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Guerra in Siria

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17 Ottobre Ott 2017 1708 17 ottobre 2017

Medio Oriente, la mappa dopo la caduta dell'Isis a Raqqa

Liberata la capitale del Califfato, le potenze sono pronte a una nuova spartizione. Ad Assad gran parte della Siria. In Iraq, Iran e Turchia bloccano i curdi. Che nella Rojava hanno una seconda regione autonoma.

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Raqqa liberata dall'Isis dai curdi siriani, con il sostegno degli americani e dei ribelli. Bashar al Assad rimasto al potere, grazie alla Russia e all'Iran, e tornato padrone di gran parte della Siria. I curdi iracheni, liberatori di Mosul, contenuti in Iraq dall'offensiva del governo centrale manovrato da Teheran e dagli Usa, anche su pressing della Turchia. A distanza di quasi sette anni dalle fallimentari Primavere arabe, si va chiudendo la partita tra potenze per ridisegnare gli assetti del Medio Oriente dopo che, con le rivolte del 2011 e poi con la proclamazione del sedicente Califfato, nel 2014, erano saltati i confini di Siria e Iraq tracciati a tavolino dall'accordo segreto anglo-francese di Sykes-Picot del 1916.

LA NUOVA SYKES-PICOT. Cento anni dopo il saccheggio coloniale dell'impero ottomano in dissoluzione da parte degli occidentali, che divise i popoli (soprattutto arabi e curdi) in Stati inventati diventati dittature, le insurrezioni non hanno propagato la democrazia ma favorito la radicalizzazione dell'Islam. Al contrario di Saddam Hussein in Iraq e di Muammar Gheddafi, Assad è rimasto in sella e, attraverso la mediazione di Russia e Iran, è stato incluso nella nuova spartizione. E se i curdi delle brigate Ypg che sventolano a festa le loro bandiere a Raqqa possono definirsi, come in Iraq alla fine della guerra a Saddam del 2003, i vincitori della battaglia per il cambiamento, è certo che alla fine dei conti dovranno cedere ad altri parte dei territori conquistati. Negoziando non uno Stato, ma forme di loro autonomia.

Siria e Iraq al 17 ottobre 2017.

Da isis.liveuamap.com/

1. La regione autonoma curda della Rojava

Le zone curde occupate, durante la guerra ad Assad, corrispondono ai cantoni della Rojava (il più famoso dei quali è Kobane) lungo l'80% dei confini con la Turchia, a esclusione del lembo occidentale di Idlib a maggioranza turcomanna. Nella regione, che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan considera una minaccia, il partito politico di riferimento Pyd delle brigate Ypg (ramo siriano del Pkk turco di Abdullah Öcalan) ha negli anni instaurato un sistema di governo socialista, decentrato, laico e democratico. Come già sotto Assad padre, le forze Pyd-Ypg sono disponibili a trattare con Damasco forme di federalismo più accentuate, su un territorio parecchio più ampio.

2. Il resto del Nord della Siria tra Erdogan e Assad

Come i curdi iracheni con Mosul, è pattuito dalle Ypg, a capo delle Sdf (Forze siriane democratiche) nell'offensiva contro l'Isis, che Raqqa – a maggioranza sunnita – non sia inclusa nella Rojava. Il maggiore non detto della nuova spartizione, probabilmente già decisa, del Nord della Siria è proprio a chi andranno l'ex capitale del sedicente Califfato e i territori non curdi. Perché se Erdogan ha accettato che parte degli insorti sunniti finanziati dalla Turchia finisse nel cartello delle Ypg – non ostacolandole più contro l'Isis – attraverso gli alleati Usa della Nato e i colloqui diretti con il Cremlino avrà ottenuto una contropartita. Più estesa dell'avamposto turcomanno di Idlib.

3. L'altolà ai curdi di Turchia e Iran nel Nord dell'Iraq

L'azione della Turchia, in questo caso attraverso la triangolazione con l'Iran e il governo iracheno, è stata decisiva anche nel soffocare le istanze nazionaliste dei curdi iracheni promotori, il 25 settembre 2017, di un referendum per l'indipendenza approvato a stragrande maggioranza (93%): non solo nella regione autonoma settentrionale del Kurdistan, ma in alcune vicine aree contese storicamente popolate in prevalenza da curdi. Prima tra tutti la provincia – molta ricca di petrolio – di Kirkuk, liberata dall'Isis come Mosul dai peshmerga curdi, che aveva votato sì con un'affluenza altissima. Ma all'indomani della visita di Erdogan, l'esercito iracheno affiancato alle milizie sciite ha ripreso il controllo della città, appoggiato dal 20% di arabi e dal 20% circa di turcomanni. E da Kirkuk l'offensiva potrebbe allargarsi ad altre zone rivendicate dai curdi iracheni.

4. Ma ad Assad va anche tutto l'Est di Damasco

In Siria però, dopo i curdi, chi ha guadagnato di più non sono gli ambiziosi turchi ma Assad e le sue forze. Appoggiato sul campo dagli iraniani e dall'alto dai raid a tappeto russi, l'esercito di Damasco ha potuto da una parte riavanzare a Est contro l'Isis, dall'altra sconfiggere i ribelli riguadagnando tutto il terreno a Est sia di Damasco sia della sua enclave costiera di Latakia, non lontana dalla base navale russa di Tartus. La stessa Aleppo, metropoli del Nord della Siria che Erdogan avrebbe voluto far tornare di influenza ottomana, è di fatto rientrata sotto il controllo di Assad grazie ai bombardamenti di Putin. Molto più intensi di quelli della coalizione americana, anche contro l'Isis.

5. Deir ez Zor e quel che resta (finora) dell'Isis

Il sedicente Califfato si sta rovinosamente sgretolando. I miliziani dell'Isis che non si consegnano tentano la fuga clandestina all'estero o sono in piena ritirata verso il confine con l'Iraq. Accerchiati a Est, per loro non c'è più possibilità di recuperare terreno. Ma per la capitolazione mancano da riconquistare i territori, loro ultimo rifugio, nell'entroterra della cittadina siriana di Deir ez Zor, al confine con l'Iraq. Là, nonostante le veementi proteste del governo di Baghdad, sono stati di recente spediti anche degli sfollati dell'Isis dal Libano. Parte della zona era stata liberata nei mesi passati, ma la presenza dei jihadisti resta importante e le forze irachene, sostenute dalle milizie sciite filoiraniane e dai raid, stanno combattendo anche sul versante iracheno a Sud Ovest di Mosul.

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