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13 Ottobre Ott 2017 1651 13 ottobre 2017

Iran, Trump minaccia l'accordo sul nucleare: le cose da sapere

De-certificando l'intesa, il presidente Usa rischia di perdere la faccia col Congresso. E la presa sul Medio Oriente. L'obiettivo è la rinegoziazione, ma Teheran fa muro. Gli scenari.

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Fedele a uno dei pochi punti fermi della sua dottrina, l'avversione all'Iran in opposizione al riavvicinamento voluto dal suo predecessore, il presidente Usa Donald Trump ha deciso di non certificare il trattato Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), firmato nel luglio 2015 da Iran, Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Francia, Russia e Germania per fermare il programma nucleare di Teheran. Questo non implica l'uscita dall'accordo, ma il trasferimento del potere decisionale al Congresso. Trump avrebbe l'autorità di ritirare gli Usa dal trattato, ma ha preferito passare la palla ai parlamentari per testarne le intenzioni e scaricare su di loro le responsabilità di una scelta che può avere gravi conseguenze.

1. Cos'è la certificazione: nessun impatto sull'accordo nucleare (per ora)

Mentre nel 2015 la Casa Bianca raggiungeva l'accordo con Teheran e le altre potenze internazionali, il Congresso (dove molti anche tra i dem sono sempre stati scettici sul riavvicinamento) passava una legge bipartisan (la Corker-Cardin law) che imponeva al governo di riferire ogni 90 giorni sullo stato dell'accordo stesso. I parlamentari si sono così muniti di uno strumento di controllo sull'amministrazione, che li aveva bypassati nell'arrivare al trattato. Trump ha certificato due volte l'andamento positivo dell'intesa, ma alla terza ha detto no.

Non perché la Repubblica islamica abbia violato i termini dell'accordo, che sono strettamente legati al programma nucleare e al suo sviluppo, ma perché secondo il tycoon la rimozione delle sanzioni (la concessione dei firmatari a Teheran in cambio dell'interruzione del programma) è andata contro gli interessi degli Stati Uniti. La valutazione del presidente è stata formalizzata con la disposizione Inara (Iran Nuclear Agreement Review Act), inclusa nella legge Corker-Cardin.

TRUMP RICONOSCE IL RISPETTO DEGLI IMPEGNI. Trump, insieme con i falchi dell'amministrazione dietro di lui, considera l'Iran il problema e la causa di tutti i conflitti mediorientali e si appoggia a diversi elementi per andargli contro. Pur rispettando i termini del Jcpoa, sostengono gli avversari degli ayatollah, l'Iran ha continuato i test sui missili balistici, supporta il regime di Bashar al Assad in Siria e sostiene organizzazioni come Hamas e Hezbollah, che gli Stati Uniti considerano terroristiche. La decertificazione, tuttavia, non ha alcun impatto immediato sull'accordo nucleare, né significa che gli Stati Uniti ne sono fuori. Semplicemente trasferisce il dibattito iraniano al Congresso, che ha tre opzioni.

2. Le tre possibilità del Congresso: rompere l'accordo, modificarlo o non far nulla

Il parlamento ha ora 60 giorni per decidere di reimporre le sanzioni. Se decidesse di farlo, Trump dovrebbe poi approvarle e in questo caso con tutta probabilità l'accordo così com'è ora crollerebbe nel giro di qualche mese. Teheran ha già fatto sapere che è pronta, in questo caso, a rinegoziare con le altre potenze un nuovo accordo, ma bisogna vedere se gli alleati occidentali degli Usa, Francia e Gran Bretagna, decideranno di strappare con Washington.

L'IPOTESI DI NUOVI NEGOZIATI. Il Congresso può decidere di non imporre alcun tipo di sanzioni, ma cercare di migliorare l'accordo attraverso nuovi negoziati sui punti più critici della politica iraniana. Democratici e repubblicani insieme potrebbero chiedere ulteriori garanzie a Teheran, in particolare sul programma missilistico. Dall'Iran è già giunto il niet alla rinegoziazione dell'accordo vigente, e questa strada, che è quella auspicata da Trump, sembra essere la più difficile da percorrere.

