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Indipendenza della Catalogna

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31 Ottobre Ott 2017 1358 31 ottobre 2017

Puigdemont, il piano per un governo in esilio a casa dell'Ue

Vuole mettere pressione all'Unione. Guidando a distanza i funzionari catalani. E spettacolarizzando la causa indipendentista. Così il "president" cerca di mantenere la presa su Barcellona. In attesa del voto.

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da Bruxelles

Il caschetto si è fatto strada tra una ressa di giornalisti e di flash di fotografi, gli stessi lasciati per 24 ore a rincorrere le sue tracce, coi segnali centellinati come in una caccia al tesoro utile a gonfiare l'attesa, a preparare la scena. E dopo essere riuscito a fendere la massa stipata in una sala senz'aria e wi-fi, il governatore destituito della Catalogna Carles Puigdemont, attorniato dai suoi ex ministri e dagli europarlamentari indipendentisti - i veri suoi protettori qui a Bruxelles -, ha dichiarato di non essere qui per nascondersi. Non serviva. I più attenti avevano capito che è qui apposta per mostrarsi. E lui ha subito confermato: «Non siamo venuti in Belgio per chiedere asilo, ma perchè questa è la Capitale dell'Unione. E, insisto, questo è un problema europeo». Da qui continuerà a chiedere che l'Europa reagisca, di fronte ad accuse di sedizione che sono «equiparate a terrorismo» anche se non «abbiamo mai usato la violenza», come ha dichiarato l'ex ministro degli Interni Joaquin Forn, ritornato poi in serata a Barcellona con l'ex ministra del Lavoro Dolors Bassa. Da qui Puigdemont continuerà a mostrare e mostrarsi come il rappresentante di un governo in esilio.

La strategia, la mossa a sorpresa dello spostamento a Bruxelles, ha fatto sapere Puigdemont, è stata decisa la sera di venerdì 27 ottobre. La scelta di lasciare il weekend di Barcellona senza iniziative, gli appelli alla calma, a godersi una passeggiata o un pranzo con gli amici, sono stati funzionali all'organizzazione. Il presidente, come lo chiamano i suoi, nega di aver avuto contatti con gli indipendentismi fiamminghi: «C'è del feeling. Ma non vogliamo mescolare le cose, la politica belga non c'entra niente». Sa di muoversi sul filo, nella stanza di cristalli che è il Belgio. Il governo di Bruxelles gli ha costruito attorno una cintura di sicurezza, gli ha negato una sala del Residence Palace di fronte alla Commissione, quasi che i catalani siano untori, possano portare il contagio delle mille piccole patrie. E nessuno li tocchi. Salvo poi, dopo la conferenza, adeguarsi alla minimizzazione: «Puigdemont? Un cittadino europeo come tutti gli altri», lo ha definito in un comunicato il primo ministro Charles Michel.

I QUATTRO PILASTRI DEL PIANO. Nessun riferimento alle garanzie sull'estradizione, alla possibilità di fare ricorso contro l'arresto, che è stata ben considerata visto il Paese e l'avvocato scelti dal leader catalano. Ma la volontà sbandierata di sfuggire a quello che Puigdemont considera un processo politico: «Sapete come si chiama il documento del procuratore? 'La caduta sarà più forte'», ha spiegato indicando in quel titolo il segno della «volontà di vendetta». In più, «da quando la Guardia civil ha preso il controllo delle indagini sul terrorismo», ha accusato, «le nostre misure di sicurezza sono state diminuite». Da qui, dice il simbolo dell'indipendentismo catalano, «vogliamo denunciare la giustizia politicizzata della Spagna, spiegare al mondo il suo deficit democratico». Da qui il governo può lavorare «senza mettere a repentaglio i funzionari della Generalitat. Non vogliamo obbligarli a essere coinvolti». Un «atto di responsabilità», lo ha definito, che «non ci interessa se sarà apprezzato».
La pressione sull'Unione dal palco della sua capitale è solo il primo pilastro di un piano più ampio riassunto in un corposo comunicato in inglese. Mentre qui il presidente si considera in esilio - è già stato creato il nuovo sito del governo "president.exili.eu" - il resto dell'esecutivo rimosso, rimasto o tornato a Barcellona, «continuerà a lavorare». Verranno supportate «tutte le iniziative per impedire lo smantellamento del sistema istituzionale catalano [...] chiediamo ai sindacati, alle organizzazioni e ai funzionari di governo di lavorare» per questo obiettivo. Fino ad arrivare al voto del 21 dicembre: gli indipendisti ci scommettono per essere riconfermati dai cittadini e riprendersi Barcellona.

Il piano di Puigdemont.

Puigdemont ha parlato metà in catalano e metà in francese. E mentre ribadiva che «la nostra mano è sempre stata tesa al dialogo fino al punto di sospendere la dichiarazione di indipendenza» e che dall'altra parte invece c'è stato solo «rifiuto» e «aggressività», i giornalisti che aiutavano i colleghi a tradurre si sentivano chiedere se erano catalani o spagnoli. «Tutti e due», «entrambi», rispondevano disarmati. Quelli solo spagnoli, invece, hanno tentato invano di porre domande: non è stata data loro la parola. Lo spettacolo è per il mondo, non per i cittadini della monarchia iberica.

Il piano di Puigdemont.

Le domande che contano, però, sono due. La prima è quella che Puigdemont ha rivolto al governo di Madrid: «Siamo totalmente d'accordo sul fatto che i problemi si risolvono col voto, ma abbiamo bisogno di un impegno chiaro, siete pronti ad accettare l'esito delle elezioni?». Ed è un interrogativo senza risposta. La seconda è quella che gli ha rivolto un giornalista di Sky News: «È pronto ad affrontare 30 anni di prigione?». «Se ci fosse un processo giusto, sarei pronto. Lei crede che ci siano le garanzie per un processo giusto? Ha la sua risposta». Poco prima aveva detto di non voler sfuggire alla giustizia. Gli si può credere solo interpretandolo: se non la vuole sfuggire, la vuole politicizzare, europeizzare, spettacolarizzare. E la sfida per Bruxelles sarà difficile.

LA SFIDA A BRUXELLES. Chi circonda Puigdemont e i suoi ex ministri - europarlamentari catalani e il loro staff - conosce molto bene quanto può essere letale il mix delle alte aspettative dei cittadini e dei limiti intrinsechi di un'Unione che non è un entità federale ma solo un'Unione di Stati sovrani. Ed è già riuscito a portare la tensione sotto i palazzi dell'Ue: ad attendere Puigdemont all'uscita del circolo della stampa si sono schierate due ali nutrite di catalani e spagnoli residenti a Bruxelles. Gridavano: "Viva la Catalogna", "viva la Spagna", "viva la Catalogna" e "viva la Spagna". Che a sentirli sembravano cori contrapposti e invece provenivano dalle stesse voci, da chi si sente come quei giornalisti catalani, «entrambi» e «tutti e due». E se ne è andato tra i cori degli unionisti, Puigdemont, cittadino europeo come tutti gli altri, ma bagnato dalle urla e dalle luci delle telecamere.

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