TRUMP
BASSA MAREA 3 Settembre Set 2017 1353 03 settembre 2017

Se Trump sopravvive a se stesso, lo azzopperanno i repubblicani

I commenti ai fatti di Charlottesville e il perdono concesso ad Arpaio potrebbero costare caro al presidente. Per questo o si adegua alla linea Gop o sarà detronizzato dal suo partito che non può perdere il successo ottenuto alle ultime elezioni.

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Il destino della presidenza Trump non è nelle mani dei suoi molti, e spesso esasperati, oppositori ma in quelle dei suoi sostenitori, o alleati di convenienza, cioè del partito repubblicano. Fra poco più di un anno gli americani diranno se The Donald può restare alla Casa Bianca o meno e lo faranno con il voto di metà mandato del 6 novembre 2018. Saranno in gioco come ogni due anni i 435 seggi della Camera di Washington, i 33 del Senato, e questa volta un numero particolarmente nutrito di governatori di Stati (33) e di assemblee legislative statali.

IL REFERENDUM DI MIDTERM. E sarà un referendum su Trump che sancirà il successo (difficile, il partito del presidente spesso perde seggi in queste elezioni), la sostanziale tenuta (che sarebbe per i repubblicani e per Trump un successo) o la sconfitta del partito del presidente. Fino a una manciata di giorni fa, solo in quest’ultimo caso - e quindi dopo il 2018 - il partito repubblicano avrebbe considerato davvero l’ipotesi di mandare a casa in anticipo il presidente, se l’inchiesta sul Russiagate (il ruolo di Mosca nelle trame elettorali americane del 2016, contro Hillary Clinton e a favore di Trump) avesse portato sempre meno fumo e sempre più arrosto.

NESSUN PRESIDENTE CACCIATO CON L'IMPEACHMENT. Va ricordato che l’impeachment viene votato dalla Camera e il Senato funziona da tribunale. Di impeachment si è sempre parlato parecchio nella politica americana, ma mai un presidente è stato cacciato a conclusione della procedura. La Camera, in entrambi i casi con il partito avversario del presidente in maggioranza, votò l’impeachment per Andrew Johnson (1868) e Bill Clinton (1998), entrambi assolti poi dal Senato, e non c’è mai stato un caso in cui il partito del presidente, in maggioranza alla Camera, abbia mostrato disponibilità a concederlo. Richard Nixon fu il solo presidente a lasciare con l’ombra dell’impeachment ma lo fece dando le dimissioni prima che, nel 1974, la Camera democratica lo mandasse a giudizio davanti a un Senato pure democratico. Oggi i repubblicani hanno in mano l’intero Congresso.

Donald Trump ad Aberdeen.

Però Trump è Trump e questa era la situazione fino a 15 giorni fa. Adesso bisogna chiedersi se ci arriverà al 6 novembre 2018. Potrebbero costargli parecchio due brutti scivoloni tutta farina del suo sacco: il primo sono i commenti estemporanei del 15 agosto sugli incidenti a sfondo razzista di Charlottesville, in Virginia, e il secondo, più grave, è il perdono presidenziale concesso il 25 agosto all’ex sceriffo della contea di Maricopa, Arizona, Joe Arpaio. L’ex sceriffo è colpevole, secondo due diversi giudici federali, di avere usato, nonostante l’ordine delle corti, metodi coercitivi anticostituzionali contro presunti immigrati clandestini. Se Arpaio ha chiaramente violato la costituzione Trump, che continua a definirlo «patriota» e sembra quasi voler arrivare alla conta fra chi è con Arpaio e chi contro, l’ha violata concedendogli il perdono. E questo è terreno da impeachment.

IL FALLIMENTO SULL'OBAMACARE. Come si schiererà il partito repubblicano? L’efficacia dell’azione della Casa Bianca e del Congresso repubblicano su vari temi fondamentali di politica interna è scarsa. Non è stato possibile far passare neppure il piano minimo di abrogazione della riforma sanitaria di Obama, grande promessa elettorale, perché un gruppo di senatori repubblicani è contrario ad abbandonare vari aspetti della Obamacare senza un'alternativa che garantisca un analogo accesso alla assicurazione sanitaria a chi solo grazie alla riforma l’ha avuta. Sanno che, in caso contrario, verrebbero puniti dall’elettorato.

