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Europa sotto attacco

Deir ezzor Siria
4 Settembre Set 2017 1200 04 settembre 2017

Isis, dove vanno gli affiliati del Califfato in fuga dalle zone liberate

Libano e Iraq non li vogliono ai confini. Ma il Califfato non si dissolve nel nulla. I jihadisti evacuati a Deir Ezzor, i 3 mila diretti in Europa, le centinaia nei nuovi santuari nel Sud della Libia: le mete.

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Adagiata lungo l'Eufrate, prima della guerra Deir Ezzor era il maggiore centro dell'Est della Siria, a un'ora e mezza di auto da Raqqa. Una bella città multietnica di circa 200 mila abitanti, più o meno come la non lontana capitale del sedicente Califfato: campo di battaglia, Deir Ezzor, dal 2015 tra i miliziani dell'Isis che hanno finito per assediarla, i russi e gli Hezbollah libanesi comandati dall'Iran alleati del regime siriano di Assad, infine anche i sunniti moderati e i curdi che nell'offensiva marciano su Raqqa. Ma se Raqqa, come Mosul in Iraq, verrà prima o poi liberata, il destino di Deir Ezzor è in prospettiva segnato: nella città vicina al confine iracheno vengono già trasferiti, in base a un indigesto accordo di resa con gli Hezbollah e il governo libanese, gli sfollati dell'Isis dalla Siria occidentale.

RIMPALLO DI JIHADISTI. La logica di scaricabarile suscita forti tensioni tra i governi di Baghdad e di Beirut, in teoria alleati e anche politicamente affini per il ruolo rilevante degli sciiti filo-iraniani nel controllo militare e nei governi e per la concomitante presenza sunnita. Ma porta alla luce una delle dinamiche imprescindibili per la fine di ogni guerra e la normalizzazione dei Paesi coinvolti: al contrario di al Qaeda, l'Isis non è solo attentati e propaganda mediatica e politica, ma una realtà territoriale con famiglie di civili che non sventolano necessariamente tutti bandiere nere né tagliano gole. Da far evacuare adesso, in special modo donne e bambini, in un qualche posto possibilmente monitorabile. De-radicalizzare e in parte processare come fu in Europa dopo la capitolazione nazista.

L'autobus dell'isis.

GETTY

Il premier iracheno sciita Haider al Abadi ha dichiarato un «insulto» alla sua popolazione il trasferimento via bus (il tragitto è stato anche bombardato dagli Usa su imput di Baghdad) di terroristi da Qalamoun, adiacente al Libano, verso il confine iracheno: «All'Isis non deve essere data alcuna possibilità di respirare». Ma Beirut difende il compromesso con l'Isis, in cambio dei corpi di nove soldati libanesi sequestrati e uccisi, avuti indietro dal sedicente Califfato. Che comunque non si dissolve come narra la propaganda di guerra, in parte anche occidentale, per tranquillizzare l'opinione pubblica: «Il ritorno di fino a 3 mila suoi combattenti stranieri verso l'Europa», come allertato dall'organo di monitoraggio della Commissione Ue Radicalisation awareness network (Ran) alla vigilia degli attentati in Spagna del 17 agosto, è un'altra – e più pericolosa, perché ancor meno tracciabile – delle rotte dell'Isis in disgregazione.

CRISI TRA IRAQ E LIBANO. Il timore sensato di Baghdad è proprio che da Boukamal (l'estremo lembo orientale della provincia di Deir Ezzor liberato nel giugno scorso dalla coalizione anti-Isis siriano-irachena), i jihadisti riprendano a penetrare in Iraq: tra Raqqa e Deir Ezzor si combatte ancora aspramente contro gli uomini del sedicente Califfato, i suoi sfollati potrebbero trovare lì ancora una buona rete di appoggi per compiere attentati e riguadagnare qualche avamposto tra la Siria e l'Iraq. Oltre 42 mila combattenti stranieri si stimano essere confluiti in totale nelle file dell'Isis (senza contare quelli in decine di gruppi jihadisti rivali affiliati al Qaeda), di rinforzo alle altre decine di migliaia locali: tra loro, circa 600 per l'esercito libanese sarebbero in ritiro da Qalamoun e anche dalla regione libanese confinante di Arsal.

In Libia centinaia di miliziani dell'Isis si sono spostati da Sirte nel deserto del Fezzan. Un santuario anche per jihadisti in fuga da Siria e Iraq

Più o meno il numero dei miliziani del sedicente Califfato che, attraverso la frontiera meridionale e corridoi dalle città di Derna e Sabratha, si erano insediati anche a Sirte, in Libia: dove dalla liberazione alla fine del 2016 non è andata molto diversamente. Se da una parte, come già nella capitale irachena di Mosul e ora nella siriana di Raqqa e nei territori occupati, si sono decapitate e si decapitano le catene di comando militari e politiche dell'Isis, dall'altra centinaia di suoi miliziani in Libia (per la grande maggioranza stranieri) grazie a reti clandestine si sono rifugiati nel Sud desertico del Paese: poco o nulla controllato se non da contrabbandieri e trafficanti non di rado affiliati ad al Qaeda nel Maghreb (Aqmi), un'ala della quale migrata nell'Isis.

I SANTUARI IN LIBIA. Zona ancora più franca delle regioni liberate da Hezbollah e dai sunniti e dai curdi in Siria e in Iraq, la Libia meridionale e la fascia subsahariana degli Stati vicini rappresentano un approdo ideale anche per centinaia di jihadisti in fuga dal Medio Oriente: analisti e servizi segreti stanno da mesi ammonendo sul flusso verso questi nuovi santuari dell'Isis dall'Asia all'Africa. In Libia, in particolare attorno all'oasi di Sebha, capitale del Fezzan e dopo Kufra (dove pure opererebbero cellule dell'Isis) storico snodo della tratta dei migranti. Anche il Comune di Sabratha, dove nel febbraio 2016 furono decapitati i vertici e fu distrutto un suo campo d'addestramento del sedicente Califfato, questa estate ha messo in allarme sul ritorno nel 2017 di gruppi di combattenti nel suo territorio costiero vicino a Tripoli e anche alla Tunisia. Come sempre neanche l'Isis si distrugge ma si trasforma.

Libia, il capitano italiano Giulio Karim racconta le sue battaglie

Latitante nel nostro Paese, ora guida le navi delle forze speciali libiche. In missionie tra migranti e sfollati. Dopo la prigione sotto Gheddafi, i mesi da rivoluzionario, la guerra all'Isis. L'intervista a Lettera43.it. Un Bertram come quelli un tempo ormeggiati nella vecchia Rimini Yacht, ridipinto in verde mimetico però, fa la spola da nave ambulanza verso Misurata, Sirte e Bengasi.

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