Catalogna

Indipendenza della Catalogna

Catalogna Europa
28 Ottobre Ott 2017 0800 28 ottobre 2017

Perché la Catalogna può diventare una trappola per l'Europa

Dalle potenze continentali porte in faccia all'indipendenza. Solo Belgio e Russia aprono. La strategia dell'internazionalizzazione della Generalitat è fallita. Ma Juncker teme la frattura. Che può ritorcersi sull'Ue.

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Dopo il referendum «che non c’è stato», secondo le parole di Mariano Rajoy, ora arriva l’indipendenza che non è mai esistita. Per l’Unione europea, ha subito chiarito il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, «non cambia nulla»: «La Spagna resta il nostro interlocutore. Spero che il governo spinga la forza degli argomenti e non l’argomento della forza». E l'avvertimento al premier di Madrid non è un suggerimento qualsiasi. La violenza del primo ottobre, le manganellate della polizia, i sequestri dei seggi, l’occupazione degli uffici pubblici, è stata l’arma migliore nella battaglia del governo catalano di Carles Puigdemont. E la scelta di dichiarare l’indipendenza sembra andare nella stessa direzione.

INDIPENDENZA IRREGOLARE. I riflettori internazionali sono pronti a illuminare gli arresti – il capo del governo catalano rischia 30 anni di reclusione – e il pugno di ferro dello Stato spagnolo riuscendo a coprire la nuda sostanza: un'indipendenza votata rifiutando gli inviti del parlamento spagnolo, con appena tre voti in più del necessario e dopo un referendum in cui si è espressa meno della metà dei cittadini e in condizioni del tutto irregolari.

NIENTE SPONDA MEDIATICA. Un'escalation cercata da una classe dirigente spregiudicata che sull'indipendenza si gioca la sua sopravvivenza. E alimentata dalla lunga serie di colpe ed errori del primo ministro iberico, il politico meno adatto a gestire una situazione simile essendone tra i primi responsabili: il consiglio che arriva da Bruxelles è dunque non forzare la mano e non offrire una nuova sponda mediatica agli indipendentisti.

La delegazione catalana in Ue ha provato a coinvolgere le opinioni pubbliche europee e ad andare in pressing su Bruxelles. Non ci è riuscita

Nella capitale dell'Unione la Generalitat non ha solo un buon numero di europarlamentari dichiaratamente indipendentisti. Ma anche una rappresentanza permanente - titolo solitamente riservato alle rappresentanze diplomatiche degli Stati membri - creata ad hoc alla fine del 2014 e guidata da un funzionario dalle ottime entrature politiche e profondo conoscitore della macchina europea. Amadeu Altafaj, la faccia della Catalogna di fronte alle istituzioni Ue, è infatti un ex portavoce della Commissione e l'ex vicecapo di gabinetto del commissario all'euro e vicepresidente Olli Rehn. La delegazione catalana ha chiamato più volte a raccolta I giornalisti stranieri per spiegare le sue ragioni. Obiettivo: coinvolgere le opinioni pubbliche europee e anche andare in pressing su Bruxelles. Non ci è riuscita.

BELGIO E RUSSIA UNICHE A FAVORE. Uno dopo l'altro i rappresentanti delle istituzioni Ue, da Tusk al presidente del parlamento europeo Antonio Tajani, hanno chiuso la porta: «Nessuno in Europa riconoscerà l'indipendenza della Catalogna». Soprattutto lo hanno fatto i Paesi dell'Unione, guidati da Francia e Germania. E lo stesso gli Stati Uniti di Donald Trump. L'europeizzazione della crisi è fallita, l'internazionalizzazione pure. Con poche mosche bianche: il Belgio, cuore dell'Unione europea e della sua frammentazione. E la Russia, comprensibilmente desiderosa di prendersi la sua rivincita sull'Ue dopo la crisi ucraina. Al governo indipendentista resta la mediatizzazione.

