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25 Settembre Set 2017 1312 25 settembre 2017

#Takeaknee, le cose da sapere sulla protesta contro Trump

Iniziata da un giocatore di football per le violenze della polizia, la contestazione contro il razzismo in America dilaga nel baseball, negli altri sport e nella musica. Mentre gli indici di gradimento del presidente affondano.

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«E ora licenziateci tutti»: la protesta del football americano contro Donald Trump sta assumendo dimensioni senza precedenti, dilagando nel basket, nel baseball, nel mondo dello spettacolo. Il tycoon aveva chiesto di boicottare le partite e di cacciare via dai campi di football e di licenziare i giocatori che per protesta si inginocchiano e non cantano l'inno. È bastato questo per creare un simbolo che ha velocemente travalicato anche i confini nazionali, con non poco imbarazzo per la Casa Bianca. Lo scontro oramai assume sempre più i contorni dell'ennesima polemica razziale, e rischia di danneggiare il presidente non poco.

1. La protesta nata contro le violenze della polizia

Il primo a utilizzare questa forma di protesta è stato il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, poco più di un anno fa, per denunciare la violenza della polizia verso gli afroamericani ed esprimere solidarietà al movimento 'Black Lives Matter'. Da allora la campagna #takeaknee, inginocchiamoci, ha fatto molti proseliti, e non solo nel mondo del football.

2. L'appoggio della Lega

I giocatori dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens -due team della lega professionistica di football - hanno scelto come teatro il mitico stadio londinese di Wembley per mettere in scena la loro denuncia: tutti in ginocchio, l'uno abbracciato all'altro, in segno di sfida al presidente. Non solo gli atleti, ma anche i membri dello staff delle due squadre, gli allenatori, i delegati, i massaggiatori. E al loro fianco anche i proprietari dei club in segno di solidarietà. Poi via via la stessa scena su tutti gli altri campi in cui si è giocata la giornata di campionato. Insomma, una vera e propria rivolta appoggiata dalla Lega.

3. Popolarità di Trump ai minimi

La bufera sta investendo il presidente americano e rischia di renderlo ancor più impopolare di quanto già indichino gli ultimi sondaggi: mai da oltre 60 anni - dalla presidenza di Harry Truman - un inquilino della Casa Bianca dopo otto mesi ha avuto un rating così basso, appena il 39%.

4. La protesta dilaga

Lo sdegno per la parole di Trump è stato irrefrenabile, soprattutto sui social. La star della Nba LeBron James (che aveva definito Trump «uno straccione» per aver attaccato l'altra stella della Nba Stephen Curry) è tornato alla carica accusando il presidente di «usare lo sport per dividere ancor di più gli americani». Cominciano a farsi sentire anche gli sponsor, con Under Armour - il colosso dell'abbigliamento sportivo che ha come uomo immagine Curry e che in passato ha avuto come testimonial anche Muhammad Alì - che si è schierata con la protesta.

CONTAGIATO IL MONDO DELLA MUSICA. Intanto a New York, durante un concerto al Central Park, la leggenda della musica soul Stevie Wonder, nonostante il precario equilibrio dovuto all'età, si è inginocchiato davanti al pubblico, aiutato dal figlio: «Lo faccio per l'America». Tra i vari artisti che hanno seguito il suo esempio, anche Pharrel Williams ed Eddie Vedder.

5. La Nascar si tiene fuori

«Sono orgoglioso della Nascar e dei suoi fan. Non hanno mancato di rispetto al Paese e alla bandiera: lo ha fatto in modo chiaro e forte», ha twittato Trump a proposito dei piloti di un circuito di corse automobilistiche che non si sono uniti alle proteste.

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