Rohingya
11 Settembre Set 2017 1901 11 settembre 2017

Birmania, la persecuzione dei Rohingya in cinque punti

Le violenze dell'esercito definite «pulizia etnica». La condizione apolide della minoranza musulmana. La radicalizzazione dei gruppi armati. Le critiche al Nobel Suu Kyi e il difficile equilibrio tra giunta e politica.

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Dopo più di due settimane di violenze ininterrotte e notizie drammatiche, l'11 settembre le Nazioni Unite hanno infine denunciato quanto sta accadendo in Birmania come un «perfetto manuale di pulizia etnica». Il 151esimo Stato più povero del mondo vive uno dei suoi periodi più drammatici (e la sofferenza non è certo una novità qui): la repressione da parte dei militari contro la minoranza musulmana dei Rohingya ha già portato all'esodo di centinaia di migliaia di persone e centinaia di morti. La crisi è accentuata, almeno dal punto di vista occidentale, dalla disillusione (ingiustificata) sulla figura del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, a capo del governo dal 6 aprile 2016.

1. Gli scontri tra militari e Rohingya

La repressione dei Rohingya è iniziata il 25 agosto, quando un drappello del gruppo armato della minoranza musulmana ha attaccato alcune stazioni di polizia nel Rakhine, la regione nel Nord Ovest della Birmania dove sono insediati. Le forze di sicurezza hanno risposto con una violenza definita da molti spropositata, incendiando decine di villaggi, sparando sui civili e usando una brutalità tale da spingere l'Onu a parlare di pulizia etnica. Fonti Onu stimano che il bilancio dei morti sia di almeno mille vittime. Oltre 370 mila persone, secondo le Nazioni Unite, sono entrate nel confinante Bangladesh e hanno urgente bisogno di assistenza, mentre si aggrava la già disastrosa situazione umanitaria lungo la frontiera.

GLI ESTREMISTI BUDDHISTI. La maggior parte dei nuovi arrivati risiede in baraccopoli già esistenti, in campi delle Nazioni Unite, in tre nuove baraccopoli che sono emerse di recente o nella comunità ospitante. Molti rifugiati sono però bloccati in terre di nessuno al confine con la Birmania. La repressione è fomentata e aiutata dalla maggioranza buddhista del Rakhine, che ormai da secoli convive con la minoranza musulmana e la considera un fastidioso intruso.

La composizione etnica della Birmania (Fonte: al Jazeera).

2. Decenni di persecuzioni

Una delle popolazioni più perseguitate al mondo, i Rohingya che vivono in Birmania sono circa 1,1 milioni. In Birmania sono stanziati prevalentemente nello Stato del Rakhine, dove convivono con la maggioranza Buddhista che in questa zona ha numerosi gruppi particolarmente estremisti e in alcune occasioni violenti. I Rohingya sono considerati da molti birmani immigrati illegali e per questo sono da sempre oggetto di discriminazione.

CITTADINANZA NEGATA. Il governo birmano li considera un popolo senza Stato, e gli nega la cittadinanza. Da parte sua, la minoranza musulmana rivendica la sua origine proprio nei territori in cui oggi vengono perseguitati.

L'esodo dei Rohingya dal 1970 (Fonte: al Jazeera).

3. La radicalizzazione e il sostegno dall'estero

Gli anni di discriminazione hanno portato alla nascita dell'Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya (Arsa), che si presenta come milizia di autodifesa e riscossa della minoranza. Si tratta di una nuova dinamica nella situazione della regione, dove fino a poco tempo fa le pesanti discriminazioni a cui sono sottoposti un milione di musulmani non avevano dato lo spunto a movimenti armati organizzati. Il 10 settembre i ribelli hanno proclamato una tregua di un mese e hanno esortato il governo birmano a fare lo stesso. La loro battaglia sta prendendo una dimensione internazionale, con sempre più esponenti del mondo islamico che stanno facendo sentire la loro voce.

ERDOGAN IN PRIMA FILA. Primo tra tutti, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che da anni cerca di formarsi un'immagine di paladino dell'islam nel mondo. L'interessamento del mondo musulmano si è espresso anche, criticamente, con il sostegno all'Arsa da parte di gruppi estremisti del Bangladesh e con i finanziamenti e l'addestramento provenienti da Paesi del Golfo e Pakistan. L'elemento religioso sta trasformando l'opposizione della minoranza, radicalizzandola fino ad assumere alcune caratteristiche riconducibili alle più agguerrite organizzazioni jihadiste.

4. L'attacco a Aung San Suu Kyi

La Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, per oltre 20 anni idolatrata dai media come unica speranza per il Paese, è accusata da più parti di rimanere in silenzio davanti alla violenza dei militari verso quelle minoranze che aveva giurato di difendere. Aung San Suu Kyi è al potere dal 6 aprile 2016 e in oltre un anno e mezzo le violenze contro i Rohingya non hanno fatto che aumentare. Una petizione online è stata avviata sulla piattaforma Change.org per chiedere al comitato del Nobel per la Pace di revocarle il Premio e al momento la petizione è stata firmata da oltre 410 mila persone.

CRITICATA DAI MEDIA CHE NE HANNO FATTO UN MITO. I principali quotidiani occidentali (Nyt, Time, Guardian, solo per citarne alcuni) la stanno attaccando a testa bassa. Secondo Francesco Montessoro, docente di Storia dell'Asia all'Università degli Studi di Milano intervistato da L43, le accuse non tengono in considerazione due fattori fondamentali. I militari non sono sotto il controllo del governo e hanno il potere assoluto sull'esercito e le regioni di confine (dove Suu Kyi non ha giurisdizione). Inoltre, chi le imputa di non far sentire la sua voce non tiene conto del fatto che l'assetto della nuova Birmania si basa su un equilibrio fragilissimo tra generali e politici.

5. Il fragile equilibrio istituzionale

Per 50 anni la Birmania è stata governata da giunte militari che si sono succedute al potere. Il processo di transizione, iniziato alla fine degli Anni 2000 dall'ex primo ministro e presidente Thein Sein, ha portato il Paese da un regime militare a una semi-democrazia unica nel suo genere, in cui ai militari è stato garantito il potere su tre dicasteri fondamentali (Difesa, Interni e Confini) oltre che il 25% dei seggi parlamentari.

UNA CONQUISTA EFFIMERA. Nel 2015, Aung San Suu Kyi è stata eletta a Consigliere di Stato, una carica creata ad hoc per via di una legge contra personam che le impedisce di salire alla presidenza. I militari hanno concesso una parte del loro potere a istituzioni civili, ma se la leader dovesse ingaggiare uno scontro contro di loro sulla questione dei Rohingya rischierebbe di far crollare quel sistema cui si è giunti in mezzo secolo dopo molte battaglie.

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