Sunnat I Khaula, rivista talebani
9 Agosto Ago 2017 1200 09 agosto 2017

Terrorismo, dal Pakistan il nuovo magazine per donne mujaheddin

Mentre dilaga la caccia alle streghe contro al Jazeera, proliferano i veri media jihadisti: i talebani lanciano una rivista per ragazze col kalashnikov. Viaggio nel network di video e fogli illegali firmati al Qaeda e Isis.

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Mentre ormai in tutto il mondo imperversa la caccia alle streghe contro la tivù di al Jazeera e anche Israele intende oscurarne le trasmissioni come l'Arabia saudita, l'Egitto e altri regimi, perché a loro dire «fiancheggia il terrorismo», è passato quasi inosservato il lancio dei talebani in Pakistan del primo numero di un magazine jihadista per combattenti donne.

«IMPARATE A USARE LE ARMI». Sunnat i Khaula, in arabo «la via di Khaula» “omaggia” nel titolo una combattente musulmana del 600 dopo Cristo, l'età di Maometto, incitando nell'editoriale di presentazione le «donne dell'islam a farsi avanti ed entrare nei ranghi dei mujaheddin, organizzare riunioni segrete in casa e invitare altre sorelle di idee jihadiste. Distribuire propaganda sull'obbligo del jihad, arrangiare l'addestramento fisico delle sorelle. Imparare ad azionare armi semplici. Imparare a usare granate».

al Shamikha, femminile di al Qaeda.

Le donne fotografate sono tutte in velo integrale, potrebbero essere anche uomini. Imbracciano kalashnikov sopra le loro tuniche nere. Una di loro, intervistata, è moglie dall'età di 14 anni del capo dei Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp), Fazlullah Khorasani. La rete di terroristi nel Nord-Ovest al confine con l'Afghanistan, affiliata ad al Qaeda e anche al Movimento islamico dell'Uzbekistan a sua volta affiliato all'Isis, cercherebbe con la rivista di reclutare anche donne mujaheddin, dopo aver perso diversi uomini in battaglia negli ultimi anni.

IDEALE PER INDOTTRINARE I FIGLI. Le donne sono importanti in prospettiva anche per far entrare i loro figli nei talebani. Di per sé le istruzioni sull'indottrinamento mentale e fisico e sul confezionare bombe non sono una novità per la propaganda jihadista, e neanche i magazine femminili. Il sedicente Califfato dell'Isis non ne aveva, ma al Qaeda sì, almeno due.

Le riviste sono tanto patinate, come l'ultimo magazine dei talebani, quanto ripetitive nei consigli sul training e per spingere i figli sul sentiero del jihad

Al Khansa del 2004, in “onore” a una poetessa araba del Medioevo che dedicava elegie ai parenti uomini morti in battaglia, e Al Shamikha, «la maestosa», del 2011: tanto patinati come l'ultimo magazine dei talebani (e anche Inspire, quello ufficiale dei proclami di Osama bin Laden) quanto ripetitivi nei consigli sul training e per «spingere i figli sul sentiero del jihad».

AL SHAMIKHA E ISPIRE STESSA DISTRIBUZIONE. La storia dei media jihadisti è lunga e riporta per antitesi al boicottaggio di al Jazeera: l'emittente del Qatar spina nel fianco dei regimi circostanti, in primis di quello confinante dell'Arabia saudita, da dove originano le riviste del network di al Qaeda responsabile delle stragi dell'11 settembre 2001. Al Khansa si dichiara fondata dal suo leader in Arabia saudita Abd al Aziz al Muqrin, ucciso nel 2004 a Riad. Al Shamikha è invece distribuita dalla stessa ala dei media di Ispire, cioè da al Qaeda nella penisola araba (Aqap).

  • Una 16enne tedesca che si era unita all'Isis è stata catturata a Mosul nel luglio del 2017.

Radicata in Yemen, Aqap è la succursale più attiva di sempre del franchising del terrore creato da Bin Laden (e dal quale si sarebbe infine scisso l'Isis, ex Isi, ex al Qaeda in Iraq), perché giardino di casa - con campi d'addestramento - di terroristi come il saudita al Muqrin e lo stesso Bin Laden, saudita di origine yemenita.

PRODUZIONE STERMINATA DI MEDIA. Entrambi combattenti in Afghanistan e padre quest'ultimo anche dei jihadisti talebani, i mujaheddin armati dagli americani contro i sovietici sono presto degenerati: negli Anni 80 e 90 Bin Laden portò in Afghanistan anche diversi combattenti islamici sauditi e yemeniti di fede estremista wahhabita come lui. Si sono insediati in parte anche in Pakistan, dove nel 2011 il medesimo è stato ucciso dagli Usa. Yemen, Afghanistan e Arabia saudita sono la culla della rete internazionale del terrore che, da decenni, attraverso al Qaeda ha generato e genera una produzione sterminata di media di propaganda illegali.

Il materiale è confezionato e diffuso continuamente in svariate lingue e in diversi format a seconda dei target: quelli femminili non sono che la punta dell'iceberg

I più aggressivi sono quelli veicolati da internet. Il materiale è confezionato e diffuso continuamente in svariate lingue e in diversi format a seconda dei target: quelli destinati a un pubblico occidentale e le riviste femminili citate non sono che la punta dell'iceberg. Si sa che gran parte dei video passa dalla casa madre di produzione di al Qaeda As-Sahab Foundation (l'equivalente dell'al Hayat Media Center dell'Isis) con sede probabilmente in Pakistan.

DECINE DI WEBMASTER NEL MONDO. Il comparto online di al Qaeda si deve invece al Fajr Media Center, più vicino all'area araba e africana, ma con decine e decine di webmaster sparsi nel mondo. Tutta la ricostruzione per dire che la pericolosa catena, a questo punto fuori controllo della diffusione dei media per il reclutamento di migliaia di jihadisti, non è imputabile all'orientamento filo Primavera araba e filo palestinese di al Jazeera.

Inspire (al qaeda) vs Dabiq (Isis).

Ma è il risultato di quanto seminato anni e anni prima, poi moltiplicatosi e propagatosi per anni, dal terrorismo di matrice saudita: una rete ereditata anche dall'Isis e da quanti verranno dopo. Certo le autorità saudite e Usa hanno ucciso alcuni capi della propaganda di al Qaeda e bombardato delle loro basi.

E AL JAZEERA RISCHIA DI CHIUDERE. Ma caduta una testa – senza bloccare i grossi finanziamenti, necessari anche per la macchina dei media, che si dicono di «privati dal Golfo» e statali solo nel caso Qatar – ne spunteranno altre come quelle della nuova rivista talebana Sunnat i Khaula. Con Israele e anche gli Stati Uniti di Donald Trump contro, rischia invece di chiudere davvero la redazione dell'emittente fondata nel 1996 dalla dinastia degli al Thani di Doha, sempre più vicini tra l'altro all'Iran arcinemico dei sauditi e degli israeliani.

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