Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

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Migranti
6 Settembre Set 2017 1900 06 settembre 2017

Migranti, il grande paradosso della fine dei ricollocamenti

L'Ue boccia il ricorso di Slovacchia e Ungheria contro la ridistribuzione perché il meccanismo «è efficiente». Ma nello stesso giorno annuncia che il programma non sarà rinnovato. Così vincono gli egoismi degli Stati.

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Sarà che Bruxelles è stata la casa di René Magritte, ma è puro surrealismo la coincidenza per la quale proprio nel giorno in cui la Corte di giustizia dell’Unione europea ha bocciato i ricorsi di Ungheria e Slovacchia contro il meccanismo di ricollocamento dei migranti, il commissario agli Affari interni e alle Migrazioni Dimitris Avramopoulos ha dichiarato che il ricollocamento non sarà esteso oltre la data del 26 settembre 2017.

NOTIZIA DAL PESO SPECIFICO ENORME. Avramopoulos lo ha spiegato rispondendo alle domande dei giornalisti a margine della conferenza stampa in cui esponeva i progressi compiuti finora nella gestione dei flussi migratori e a poche ore dalla decisione dei giudici di Lussemburgo. E questa seconda notizia, apparentemente marginale rispetto alla prima, ha un peso specifico maggiore.

La sede della Corte di Giustizia europea.

Con la sentenza del 6 settembre i giudici di Lussemburgo hanno rifiutato in toto gli argomenti di Budapest e Bratislava, in particolare il fatto che il meccanismo non fosse efficiente. E lo hanno fatto con una certa brillantezza, argomentando che c'è poco da parlare di inefficienza se diversi Stati Ue non hanno rispettato gli obblighi decisi dal Consiglio dei capi di Stato e di governo nel 2015.

LA SOLIDARIETÀ HA VINTO, MA ORA FINISCE. Ma intanto mentre Viktor Orban sale ancora una volta sugli scudi, con una procedura di infrazione che pende sulla sua testa, i migranti che eventualmente accoglierà si limiteranno a quelli arrivati sulle coste italiane e greche entro il 26 settembre. Ora che la solidarietà ha vinto, si potrebbe riassumere, finiamola qua.

  • Il commissario Avramopoulos commenta la posizione dell'Ungheria.

Il rapporto presentato dalla Commissione spiega che fino al 4 settembre sono stati ricollocati 27.695 migranti. E nel dettaglio 19.244 dalla penisola ellenica e 8.451 dall’Italia. A partire da febbraio si è raggiunta una media di 2.300 ricollocamenti al mese, tanto da far dire ad Avramopolous: «Oggi giorno vediamo risultati chiari ed efficaci», anche se bisogna essere ancora «più ambiziosi» e soprattutto «non c'è tempo da perdere».

SOLO MALTA E FINLANDIA IN REGOLA. I Paesi che hanno risposto pienamente ai loro obblighi nei confronti di entrambi gli Stati Ue di frontiera sono però solo Malta e Finlandia. Mentre Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria sono già al secondo stadio della procedura di infrazione, e il terzo è essere deferiti alla corte di giustizia.

OBIETTIVO 98 MILA NEMMENO AL 50%. Nel conteggio non rientrano altri 8 mila ricollocamenti realizzati sotto l'ombrello di una precedente decisione del Consiglio Ue, ma in ogni caso l'obiettivo di oltre 98 mila migranti da accogliere deciso dai capi di Stato e di governo a settembre del 2015 non è stato soddisfatto nemmeno al 50%.

Le cifre che riguardano l'Italia? Su un target di 34 mila, ci sono impegni finanziari per l'accoglienza di circa 15 mila persone, il doppio di quelli realmente presi in carico da altri partner Ue

Ci sono diversi fattori che spiegano "il fallimento". Prima di tutto i deficit di solidarietà. Pochi ricollocamenti finanziati e ancora meno realizzati rispetto al target prefissato. Le cifre che riguardano il nostro Paese, per esempio: su un target di 34 mila, ci sono impegni finanziari per l'accoglienza di circa 15 mila persone, il doppio di quelli realmente presi in carico da altri partner Ue.

IN ITALIA APPENA 4 MILA REGISTRATI. Ma influiscono anche ritardi nelle procedure dei Paesi di prima accoglienza. Attualmente, spiega il comunicato della Commissione, in Grecia ci sono ancora 2.800 persone che attendono di essere ricollocate e altre 2 mila sono "eleggibili", cioè hanno le caratteristiche per far parte del programma. In Italia invece ci sono 7.200 persone eleggibili, ma ne abbiamo registrati solo 4 mila. Al punto da dover ancora una volta essere richiamati a essere più efficienti.