Amadeu Altafaj. (Getty)

In questi giorni densi e folli il capo della delegazione catalana Altafaj ha capito che dalla capitale dell’Unione europea non può aspettarsi niente di più. Lui che nei corridoi della Commissione ha vissuto per anni e che di diritto dovrebbe intendersi, ha attaccato l'esecutivo europeo dicendo che ha perso credibilità. E non ha risparmiato nemmeno parlamento europeo e Consiglio, mettendo nel mirino il fatto che siano guidati dal centrodestra alleato di Rajoy.

VIOLATO LO STATO DI DIRITTO. Ma pure Pedro Sanchez, in visita a Bruxelles per il tradizionale summit socialista ma anche per un faccia a faccia con il presidente Jean Claude Juncker, era stato impietoso: «Stiamo assistendo a una violazione dello stato di diritto pari a quelle della Polonia e dell'Ungheria». E la questione non si può ridurre a bandiera politica. Nessuno Stato europeo pensa di sostenere un'indipendenza proclamata con questi metodi.

Il più netto nelle dichiarazioni a sostegno dello Stato spagnolo è sempre stato il presidente francese Emmanuel Macron

Nel Consiglio il più netto nelle dichiarazioni a sostegno dello Stato spagnolo, per esempio, è sempre stato il presidente francese Emmanuel Macron. L’azionista numero uno dell’Ue, la Germania di Angela Merkel, da sempre l’alleato principale del governo popolare di Mariano Rajoy, è stata anche l’unica, per status politico, ad aver affrontato l’argomento apertamente nell'ultimo Consiglio europeo. Ma il premier iberico ha declinato l'invito alla discussione come a ribadire che si tratta di un affare interno e la questione si è chiusa lì.

MICHEL MIGLIOR ALLEATO. Il miglior alleato dei catalani in Europa è invece Charles Michel: il premier belga ha inaugurato nel 2014 una coalizione di governo con i nazionalisti fiamminghi del N-va. Ed è stato il primo a condannare le violenze di Madrid durante il referendum, il primo nei giorni successivi a schierarsi per una mediazione europea o internazionale. E ne ha ottenuto una mezza crisi diplomatica, la convocazione dell'ambasciatore, persino la minaccia di non sostenere il candidato belga alla guida dell'Europol.

«SOLUZIONE COL DIALOGO». Ma Michel tira dritto e nel giorno della dichiarazione di indipendenza le sue parole sono sfumate: «Una crisi politica può essere risolta solo attraverso il dialogo. Chiediamo una soluzione pacifica che rispetti l'ordine nazionale e internazionale». Una posizione in linea, più che con i suoi colleghi europei, con il capo della Commissione affari esteri della Duma russa Leonid Slutsky. Che augura a Madrid e Barcellona di trovare una soluzione «in conformità alla volontà del popolo, alle norme del diritto internazionale e al buonsenso, senza atti duri nei rapporti reciproci».

Charles Michel.

Così a Barcellona, dove prima sventolavano le bandiere a 12 stelle, ora è appeso il simbolo delle Nazioni unite, in un appello alla mediazione o ancora al riconoscimento di un principio di autodeterminazione che è scritto nella Carta dell'Onu. E che però non ha nemmeno il sostegno di una buona parte degli stessi catalani. «Non nel mio nome», ha ribadito Ada Colau, la sindaca di Barcellona, parole che sembrano un grido, arrivate mentre i sindaci indipendentisti ammainavano le bandiere dello Stato spagnolo.

PRONTI A GIUDICARE BRUXELLES. «L'Europa non ha bisogno di nuove fratture», ha dichiarato un più cauto Juncker: il presidente della Commissione sa bene che la crisi può investire l'Unione, anzi l'ha già investita. E che oltre alla reazione di Madrid, tutti sono pronti a giudicare anche le azioni, mancate, di Bruxelles. Ma la prima frattura è quella tra la gente di Catalogna. E ogni minuto che passa è più difficile da riemarginare,

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