LA FAVOLA DEL TAGLIO DELLE ALIQUOTE. La riforma fiscale, che Trump ha avviato nei giorni scorsi con un importante discorso in Missouri, rischia di essere l’ennesimo sogno di tagli delle aliquote che spingono la crescita facendo alla fine vincere tutti: contribuenti, cioè imprese e famiglie, e bilancio federale. Funzionò bene con i tagli fiscali del ministro Mellon (1921-1926), funzionò bene con la riforma Kennedy in vigore dal '64-'65 perché si partiva da aliquote altissime, 74 e circa 90%; fu meno efficace con i tagli di Reagan degli Anni 80. Reagan del resto tagliò due volte le aliquote, aumentò tre volte le tasse e, non avendo alla fine mai tagliato le spese, lasciò un debito monstre triplicato rispetto a quanto ereditato da Jimmy Carter.

I malumori repubblicani contro Trump al Congresso esistono eccome. John C. Danforth, senatore repubblicano del Missouri dal '76 al '95, dice ora che Trump non è repubblicano perché troppo divisivo mentre quello repubblicano è da sempre il partito dell’unione, nato per preservare l’Unione. I repubblicani, come i democratici del resto, sono varie cose insieme, una grande tenda politica dove trovano riparo e identità istanze a volte contrastanti. In Italia spesso si semplifica eccessivamente liquidando i repubblicani come conservatori e i democratici come progressisti, oppure contrapponendo i repubblicani ricchi ai democratici poveri. Ma quest’ultima definizione è assai lontana dalla realtà, senza mai dimenticare che il Sud razzista fu sempre, e fino a pochi lustri fa, solidamente democratico, in misura decrescente dagli Anni 60. Solo recentemente i repubblicani hanno completato la conquista delle assemblee legislative meridionali.

CENTRO CONTRO PERIFERIE. I repubblicani, nonostante tutta la loro enfasi tradizionale sul governo minimalista, sono il partito del governo centrale, il partito nazionalista, dell’industria e della finanza fino a quando 30 anni fa i democratici non hanno cominciato a sfidarli come amici di Wall Street. I democratici sono storicamente il partito delle periferie (il Sud, appunto), delle minoranze (gli immigrati recenti), del sindacato, della piccola gente insomma. E poi dell’intellighenzia accademica ed editorial-giornalistica, ma questo con fatica e solo dopo il 1945.

L'ESPANSIONE GOP. È mezzo secolo ormai che i repubblicani, emarginata a partire dagli ultimi Anni 70 la loro componente liberal che era notevole e aveva accettato alcuni principi del New Deal di Dwight Eisenhower, hanno un perno centrale, un’idea fissa: meno Stato e più mercato. Il loro problema è che non ne hanno molte altre, sono a corto di idee sulle quali chiamare a raccolta gli elettori, e dopo il il 2008 e la grande crisi finanziaria gli americani sono più sospettosi dei meriti del mercato totalmente libero. Gli elettori comunque li hanno premiati molto al Congresso ma soprattutto nei circa 7500 seggi elettivi delle assemblee statali e dei governatorati: 700 in più nel 2010, 300 in più nel 2014, e una perdita di 100 nel 2012, quando Obama fu riconfermato. Oggi il partito ha il più alto numero di seggi legislativi mai avuto dalla fondazione, quasi 170 anni fa. E questo dovrebbe contare qualcosa nel giudizio sull’efficacia o meno delle politiche di Barack Obama, presidente durante questa forte espansione repubblicana.

IL BIVIO DI THE DONALD. I repubblicani sono ordine, tradizione, patria e tutto il resto e certamente la Casa Bianca di Trump, dopo la cacciata dell’iperconservatore movimentista e molto ideologizzato Steve Bannon e di alcuni altri, è saldamente in mano dell’establishment Gop, incardinato sui tre generali Mattis (Pentagono), Kelly (capo dello staff quindi numero due del governo) e McMaster (sicurezza nazionale). Ma c’è Trump. Che o si adegua a una linea repubblicana, modera le decisioni e le uscite estemporanee, smette di essere insomma un imprevedibile e spesso imbarazzante battitore libero, oppure tutto è possibile. Probabilmente dopo una sconfitta elettorale nel 2018, ma non è detto. I repubblicani sanno benissimo, i risultati del 2006 lo ricordano, quanto sia facile perdere la recente cornucopia di voti locali e al Congresso.

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