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Hamas fatah palestina
12 Ottobre Ott 2017 1722 12 ottobre 2017

Fatah-Hamas, gli ostacoli sulla strada di una Palestina unita

Le milizie di Gaza cedono il controllo dell'enclave alla polizia di Abu Mazen. Ma brigate e razzi non vengono smantellati. L'importanza dell'accordo, dopo i riconoscimenti internazionali. E i problemi ad attuarlo.

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L'ultima conquista rilevante della Palestina, prima della nuova intesa per la riconciliazione tra l'Anp della Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza, era stata la sua ammissione, alla fine del settembre scorso, nell'Interpol. A entrare nell'organizzazione internazionale della polizia è stata l'Autorità nazionale palestinese, riconosciuta nel 2012 come Stato osservatore dell'Onu e, da allora, anche come Stato nascente da molti tra governi e parlamenti stranieri (anche occidentali come la Svezia) che a Ramallah, in Cisgiordania, hanno uffici diplomatici distaccati da Israele, mentre la Palestina ha inaugurato proprie ambasciate a Stoccolma e in Vaticano.

HAMAS CEDE GAZA. Il passo dell'Interpol rappresenta un altro significativo progresso internazionale per la costituzione in atto – attraverso la legalizzazione e l'istituzionalizzazione del suo apparato – dello Stato della Palestina: finora il processo aveva interessato quasi esclusivamente il territorio cisgiordano amministrato dall'Anp di Abu Mazen, ma parte dell'intesa siglata con Gaza prevederebbe proprio lo schieramento nella Striscia di 3 mila agenti della polizia governativa palestinese, legittimata dall'organizzazione internazionale.

Il governo di Hamas della Striscia sarebbe anche pronto, per effetto dell'accordo raggiunto, a far gestire i suoi posti di blocco alla frontiera dall'Anp e a far rientrare nel territorio di Gaza i suoi funzionari pubblici cacciati dalla crisi del 2007.

In festa per l'accordo.

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1. Le vittorie dell'accordo con Hamas, fino all'Interpol e all'Unesco

In passato, l'annuncio del 2014 di un governo unitario delle due fazioni palestinesi, in vista di elezioni mai indette, era rimasto lettera morta. Ma stavolta il presidente dell'Anp Mazen ha in programma, entro un mese, la sua prima visita nella Striscia dal 2007 e il premier palestinese Rami Hamdallah è stato a Gaza all'inizio di ottobre, dopo che Hamas si era dichiarata pronta a dissolvere il suo comitato di governo nell'enclave. L'ennesima dichiarazione di riunificazione – siglata in un quartiere dell'intelligence del Cairo tra Fatah (forza dominante nell'Anp) e Hamas, che hanno negoziato una gestione comune dei dipendenti pubblici e dei ministeri, oltre che della sicurezza interna e delle frontiere – rappresenta un argine a colpi di mano filosionisti.

COMPROMESSO TRA PALESTINESI. Possibili dopo che il progetto di pace dei due popoli in due Stati è stato rimesso non poco in discussione dall'avvento di Donald Trump alla Casa Bianca e dalla successiva visita segreta dell'erede al trono saudita Mohammad bin Salman in Israele. Con il potere decisionale in mano ai suddetti leader, storicamente i maggiori alleati di Israele, Washington e Riad sono disponibili anche a imporre ai palestinesi la linea israeliana di uno Stato unico. Un pericolo che ha costretto Hamas e Fatah a scendere a compromessi e gli attestati internazionali di esistenza della Palestina sono paletti ancora più preziosi fissati da Ramallah a salvaguardia del processo dell'istituzione dello Stato, che dall'intesa in Egitto coinvolge attivamente anche la Striscia.

I SUCCESSI ALL'INTERPOL E ALL'UNESCO. I risultati di legittimazione conseguiti in serie dalla Palestina sono assodati. Ancora un anno fa, all'Interpol Israele e Stati Uniti erano riusciti a fare cordata sul no, evitando un voto a maggioranza favorevole dell'organizzazione. Ma poi hanno perso terreno, come all'Unesco che tra il 2016 e il 2017, in ben tre risoluzioni «storiche per Ramallah», ha riconosciuto la sovranità palestinese sui siti patrimonio culturale delle città contese di Gerusalemme e Hebron. Tuttavia, diversi nodi gordiani restano da sciogliere per una sua completa affermazione come Stato.

