Catalogna

Indipendenza della Catalogna

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DIPLOMATICAMENTE
11 Ottobre Ott 2017 1528 11 ottobre 2017

Catalogna, i peccati capitali dell'indipendentista Puigdemont

Ha sottovalutato l'inflessibilità del premier spagnolo Rajoy e il favore del popolo al dialogo. Barcamenandosi in un equilibrismo estremamente ambiguo. E finendo spalle al muro. 

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Chi non ha provato un moto di ripulsa per il brutale uso della forza da parte della Guardia Civil spagnola e, per converso, un’istintiva simpatia e solidarietà per i cittadini catalani, malmenati perchè volevano partecipare al voto referendario sull’indipendenza della loro regione? Ma ciò è avvenuto in primis perché nei Paesi democratici è inaccettabile che si possa impedire l’espressione del proprio pensiero, tanto più se riferita al fondamentale diritto di voto, non necessariamente perché si condivideva l’organizzazione del referendum, palesemente illegittimo perché basato su una legge altrettanto palesemente incostituzionale. E poi perché qualunque persona informata imputava al premier spagnolo Mariano Rajoy la sordità osservata di fronte alle istanze autonomistiche della Catalogna, accentuate dalle ripercussioni della crisi economico-finanziaria di questi ultimi anni.

FISSAZIONE INDIPENDENTISTICA. Ma forse Carles Puigdemont, la cui carriera politica si è sviluppata all’insegna di una vera e propria fissazione indipendentistica, ci ha letto un sostegno indiretto alla sua causa, portata avanti nella deliberata consapevolezza dell’appoggio minoritario che essa godeva (41% secondo un sondaggio finanziato dalla sua stessa Generalitat nel luglio scorso) e che è stato sostanzialmente confermato dall’esito del referendum del primo ottobre scorso, pur tarato in ragione delle condizioni improbabili, a dir poco, in cui si è svolto. Forse, secondo qualche malevolo, la sua pervicacia referendaria è stata determinata proprio dalla consapevolezza di questa minorità e del fatto che essa rischiasse di allargarsi a favore di un negoziato autonomistico; rischio da contrastare con ogni mezzo. Anche a costo di un avventuroso percorso incostituzionale.

Puigdemont, però, non ha verosimilmente valutato ciò che sarebbe avvenuto nei giorni seguenti: a partire dalla dichiarata inflessibilità di Rajoy, per proseguire col richiamo severo e senza sfumature dello stesso re Felipe, quindi con l’allineamento a Madrid dell’Unione Europea, e infine e soprattutto con la sollecitazione popolare a favore del dialogo Madrid-Barcellona per la salvaguardia dell’unità della Spagna che ha visto una larga partecipazione nel Paese e nella stessa Catalogna. E infine con le brusche prese di posizione di importanti esponenti dei cosiddetti poteri forti, in testa il Banco Sabadell.

UN VICOLO QUASI CIECO. Detto in altri termini, col passare dei giorni l’opzione indipendentistica ha mostrato alla popolazione catalana non solo i suoi limiti ma anche i rischi cui si esporrebbe se portata avanti come annunciato. E il fatto stesso che la fatidica dichiarazione di indipendenza non sia stata annunciata nelle 48 ore seguenti l’ufficializzazione dell’esito del referendum sta a indicare come lo stesso Puigdemont stia riflettendo sul da farsi e forse stia soppesando il valore finale della concezione ideologico-settaria che ha cavalcato fino ad ora, prendendo le misure del vicolo quasi-cieco in cui si è posto dopo essersi tagliato tutti i ponti dietro le spalle. Superfluo annotare che nei suoi calcoli ha trovato necessariamente spazio anche la sequenza delle azioni che Madrid è andata adottando sul piano della sicurezza (frontiere, aeroporti, porti, eccetera) e quelle che potrebbe adottare nel caso in cui si configurassero gli estremi per l’adozione dell’art.155, cioè il sostanziale commissariamento della Generalitat.

SPACCATURA SEMPRE PIÙ EVIDENTE. A questo riguardo occorre fare menzione della gravità del cosiddetto “piano segreto” degli indipendentisti, trovato in casa di Josep María Jové Llado, il segretario generale della vicepresidenza catalano arrestato lo stesso 20 settembre con l’accusa di sedizione; piano che prevedeva un processo di transizione in tre tappe con il coinvolgimento degli stessi Mossos catalani. Piano che è stato diffuso alla stampa per dare il senso degli intenti sovversivi degli indipendentisti (e di conseguenza della legittimità della mano dura di Madrid), nonché per screditare ulteriormente la loro azione anche agli occhi dei catalani che vedono criticamente qualsivoglia ipotesi di secessione. Insomma, si è arrivati all’appuntamento delle 18 di martedì 10 ottobre del parlamento catalano in un clima di grande tensione e di palpabile contrapposizione tra indipendentisti e unionisti.

Il premier spagnolo Mariano Rajoy.

Puigdemont non ha annunciato la formale dichiarazione unilaterale di indipendenza, segno di una qualche disponibilità di principio ad aprire uno spiraglio di “dialogo” con Madrid; ha voluto anche sottolineare che il popolo catalano si sente parte di quello spagnolo. Nello stesso tempo, però, ha ripercorso i passaggi fondamentali della storia dei rapporti tra Madrid e Barcellona dal franchismo in avanti, fermandosi, giustamente, sullo strappo operato nel 2010 dalla Corte costituzionale sull’accordo sull’autonomia del 2006 e sulla sordità di Madrid in questi ultimi anni. E ha rivendicato la legittimità della legge sulla consultazione, dichiarata incostituzionale, e dunque della chiamata referendaria e del valore del voto favorevole all’indipendenza, oscurando il fatto che il risultato, comunque letto, non lascia dubbi sul fatto che i voti indipendentistici si siano confermati minoritari.

NESSUNO SCONTO DA MADRID. Discorso marcato dunque da un equilibrismo ambiguo che, se è stato maldigerito dagli indipendentisti duri e puri, ha ricevuto un primissimo rigetto da parte di Madrid seguito il giorno dopo, l’11 ottobre, da una netta presa di posizione di Rajoy che ha chiesto a Pugdemont di fare “chiarezza”; termine non generico, bensì ricalcato sulla già citata legge 155 che fa di questo passaggio chiarificatore la premessa della sua applicazione. Sempre che Pugdemont continuasse nella sua ambiguità. Tutto drammaticamente semplice ma dalle implicazioni radicali, appena mitigate dall’accettazione da parte di Rajoy dell’impegno ad aprire prossimamente un processo di riforma costituzionale avanzato dal leader del Psoe. Accettazione importante, anche perché potrebbe rappresentare l’appiglio cui Pugdemont potrebbe attaccarsi nel contesto del chiarimento richiesto. Appiglio ed estrema ratio se il presidente della Generalitat non vuole vedere il suo orizzonte politico restringersi drasticamente, visto che nelle stesse ore ha visto l’abbandono del partito di estrema sinistra e la conseguente perdita della maggioranza nel parlamento catalano. Mentre il parlamento nazionale, a Madrid, non è disposto a fare sconti. Anzi.

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