IL DEJA-VÙ DELL'OBAMACARE. Il parlamento Usa potrebbe anche decidere di non fare assolutamente nulla, lasciando Trump con niente in mano se non gli slogan come accaduto nella sua battaglia contro l'Obamacare. La conseguenza più immediata sarebbe innanzitutto un lungo periodo di incertezza tra gli alleati dell'America, con un conseguente congelamento dei rapporti economici con l'Iran e un rinforzamento dei falchi di Teheran. L'immobilità del Congresso potrebbe sul lungo periodo isolare la Repubblica islamica ai livelli pre-accordo, vanificando un obiettivo primario del trattato.

3. Le conseguenze per Trump: il presidente rischia di perdere la faccia

Il tycoon rischia con questa mossa di perdere ancora una volta la faccia davanti al Congresso, che ha già bloccato in diverse occasioni altre delle principali riforme da lui volute, a partire da quella dell'Obamacare. L'opzione peggiore per la Casa Bianca sarebbe spingere affinché i parlamentari decidano di rompere l'accordo e vedersi recapitare l'ennesimo no. È improbabile che Trump scelga questa strada, considerato che il suo obiettivo primario è offrire ai suoi sostenitori una vittoria, anche se solo di facciata, e mostrare di voler mantenere le promesse fatte in campagna elettorale.

Le firme sull'accordo iraniano.

Se dovesse impuntarsi, potrebbe andare incontro all'ennesimo smacco. Il presidente ha definito l'accordo come «il peggiore mai fatto» e il modo migliore in cui può uscirne è convincere il Congresso e soprattutto gli altri cinque membri dell'accordo a ritrattarlo, dimostrando così di poter migliorare quanto fatto da Obama.

Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

ANSA

4. Le conseguenze in Medio Oriente: rischio escalation e Russia più forte

La peggiore delle ipotesi è che l'accordo salti, vanificando un decennio di negoziati. La prima e più naturale conseguenza sarebbe il ritorno di Teheran al suo programma nucleare, sia civile che militare. Secondo la maggior parte degli esperti, la Repubblica islamica potrebbe dotarsi della bomba atomica nel giro di un anno. Se questo dovesse accadere, si assisterebbe a un'escalation il cui primo effetto sarebbe una richiesta da parte dell'Arabia Saudita di avere a sua volta il nucleare. L'Iran, Paese di 80 milioni di abitanti grande tre volte la Francia, si isolerebbe più di quanto già non lo sia ora portando a un'ulteriore destabilizzazione della regione.

SAUDITI E ISRAELE PRONTI A REAGIRE. Le opportunità per un confronto con l'Arabia Saudita sono molteplici. Riad e Teheran sono su fronti opposti in numerose dispute nella regione, dalla Siria allo Yemen, dal Libano a Israele, dal Bahrain all'Afghanistan. Le frizioni non si sono mai trasformate in conflitto aperto dei due Paesi. Una corsa al nucleare potrebbe spingere uno dei due a un attacco preventivo. Un'opzione tenuta ancor più in considerazione dal nemico numero uno dell'Iran: Israele. Tel Aviv è pronta da anni, in particolare quando al potere a Teheran c'era il falco Mahmoud Ahmadinejad, a sferrare un attacco contro l'Iran, ma non è detto che questo risulti efficace. Un altro fattore di rischio è che il regime degli ayatollah, cercando di uscire dall'isolamento, si butti più di quanto già non sia ora nelle braccia della Russia, suo alleato storico. Mosca ha già dimostrato di voler prendere il posto degli Usa come principale interlocutore dei Paesi mediorientali, e con l'Iran alle corde diventerebbe un attore ancor più importante.

Il leader nordcoreano Kim Jong-un.

ANSA

5. L'effetto Corea: un ostacolo in più sulla strada della mediazione

In un momento in cui il mondo sta affrontando la minaccia nucleare della Corea del Nord, l'accordo con l'Iran ha un'importanza particolare. Stracciarlo sarebbe per il regime di Kim Jong-un il segnale che gli Stati Uniti non sono affidabili e che non rispettano le promesse, allontanando la possibilità di una soluzione pacifica nella penisola coreana.

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