Getty Images 868171740
31 Ottobre Ott 2017 1028 31 ottobre 2017

Kurdistan, il vuoto del dopo Barzani

In Iraq si rischia il conflitto tra curdi e con arabi e turcomanni. L'ostilità è crescente. Mentre il governo chiude due canali tivù della regione. La repressione, anche di Iran e Turchia, nel silenzio internazionale.

  • ...

Niente di rassicurante si profila all'orizzonte per il Kurdistan iracheno, dopo l'offensiva su Kirkuk da parte del governo centrale di Baghdad che ha portato alla grave crisi nel Nord dell'Iraq. Il primo contraccolpo da arginare è il caos che – nella zona più stabile del Paese dalla caduta di Saddam Hussein – può scaturire dalle dimissioni del presidente e storico leader della regione autonoma Massud Barzani: architetto anche del referendum per l'indipendenza del 25 settembre 2017, esteso alle zone contese a maggioranza curda, come il centro urbano e petrolifero strategico di Kirkuk, e vinto con il 93% dei consensi. Ma rifiutato da Baghdad, che con il vuoto creato punta a ridurre i poteri federali del Kurdistan.

L'ADDIO DI BARZANI. Nella Kirkuk occupata per reazione dalle forze irachene non faranno più testo i sì per l'inclusione nel Kurdistan iracheno, che al suo interno rischia pure di perdere i diritti acquisiti dal 2003 con una forte autonomia. «3 milioni di voti per l'indipendenza non possono essere cancellati», ha rivendicato Barzani nel suo discorso in tivù alla nazione di fine mandato, ma a 71 anni il presidente della regione speciale dal 2005 ha comunicato al parlamento e al popolo il suo «rifiuto» ad assumere un secondo incarico ad interim, dopo quello accettato alla scadenza del primo mandato nel 2013, per rispondere alla vicina minaccia dell'Isis. Sconfitto il sedicente Califfato a Mosul e congelato il referendum, Barzani non ci sta più.

Le bandiere turcomanna e irachena a Kirkuk.

GETTY

«Continuo la mia lotta come militare peshmerga, ma invito il parlamento a risolvere la questione dei doveri e dei poteri del presidente in modo che non vi sia un vuoto politico e giuridico», ha scritto in una missiva, dichiarandosi dimesso dal primo novembre. Un segnale che non poteva cadere in periodo peggiore, perché Barzani e la sua famiglia sono il punto di riferimento del Kurdistan iracheno e della sua storia di resistenza: il vuoto di potere si crea inevitabilmente, in una fase di animi sempre più accesi che è l'ideale per spingere i curdi all'angolo. Un nuovo voto è escluso: «Indire subito elezioni è pericoloso, bisogna prima riordinare la casa curda», spiega con preoccupazione a Lettera43.it lo scrittore curdo-iracheno Shorsh Surme.

CURDI DIVISI. Da Kirkuk i peshmerga hanno dovuto ripiegare anche per le profonde divisioni interne diventate defezioni. E lo scontro tra curdi è proprio ciò che vogliono Turchia e Iran: le potenze regionali che con gli Usa dettano l'agenda del governo di Baghdad, condividendo con l'Iraq le minoranze curde. Dopo le dimissioni di Barzani accettate dal parlamento, un gruppo di facinorosi ha assaltato con delle mazze il palazzo dell'assemblea legislativa. Si chiede anche la testa di alcuni membri dell'Unione patriottica del Kurdistan (Puk): il movimento rivale del Partito democratico del Kurdistan (Pdk) di Barzani, vicino all'Iran ma che sul referendum si era unito per il sì.

Vogliono trascinarci in una guerra civile, ma non lo permetteremo in alcun modo

Massud Barzani

Poi una parte dei vertici del Puk – decisiva, per i peshmerga, per la sconfitta a Kirkuk – ha tradito. «Ancora non sappiamo in cambio di che cosa. Ma è stato ricostruito che si tratta di pochi esponenti, molto vicini ai Talabani dell'ex presidente o addirittura parte della stessa famiglia», precisa Surme, «una ferita non indifferente, perché non siamo più negli Anni 90 ai tempi del conflitto tra curdi, eppure siamo ricaduti nelle strumentalizzazioni». Prima di farsi da parte, Barzani si è appellato al popolo: «Vogliono trascinarci in una guerra civile, ma non lo permetteremo in alcun modo», ha cercato di smorzare le tensioni che non sono solo tra curdi. Ma tra curdi e arabi e tra curdi e turcomanni.

SCONTRO ETNICO. Se il Puk accusa il Pdk di aver «forzato troppo la mano a Kirkuk», nel governatorato (storicamente a maggioranza curda ma ripopolato da arabi) le opposizioni crescenti nella regione sono anche etniche – divisioni sanguinose per l'Iraq dalla guerra del 2003 – tra curdi e arabi e curdi e turcomanni. A Kirkuk le bandiere curde sono state strappate, una volta occupata, e sostituite dalle irachene: turcomanni e curdi hanno gioito e contro i curdi si compiono le violenze maggiori. Un clima tornato settario, contrario ai principi della Costituzione post Saddam, che il governo centrale afferma di rispettare a difesa dell'integrità territoriale.

Il voto dell'indipendenza.

GETTY

L'uso della forza, ha denunciato Barzani, viola il principio costituzionale di risolvere senza armi le crisi politiche e i conflitti etnici di uno Stato federale. L'articolo 9 della carta fondamentale vieta poi lo schieramento di «milizie al di fuori delle forze armate». Di fatto presenti in Iraq, anche nella guerra contro l'Isis, e armate dai pasdaran iraniani in sostegno all'esercito. Durante l'offensiva su Kirkuk, nella zona è stato anche visto il generale iraniano Qassem Soleimani, lo stratega a capo delle forze speciali all'estero dei pasdaran che seguono le milizie sciite. E contro i curdi il governo di Baghdad ha permesso l'impiego di armi sofisticate degli Usa destinate alla guerra all'Isis.

IL SILENZIO DI USA E UE. Un «piano prestabilito», per Barzani. L'attacco ha seguito la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran e in questi giorni il premier sciita iracheno Haydar al Abadi, vicino all'Iran, è volato in Turchia a parlare dei «curdi». Dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi della Nato, che grazie ai peshmerga e alle brigate curde Ypg hanno liberato l'Iraq e la Siria dall'Isis, non c'è nessuna presa di distanze. Neanche l'Ue chiede il disarmo delle milizie illegali o la libertà d'espressione dopo l'oscuramento, in violazione delle leggi sull'autonomia, di due tivù curde da parte del governo centrale iracheno, mentre al Abadi dichiara di voler ridurre l'autonomia politica, militare ed economica di Erbil. Una repressione che fa parte della nuova spartizione mediorientale in corso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso