Mattis Trump Mccain
27 Agosto Ago 2017 1200 27 agosto 2017

Trump, sugli esteri passa la linea di militari e vecchia guardia Gop

Dall'Afghanistan all'Egitto, guadagnano potere gli uomini dell'esercito capitanati dall'ex generale Mattis. Così come i repubblicani alla McCain. Mentre gli ideologi dell'ultradestra urlano al tradimento.

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La guerra tra gli ideologi dell'ascesa di Trump al potere, i generali del Pentagono e l'ala repubblicana capitanata del senatore John McCain è ufficialmente cominciata. Dopo la scelta di bloccare aiuti e fondi militari al Cairo di Abdel Fattha al Sisi per i mancati progressi sul piano dei diritti umani, il magazine Front Page non ha dubbi: «Il dipartimento di Stato americano sta minando la politica estera del presidente Donald Trump».

BORDATE DALL'IDEOLOGO. Potrebbe sembrare un dettaglio, ma non lo è. Front Page è infatti il magazine di David Horowitz, cioè il più importante ideologo della campagna di Trump, l'uomo che ha aiutato nella loro ascesa l'ex stratega della Casa Bianca, Steve Bannon, e il consigliere politico Stephen Miller.

Donald Trump.

ANSA

Horowitz, un passato di fede comunista e di vicinanza al movimento delle black panthers, è passato dall'estrema sinistra a votare Ronald Reagan e ha dedicato la seconda metà della sua vita a scrivere articoli e opere come Il libro nero della sinistra americana, una summa dei supposti crimini del Partito democratico e da ultimo di Hillary Clinton. Negli ultimi anni il suo "David Horowitz Freedom center", associazione no profit di propaganda di ultradestra - «una scuola di guerra politica», da definizione del suo fondatore - ha raccolto milioni di dollari da dedicare alla causa. E li ha usati anche per finanziare formazioni di destra europea come il partito neonazista olandese di Geert Wilders.

TILLERSON PRIMO "TRADITORE". Il suo ultimo libro, nato come pamphlet contro i liberal americani, si è trasformato nel manifesto politico della campagna elettorale di The Donald e con il titolo Una grande agenda: il piano del presidente Trump per salvare l'America nel 2016 ha stazionato per settimane nella classifica dei best seller del New York Times. Ma ora, nel conflitto tra i pro establishment e gli anti establishment, i più oltranzisti e i più moderati dell'amministrazione Trump, Horowitz sta perdendo. E ha messo nero su bianco chi è per lui il primo traditore: il segretario di Stato Tillerson, colpevole a suo dire di rispondere non tanto a Trump ma al senatore repubblicano John McCain, numero uno della commissione Affari militari del Senato.

Il senatore repubblicano John McCain

La mossa egiziana ha spiazzato gli analisti di Washington più della retromarcia sull'Afghanistan. La discussione sulla possibilità di inviare nuove truppe a combattere i talebani, secondo il Washington post, andava avanti da mesi. Del resto, tra la vittoria alle presidenziali e il suo arrivo alla Casa Bianca, Trump aveva dimostrato una certa flessibilità con il Pentagono, accogliendo nel suo transition team pezzi dell'establishment militare interventista e di intelligence come l'ex numero uno della Cia James J. Woolsey.

PRESIDENTE DA CONTROLLARE. In quelle prime settimane era stato annunciato un aumento della forza militare statunitense e un'inversione di rotta rispetto alle scelte di Barack Obama. Poi invece Trump aveva fatto di testa sua sulle agenzie di sicurezza provocando il primo grande strappo con i suoi già riluttanti sostenitori all'interno della destra tradizionale. In questo continuo oscillare del presidente, però, il Dipartimento della Difesa era stato assegnato all'ex generale Mattis, uomo apprezzato dall'establishment di Washington. A gennaio l'Associated press aveva rivelato che proprio il segretario alla Difesa e John Kelly, altro ex generale e attuale capo del personale della Casa Bianca, avrebbero addirittura stretto un patto per non lasciare mai contemporaneamente gli Stati Uniti in modo da poter sempre controllare il loro commander in chief.

FIDUCIA NEI LEADER MILITARI. Il Washington post ha scritto che attualmente l'influenza del Pentagono sul governo è cresciuta molto: «I leader militari», si legge il 23 agosto, «stanno rapidamente consolidando il potere in tutto il ramo esecutivo». E possono contare anche sulla grande fiducia del 72% dei cittadini americani, stando a un sondaggio Gallup, mentre cala il consenso di tutte le altre istituzioni civili, Casa Bianca e Congresso inclusi. Eppure proprio gli uomini del Pentagono alla Casa Bianca sembrano intenzionati a dare maggiore ascolto a quei dirigenti repubblicani che dall'esercito provengono e al Congresso occupano un ruolo cruciale.

La scelta degli Usa di tagliare gli aiuti all'Egitto è stata interpretata per lo più come un avvertimento sulle sue forniture militari egiziane alla Corea del Nord. Eppure l'analista Robert Satloff, direttore esecutivo dell'Istituto di Washington per la politica del Medio Oriente, l'ha definita con il New York Times «soprendente» e «insolita». Né le difficoltà sulla situazione dei diritti umani né i legami con Pyongyang, ha argomentato, sono nuovi. Ma forte era invece la posizione di buona parte del gotha del partito repubblicano. E anche la necessità di ricucirci i rapporti. A partire dal senatore dell'Arizona McCain.

CONTRO IL CAIRO «NON DEMOCRATICO». Eroe della guerra in Vietnam, veterano della politica estera americana, McCain è un grande estimatore del segretario alla Difesa Mattis. Prima che Trump lo scegliesse per la Casa Bianca, i due hanno anche scritto un libro insieme, ma la sintonia con il presidente si ferma qui. A giugno 2017, dopo che il regime egiziano aveva varato la stretta sulle Ong straniere, assieme a Lindesy Graham, altro repubblicano che viene dalle fila dell'esercito, ha subito chiesto al Congresso di legare l'assistenza militare al Cairo ai «criteri democratici» e alle «condizioni dei diritti umani». L'ex candidato alle presidenziali Marco Rubio, a capo della commisione Affari esteri, e altri senatori, avevano scritto direttamente a Trump.

DISPERATA RICERCA DI STABILITÀ. La questione del resto è annosa. L'istituto internazionale repubblicano e l'istituto internazionale democratico, emanazioni dirette della politica di Washington, sono al centro di un braccio di ferro con il regime egiziano da anni. La stampa americana ha confermato che ai tempi della primavera araba avevano portato avanti attività di formazione per gli attivisti egiziani. Nel 2012 la repressione delle loro attività da parte di Mohamed Morsi aveva portato a quella che venne chiamata «la peggiore crisi diplomatica degli ultimi trent'anni» tra Usa e Egitto. E quando al Sisi ha imboccato lo stesso sentiero, gli uomini che contano al Congresso hanno chiesto una reazione. Grazie ai nuovi controllori del presidente, alla disperata ricerca di stabilità, sembrano averla ottenuta.

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