MENO PERSONE DA RICOLLOCARE. Infine, ha spiegato Avramopoulos, «con la firma del patto con la Turchia gli arrivi in Grecia sono diminuiti del 97% e la maggioranza dei migranti che giungono in Italia in realtà non sono ammissibili». Il criterio dice che sono ammessi al ricollocamento solo coloro che provengono da un Paese per cui almeno il 75% dei richiedenti asilo vedono la loro domanda accettata. Accordi con i Paesi terzi, migranti economici e alla fine «il numero delle persone da ricollocare è risultato minore».

L'obiettivo di oltre 98 mila migranti da accogliere deciso dai capi di Stato e di governo a settembre del 2015 non è stato soddisfatto nemmeno al 50%.

ANSA

Basta questo per giustificare la decisione di chiudere il programma? Gli arrivi ci sono ancora. E pur considerando i 12 mila ricollocabili già presenti nei centri di accoglienza greci e italiani e anche coloro che sono destinati ad arrivare entro il 26 di settembre, non si raggiungerebbe nemmeno la quota di 50 mila profughi ridistribuiti tra i Paesi europei.

IL PARLAMENTO AVEVA CHIESTO IL RINNOVO. Inoltre c’è un fatto politico non da poco: a maggio il parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui chiedeva a Consiglio e Commissione di estendere il meccanismo di ricollocamento. Dunque, a maggiore ragione dopo la sentenza della Corte Ue, perché sospenderlo?

  • Avramopolous annuncia che il ricollocamento non verrà esteso oltre il 26 settembre.

Il nodo è politico ed è la conferma di un cambio di passo fondamentale nella strategia di gestione dei flussi migratori da parte dei Paesi nell'Unione europea, la scommessa su quelle che Avramopolous chiama «tutte le leve possibili». E cioè rimpatri e accordi con gli Stati terzi.

SCHLEIN: «QUESTA È UNA VERGOGNA». Elly Schlein, eurodeputata di Possibile e relatrice della riforma del regolamento di Dublino per il gruppo dei Democratici e socialisti, è convinta che la ragione della scelta della Commissione, che sempre ha spinto sul principio di solidarietà, si trovi nel muro dei capi di Stati e di governo: «Il parlamento ha chiesto di estendere questo piano fino alla complessiva riforma di Dublino per poi creare un meccanismo centralizzato e automatico di ridistribuzione. È una vergogna che la Commissione abdichi al suo ruolo politico e si rassegni agli egoismi degli Stati. Trovo paradossale che nello stesso giorno in cui la Corte di giustizia sancisce il principio solidarietà prenda questa decisione: sconfessa se stessa».

Elly Schlein.

L'assemblea degli eurodeputati dovrebbe riuscire a presentare la sua proposta per la fine dell'anno. Nel negoziato Schlein punta soprattutto a cancellare il principio dell'accoglienza nel Paese di primo ingresso. Nel progetto presentato dalla Commissione a maggio del 2016 infatti c'è l'idea che gli Stati in prima linea si prendano carico di tutti i profughi fino a quando non abbiano superato la soglia della loro capacità di accoglienza del 150%. Ma a questo punto, secondo l'eurodeputata, «la Commissione potrebbe riformulare la sua proposta». L'esecutivo ha infatti annunciato che presenterà un piano completo nei prossimi mesi.

«L'ITALIA HA MOLLATO LA PARTITA». «La discussione in Consiglio», argomenta l'europarlamentare, «non è mai entrata nel vivo, ci sono enormi divisioni». E poi, prosegue, «dopo l'accordo con la Turchia la Germania ha cambiato il suo approccio per ammorbidire le tensione con i Paesi del gruppo Visegrad. E devo registrare che anche l'Italia ha mollato questa partita».

L'accelerazione del ministro Marco Minniti sul codice delle Ong e sul patto con la Libia, il tentativo (fallito) di provare a condividere gli sbarchi, sarebbero dunque effetti del riconoscimento che la ridistribuzione non sarebbe stata accettata. Ci siamo quindi allineati, abbiamo rinunciato.

«EPPURE I NUMERI SONO GESTIBILI». «Eppure», osserva Schlein, «Non siamo di fronte a un'invasione, sono numeri facilmente gestibili. E invece stanno andando a pieno regime con gli accordi con i Paesi terzi e il migration compact. Siccome non sono in grado di condividere le responsabilità, allora stanno spostando le frontiere. Ma è solo spostare anche la sofferenza e la morte un po' più in là». Qualcuno la definisce realpolitik.

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