Il controllo e l'occupazione israeliana anche della Cisgiordania sono il maggiore ostacolo a un governo unitario e autonomo palestinese

2. Il nodo delle brigate di Hamas e del controllo israeliano

Uno tra i maggiori problemi da affrontare, sia per l'azione della polizia palestinese nell'Interpol sia per l'unione reale tra il governo della Cisgiordania e quello della Striscia di Gaza, è il futuro del braccio militare di Hamas. Rifornite di missili e razzi soprattutto dall'Iran, le brigate Ezzedin al Qassan figurano nella black list delle organizzazioni terroristiche delle potenze occidentali, oltre che di Israele ed Egitto. Ma, ancorché una milizia responsabile anche di attentati, le al Qassan rappresentano di fatto l'ultima forza di reazione militare dei palestinesi, dopo la smilitarizzazione della Cisgiordania. La polizia palestinese ha compiti limitati, in aeree limitate, anche nel proprio territorio della Cisgiordania: l'effettivo controllo della sua sicurezza interna è, come il passaggio alle frontiere e la concessione dei visti da e verso i territori palestinesi, in mano alle forze e alle autorità israeliane.

LA POLIZIA DELL'ANP? IMPOTENTE. Boicottare e disarticolare con azioni mirate le brigate braccio armato di Hamas, che contano circa 25 mila miliziani, come fa sistematicamente Israele indebolendone o neutralizzandone gli attacchi, è possibile. Disarmarle o smantellarle no, specie per mano di un'Anp che dispone di un corpo di polizia all'atto pratico impotente. Il punto sul futuro delle brigate non è, non a caso, stato toccato durante le trattative sulla riconciliazione tra Hamas e Fatah. Ma prima ancora l'impossibile, nel concreto, gestione unitaria e autonoma della Palestina resta l'ostacolo maggiore per far entrare in vigore i cartelli annunciati da Hamas e Fatah.

IL POTERE DI TEL AVIV. Se è vero che il governo di Gaza è stato costretto a trattare con l'Anp anche per la chiusura dell'Egitto di gran parte dei tunnel per i rifornimenti di contrabbando, anche volendo le due fazioni non potrebbero amministrare insieme una Palestina rigidamente compressa e tenuta smembrata da Israele in tre entità (Cisgiordania, Gaza e l'occupata Gerusalemme est), non raggiungibili tra loro - in special modo Gaza - neanche dagli stessi palestinesi se non con autorizzazioni di Israele. Anche i dazi che servono a pagare gli stipendi e i servizi pubblici dei territori palestinesi arrivano nelle casse di Ramallah e di Gaza attraverso un ingranaggio fiscale controllato da Israele. Congelato o rallentato, in base al proprio interesse nazionale.

I leader di Fatah e Hamas ai negoziati.

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3. Le divisioni politiche interne e internazionali

Al di là dell'ostruzionismo tattico, adottato anche dal governo dell'Anp per far cedere Hamas, le divisioni politiche – interne alla Palestina e internazionali – costituiscono un ulteriore impedimento alla riconciliazione tra Gaza e Ramallah e alla nascita di uno Stato di tutti i palestinesi: nel maggio 2017 Hamas ha fatto un grosso passo in avanti modificando il proprio manifesto per «l'istituzione di uno Stato palestinese totalmente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale lungo la linea del 4 giugno 1967». Ma specificando di continuare a battersi in prospettiva per «tutta la Palestina», non riconoscendo lo Stato d'Israele.

L'IMPREVEDIBILITÀ DI TRUMP. Passi indietro, anziché in avanti, sono stati fatti dagli Usa. Dopo la storica astensione in Consiglio di Sicurezza all'Onu per la condanna delle colonie israeliane, dell'Amministrazione Obama, Trump si è espresso per una soluzione del conflitto che non passi per forza da uno Stato palestinese e gli Usa hanno anche annunciato «l'uscita dall'Unesco» a causa delle risoluzioni filo-palestinesi. Ma Ramallah - sperando in un intervento russo - continua a confidare nelle contraddizioni di Trump, che tra i denti, a margine dell'Assemblea Onu, avrebbe dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu (vicino al genero ebreo Jared Kushner) «più problematico di Abbas» per far progredire il negoziato.

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