Trump

Trump e il Russiagate

Zuckerberg replica a Trump
31 Ottobre Ott 2017 0830 31 ottobre 2017

Russiagate, le cose da sapere sul coinvolgimento di Facebook

I 470 account per diffondere fake news. I post su razzismo, immigrazione e armi. Un'azienda di Mosca dietro i profili falsi. Il social fornisce al Congresso le prove su 3 mila pubblicità a pagamento apparse durante la campagna presidenziale, viste da oltre 126 milioni di americani.

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Russiagate, c'è un nuovo capitolo. Facebook è pronto a fornire al Congresso degli Stati Uniti 3 mila pubblicità apparse sul social network nel periodo della campagna presidenziale e collegate a un'agenzia pubblicitaria russa. I funzionari di Mark Zuckerberg il 2 ottobre 2017 hanno incontrato le commissioni Intelligence di Camera e Senato e la commissione Giustizia del Senato per consegnare gli annunci. E il 31 ottobre iniziano le audizioni dei rappresentanti di Facebook, Twitter e Google. Lo scambio di informazioni tra i social network e la giustizia americana rappresenta una nuova pagina del caso dell'ingerenza di Mosca nelle Presidenziali Usa 2016. Ecco cosa sappiamo di questo nuovo filone (leggi anche: Russiagate, Paul Manafort si consegna all'Fbi: le cose da sapere).

1. La propaganda: 470 account per diffondere fake news

A poco meno di un anno dalle elezioni che hanno incoronato Donald Trump 45esimo presidente Usa, Facebook ha iniziato a diffondere i primi dati sulle campagne pubblicitarie nei mesi pre-elettorali. A inizio settembre la società di Menlo Park ha comunicato ai membri delle due commissioni di intelligence di Camera e Senato che si stanno occupando del Russiagate. Alex Stamos, il capo della sicurezza di Facebook, ha confermato che l'azienda ha fornito informazioni direttamente al procuratore speciale Robert Mueller che è a capo dell'inchiesta sulle ingerenze della Russia nella campagna elettorale americana.

SPESI 100 MILA DOLLARI. La società di Zuckerberg ha individuato una serie di attività sospette di 470 account fasulli che hanno speso circa 100 mila dollari per oltre 3 mila inserzioni. In particolare, ha spiegato Stamos, le campagne pubblicitarie sono state diffuse tra giugno 2015 e maggio del 2017, un mese prima rispetto alla convention repubblicana che incoronò Trump a luglio. Nel suo post il responsabile della sicurezza ha anche spiegato che «le nostre analisi suggeriscono che questi account e pagine erano affiliate le une con le altre e che erano gestite fuori dalla Russia».

2. Il contenuto: post su questioni razziali, immigrazione e armi da fuoco

La maggior parte inserzioni lanciate da questi account non si riferivano in modo diretto alle elezioni presidenziali, al voto o a qualche candidato, ma si concentravano soprattutto nell'amplificare i messaggi divisivi lungo lo spettro ideologico. Toccavano temi come i diritti Lgbtqi, le questioni razziali, l'immigrazione e il diritto di possesso delle armi. Un quarto di questi post erano targettizzati su base geografica, in particolare tra il 2015 e 2016.

FATTE 2.200 SPONSORIZZAZIONI. Nelle operazioni di analisi Facebook ha cercato anche di individuare attività che provenissero direttamente dal territorio russo. Questa seconda ricerca ha portato a individuare una serie di account registrati con ip americano ma che avevano la lingua impostata sul russo. È stato rilevato che questi account hanno speso circa 50 mila dollari per 2.200 sponsorizzazioni politiche.

3. I destinatari dei messaggi: raggiunti 126 milioni di americani

Secondo quanto è emerso dalla testimonianza depositata da Facebook presso la commissione Giudiziaria del Senato, almeno 126 milioni di americani hanno visto i contenuti "sostenuti" della Russia durante la campagna elettorale nel 2016. Si tratta della metà dei potenziali elettori in Usa. La testimonianza depositata da Facebook, è stata citata dalla Nbc e altri media Usa, ha mostrato che circa 80mila pagine con 'finti' contenuti sono state visitate e condivise dagli utenti di Facebook e ciò vuol dire, secondo i calcoli, che sono state viste da tre volte tanto il numero di destinatari originari.

UNA PRIMA TESTIMONIANZA AVEVA PARLATO DI 10 MILIONI. Il 2 ottobre Elliot Schrage, vice presidente delle policy e della comunicazione di Facebook, aveva parlato di 10 milioni di utenti, senza però specificare quanti utenti avessero poi condiviso i post incriminati. Secondo quella testimonianza il 44% delle impressions, ossia il numero di volte che le pubblicità erano state mostrate, è stato registrato prima delle elezioni presidenziali dell'8 ottobre 2016, mentre il 56% è stato mostrato dopo il voto.

TANTI PICCOLI FINANZIAMENTI. Circa il 25% degli annunci non ha raggiunto nessuno, questo perché il sistema di Facebook prevede che gli annunci arrivino agli utenti in base a soglie di rilevanza. Sul fronte dei soldi spesi oltre il 99% delle campagne è stato finanziato con meno di mille dollari, e nel 50% dei casi la spesa è stata inferiore ai tre dollari.

