Brexit
13 Ottobre Ott 2017 1000 13 ottobre 2017

Brexit, il divorzio va male: i motivi dell'impasse dei negoziati

Trattative sul conto finanziario neppure iniziate. Scadenze che slittano. E mentre l'Ue cerca di tutelare pensioni e ricongiungimenti, il Regno Unito fa richieste sul futuro. La guida allo stallo.

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L’agenda delle trattative sulla Brexit fissata a fine aprile era serratissima. E sicuramente non sarà rispettata. Ai ritardi dovuti alla rocambolesca chiamata alle urne voluta da Theresa May e ai conflitti intestini a Downing Street si è aggiunto, ha spiegato il capo negoziatore dell'Unione europea Michel Barnier, «uno stallo preoccupante» sul dossier economico-finanziario, quello che in molti definiscono «il conto del divorzio».

LONDRA NON È ANCORA PRONTA. Al quinto round di negoziati sulla Brexit, quello che doveva chiudere l'accordo sulle condizioni di uscita della Gran Bretagna dall'Unione, le trattative su questo punto non sono ancora cominciate. Londra non è ancora pronta. Tanto che le probabilità di non arrivare all'intesa finale crescono pericolosamente. Barnier ha ricordato, soprattutto a favore dei Brexiter pronti a farne una medaglia al petto, che la mancanza di un accordo sarebbe in realtà «un accordo molto cattivo». Cioè la condizione in cui si perderebbe di più da una parte e dall’altra della Manica.

CI SONO DIVERGENZE IMPORTANTI. Ma intanto anche sui capitoli in cui sono stati fatti maggiori progressi, come i diritti dei cittadini, restano divergenze importanti. Bruxelles per esempio vorrebbe che fosse garantito il ricongiungimento famigliare e la portabilità dei contributi sociali, come le pensioni, per chi vive da molto tempo dall’una e dall’altra parte della futura frontiera. Londra invece si oppone. Ecco una guida, non proprio ottimista, ai nodi dei negoziati.

David Davis e Michel Barnier.

1. Diritti: scontro su ricongiungimenti famigliari e portabilità delle pensioni

Il capitolo su cui si sono registrati più passi avanti è anche quello considerato prioritario: i diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno Unito e di quelli britannici residenti nell'Unione. Dopo il discorso di Firenze di Theresa May, Londra ha presentato una procedura semplificata per aiutare gli europei nel Regno Unito «a far valere» i propri diritti. «Bruxelles», ha detto Barnier, «la studierà con attenzione».

COINVOLTA LA CORTE DI GIUSTIZIA? Il segretario di Stato inglese, David Davis, ha spiegato per esempio che chi ha un permesso di residenza non dovrà rifare tutto il processo burocratico. Il regolamento poi dovrebbe essere incluso nella legge inglese in modo che i cittadini possano appellarvisi legalmente. E però l'Ue resta convinta che debba essere coinvolta la Corte di giustizia dell'Unione europea.

TUTELA DELLE «SCELTE DI VITA». In più per Barnier la proposta non salvaguarda nel tempo «le scelte di vita» fatte fino al momento del referendum. Per esempio su ricongiungimenti famigliari e contributi sociali. «Per noi tutti i residenti dovrebbero avere il diritto tra 10 o 15 anni di portare la loro famiglia dove vivono. Allo stesso modo un pensionato che ha lavorato per 20 anni in Gran Bretagna dovrebbe poter venire in uno dei Paesi Ue con la sua pensione alle stesse condizioni che si applicano ai cittadini britannici nell'Ue».

CIRCOLAZIONE DA DISCUTERE. Londra non è d'accordo. Ma c'è di più. Davis infatti ha elencato tra i nodi del dossier anche la possibilità per i cittadini britannici di circolare tra i Paesi Ue anche in seguito alla Brexit, un punto che dovrebbe essere discusso dopo l'intesa sul divorzio. È chiaro quindi che Bruxelles e Downing Street hanno idee di fondo ancora profondamente diverse sulla cornice dei negoziati.

Manifestanti pro Europa nel Regno Unito.

ANSA

2. Irlanda e Regno Unito: resterà un'area di libero viaggio

Capitolo Irlanda del Nord. L'obiettivo in teoria di entrambe le parti è cercare di non rendere dura la frontiera tra Dublino e Belfast. Nella risoluzione del Consiglio di aprile i capi di Stato e di governo dell'Ue avevano inserito un riferimento all'accordo di pace del Good Friday, quello che sosteneva che in una eventuale Irlanda unita l'Eire avrebbe fatto parte dell'Ue.

CHI SUBISCE I DANNI PEGGIORI? Ora i negoziatori sono arrivati a definire principi comuni su una zona di libero viaggio attraverso il confine. Poi hanno analizzato i settori di cooperazione tra Nord e Sud dell'Isola per capire in sostanza quali subirebbero maggiormente le conseguenze della Brexit e quindi quali necessitano di soluzioni specifiche. La Gran Bretagna su questo punto ha accettato i principi direttivi che la Commissione aveva proposto a settembre per tutelare l'accordo del Good Friday.

