministrazione sempre più dilaniata da faide e lotte intestine. Certo, in questi mesi il vicepresidente ha compiuto alcuni viaggi internazionali e – soprattutto – si è dato molto da fare al Congresso, nel tentativo di raggiungere i voti necessari per l’approvazione della riforma sanitaria. Ma al di là di questo, non ha granché brillato. Pensiamo allo scandalo Russiagate: da quando sono iniziate a piovere su diversi membri dell’amministrazione Trump le accuse di connivenze opache con Mosca, il vicepresidente si è espresso assai raramente sulla questione, mantenendo un profilo particolarmente basso. E anche sulle recenti sanzioni comminate alla Russia, si è tenuto lontano dai riflettori, mentre diversi membri del governo (dallo stesso Trump al segretario di Stato, Rex Tillerson) hanno espresso disappunto per le misure adottate dal Congresso.

A tutto questo si aggiunga il fatto che Pence non si è rivelato particolarmente utile anche nei compiti per cui era stato originariamente scelto. Non soltanto non è riuscito a raccogliere i voti necessari per l’approvazione della riforma sanitaria in Senato (che – non a caso – è stata affossata proprio da un manipolo di repubblicani ribelli). Ma anche la sua missione di pontiere tra Trump e l’establishment del Grand Old Party non ha dato troppi frutti: i rapporti tra il presidente e le alte sfere del partito sono infatti ai minimi storici. Né lo Speaker della Camera, Paul Ryan, né il leader della Maggioranza al Senato, Mitch McConnell, perdonano al Commander in Chief il naufragio della riforma sanitaria (per quanto, va detto, anche loro qualche responsabilità alla fine ce l’abbiano). Inoltre, anche nel caos che regna ormai da settimane all’interno dell’amministrazione, Pence sembra completamente sparito dai radar, mentre il suo capo fa saltare teste e litiga puntualmente su Twitter con il ministro della Giustizia, Jeff Sessions. E in questo marasma, il vicepresidente latita. Un autentico ectoplasma politico, insomma.

PRECEDENTI ILLUSTRI. È cosa nota che la carica di vicepresidente degli Stati Uniti sia di per sé più formale che sostanziale. Ed è anche vero che storicamente ci sono stati svariati vicepresidenti non propriamente incisivi all’interno delle amministrazioni di cui facevano parte. Pensiamo, per esempio, a Joe Biden: brava persona ma non esattamente in prima linea nelle scelte politiche di Barack Obama. Lo stesso Al Gore, negli otto anni della presidenza Clinton, non fu di troppo peso. Eppure non sempre è andata così: pare, per esempio, che Ronald Reagan ascoltasse con grande interesse i consigli di George Herbert Bush in materia di politica estera. E non dimentichiamo il ruolo attivo che, ai tempi di George Walker Bush, ebbe Dick Cheney nell’apertura del carcere di Guantanamo. Alla luce di tutto questo, appare allora quantomeno strano il fatto che Pence si sia eclissato. A maggior ragione in un momento tanto drammatico per l’amministrazione Trump.

AMBIZIONI PERSONALI. Un'ipotesi è che il vicepresidente stia nutrendo qualche ambizione personale. Dalle parti del suo staff, ovviamente, tutti garantiscono la sua assoluta fedeltà al grande capo. Eppure, qualche malelingua già da tempo sostiene che in realtà l’ex governatore dell’Indiana stia tramando per fare le scarpe al principale. Non dimentichiamo che la Costituzione statunitense non ammette alcun vuoto di potere: ragion per cui, qualora il presidente in carica esca di scena (per morte, dimissioni o altro), è il vicepresidente a prenderne automaticamente il posto. In questo senso, non si può escludere che Pence possa puntare sul fallimento politico di Trump. Fantapolitica? Forse. Ma il suo silenzio è sempre più assordante. E non è un mistero che, su questioni cruciali come i rapporti diplomatici con la Russia, il vicepresidente sposi idee quasi opposte a quelle del miliardario. Idee che – guarda caso – risultano invece abbastanza in linea con quelle avanzate da alcuni storici nemici repubblicani del magnate (come John McCain e Lindsey Graham). Senza poi trascurare che, secondo il New York Times, il vicepresidente starebbe seriamente pensando di candidarsi alle presidenziali del 2020: un rumor che il diretto interessato – neanche a dirlo – ha seccamente smentito, definendo la rivelazione “offensiva”. Eppure, nonostante tutto, i punti interrogativi restano. Il tempo chiarirà i dubbi sulla fedeltà di Pence. L’unica cosa certa al momento è che l’amministrazione Trump appaia sempre più sull’orlo del collasso. E se la nave affonda, qualcuno potrebbe approfittarne.

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