DIFFICILE STABILIRE L'IMPATTO. È difficile dire quanti di questi messaggi possano aver avuto un diretto impatto sul voto. All'ultima consultazione hanno votato oltre 136 milioni di persone. Ma in tre stati chiave Trump ha conquistato la vittoria con un margine molto risicato. In Michigan per esempio Trump ha vinto con una differenza di soli 10 mila voti. Come anche in Wisconsin, dove il divario è stato di 22 mila preferenze. Il 4 ottobre la Cnn ha pubblicato un articolo in cui ha raccontato che quattro diverse fonti hanno confermato che una parte delle inserzioni sono state geolocalizzate proprio nei due swing state. Diverse pubblicità sarebbero state studiate per "colpire" gruppi demografici precisi in aree geografiche chiave. Le fonti della Cnn non hanno però precisato quando sono stati mostrati gli annunci negli due Stati nel corso del 2016.

4. L'agenzia: un'azienda russa dietro i profili falsi

Secondo Facebook il reticolo di account fasulli è stato creato da una compagnia russa chiamata "The Internet Research Agency". L'agenzia, che ha sede a San Pietroburgo, è già nota ai servizi americani da tempo. La sua occupazione principale è quella di usare dei "troll" (provocatori) per innondare i social di commenti e fake news.

UNA "FABBRICA DI TROLL". In un'inchiesta del New York Times Magazine pubblicata nel 2015, il giornalista Adrian Chen raccontava che nell'azienda venivano impiegati centinaia di russi per pubblicare materiale di propaganda vicino al Cremlino. «L'agenzia è stata spesso chiamata "fabbrica di trol"» ha scritto Chen. Il giornalista, che ha intervistato un'ex impiegata, ha spiegato anche che l'azienda si è specificata nell'information warfare e nella lotta contro gli oppositori interni e quelli che la Russia percepisce come nemici esterni.

5. Le audizioni e le indagini: anche il Congresso vuole i dati di Facebook

Successive rilevazioni della stampa americana, in particolare del Washington Post, hanno spiegato che lo scopo delle inserzioni era quello di seminare discordia fra i vari gruppi che compongono la società americana. I post, ha spiegato una fonte del Wp, mostrano una profonda conoscenza della società americana. Alcune delle pubblicità promuovevano gruppi per i diritti degli afroamericani, altri invece mettevano in evidenza come tali organizzazioni rappresentavano una minaccia.

OBAMA LANCIÒ L'ALLARME. Negli ultimi mesi della sua presidenza lo stesso Barack Obama aveva avvertito Mark Zuckerberg sulla minaccia delle "fake news". Secondo fonti di stampa americana Obama si era rivolto personalmente a Zuckerberg incontrandolo in una stanza privata a Lima, in Perù, due mesi dall'inaugurazione di Donald Trump. Parallelamente alle indagini del procuratore Muller anche le varie commissioni del Congresso si stanno occupando dell'inchiesta. In particolare la commissione Intelligence del Senato che ha invitato Facebook, Twitter e Alphabet - società "parente" di Google - a comparire per un'udienza pubblica il primo novembre 2017.

6. Gli altri casi: i 200 utenti di Twitter legati ai russi

L'ombra della propaganda online non si è però posata solo su Menlo Park ma anche sul social network cinguettante. Verso la fine di settembre Twitter ha annunciato di aver sospeso circa 200 account legati a entità russe, tra cui tre gestiti dalla tivù filo Cremlino Russia Today, che «ha promosso 1.823 tweet che miravano in modo certo o probabile il mercato americano» nel 2016, spendendo 274 mila dollari.

INDAGINE ANCHE DI GOOGLE. La notizia è stata confermata dalla stessa società dopo un breve briefing alle commissioni intelligence del Congresso. Il Wall street journal, citando fonti personali, ha raccontato che Google, dal canto suo, ha avviato un'indagine interna per verificare se entità legate alla Russia hanno usato i suoi spazi pubblicitari o i suoi servizi per cercare di manipolare gli elettori durante la campagna del 2016.

7. Pubblicità russa anche su Google: spesi centinaia di migliaia di dollari

Il 9 ottobre il Washington Post ha riportato la notizia che anche il gigante di Mountain View avrebbe scoperto che i russi hanno usato le sue piattaforme per interferire nelle elezioni del 2016. Fonti vicine alla compagnia hanno spiegato al giornale americano che la compagnia ha individuato centinaia di migliaia di dollari spesi da agenti russi per inserzioni nelle varie piattaforme. In particolare, hanno spiegato le fonti, sarebbero stati pubblicati contenuti su Gmail, nella Serp di ricerca di Google e anche su Youtube. Questa nuova scoperta è molto significativa anche perché secondo quanto si è appreso ad acquistare questi spazi pubblicitari non è stata la stessa agenzia russa che ha insediato Facebook, ma altri soggetti. Per il momento dalla compagnia non sono commenti anche se l'indagine interna è ancora in corso.

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