MISURE ANCORA DA TAGLIARE. Ma sia Davis sia Barnier hanno concordato sul fatto che c'è ancora da lavorare e sul fatto che le misure saranno tagliate ad hoc sulla situazione irlandese e non potranno essere considerate un precedente. Quali siano, però non si sa. «Dobbiamo concentrarci in materia creativa su soluzioni specifiche», ha dichiarato Davis, «e dobbiamo cominciare a farlo».

L'aula del parlamento europeo.

ANSA

3. Il conto finanziario? Londra non ha precisato la sua posizione

Le trattative sugli impegni finanziari di Londra vanno ancora peggio. Nel senso che non sono nemmeno cominciate. «Questa settimana», ha riassunto Barnier, «il Regno Unito ci ha detto ancora che non era pronto a precisare le sue posizioni . Quindi non ci sono stati negoziati su questo: abbiamo fatto discussioni tecniche. Utili, ma tecniche». E ha aggiunto: «Siamo in un impasse ed è molto preoccupante, preoccupante per i contribuenti e per le migliaia di persone coinvolte nei progetti in tutta Europa».

L'ACCORDO PIÙ TARDI. Davis ha cercato di minimizzare: «Abbiamo proceduto a un esame rigoroso di tutti i dettagli tecnici, ma non c’è accordo su impegni specifici, a cui si arriverà più tardi, è una tappa importante perché ci permetterà di arrivare rapidamente e più semplicemente a un accordo politico».

POI C'È IL BILANCIO 2018. A ottobre e novembre 2017 i 28 Paesi membri dell'Unione europea dovrebbero discutere del bilancio per il 2018. Già a luglio secondo le minute del Consiglio consultate da Lettera43.it Londra non ha votato il bilancio di previsione, che tuttavia aveva votato e sostenuto nella cornice del budget 2014-2020. A Downing Street vorrebbero interrompere finanziamenti accordati dallo stesso governo inglese. Nella retorica della Brexit sarebbe infatti un conto che l'Ue vorrebbe far pagare a Londra. Barnier ha suggerito di smetterla di drammatizzare la questione: «La Brexit», ha commentato, «è una decisione sovrana del popolo britannico, questi sono effetti di questa scelta e bisogna assumerli».

Theresa May.

ANSA

4. Tempistiche: slitta la chiusura e tutti si dicono pronti a ogni eventualità

La conclusione del quinto round di negoziati è amara: «Non sono nello Stato di proporre al Consiglio di aprire le discussioni sulla futura relazione, per cominciarle ci vuole fiducia, e per avere fiducia ci vuole chiarezza sul rispetto degli impegni che abbiamo preso tutti insieme a 28», ha dichiarato Barnier. Quindi il consiglio del 20 ottobre non darà il via libera formale alla seconda fase. Tutto slitta.

IL NO DEAL COSTEREBBE MOLTO. L'agenda è modificata: più appuntamenti e fino alla fine dell'anno per chiudere quella che dovrebbe essere solo la prima fase. E intanto l'orologio corre. L'intero dossier Brexit dovrebbe approdare al parlamento europeo entro l'ottobre del 2018 perché a marzo 2019, cinque mesi dopo, ci sono le elezioni europee. Secondo Barnier «se c'è la volontà nei prossimi due mesi si possono fare progressi significativi». Ma intanto entrambe le parti si sono detti pronte ad affrontare «ogni eventualità», anche quella della mancanza di un accordo, seppure sia improbabile. Secondo una ricerca pubblicata dal Telegraph il "no deal" costerebbe all'Ue il 2% del Pil, a Londra il 18%.

Un manifesto sulla Brexit.

5. E nel futuro? La Gran Bretagna non rispetta la cornice dei negoziati

Il problema è di fondo. L'agenda Ue è chiara: prima si discute di come ci lasciamo, poi di come staremo insieme. Ma il governo inglese non la pensa così. Davis lo ha fatto capire ancora una volta: «Siamo andati avanti molto soprattutto sulle questioni che riguardano il nostro ritiro», ha detto il segretario di Stato britannico. «Per cittadini e imprese noi vogliamo la più grande certezza, ma perché questo sia possibile abbiamo bisogno di parlare dell’avvenire». Insomma per Londra si dovrebbe iniziare a discutere della relazione futura anche senza aver sistemato la separazione.

SETTORI ANCORA DA PATTUIRE. «Speriamo che i Paesi Ue riconoscano i progressi e si possa andare avanti nell’ambito del discorso di Firenze», ha aggiunto Davis ricordando «l'ampiezza delle nostra ambizioni» e il «partenariato speciale» che May ha dichiarato di voler costruire con l'Unione. Quasi che il Regno Unito voglia pattuire in quali settori restare nell'Ue e in quali no, idea già di per sé poco realistica, e tutto contemporaneamente alle trattative di uscita.

UNA CONCESSIONE PER MAY. «Mettere le cose in ordine», ha ripetuto il capo negoziatore Barnier, «è una delle condizioni perché questi negoziati funzionino, se si mischia tutto si hanno dei rischi». E infatti sono in pochi oggi a credere che i negoziati stiano funzionando. Ma per trarre May di impiccio, i leader Ue potrebbero darle una concessione: dichiarare di essere pronti a valutare la relazione futura, mentre Barnier continua a fare il suo ordinato lavoro.

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