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Trump e il Russiagate

Paul Manafort
31 Ottobre Ott 2017 0845 31 ottobre 2017

Russiagate, Paul Manafort si consegna all'Fbi: le cose da sapere

L'ex capo della campagna elettorale di Trump è accusato di 12 reati, compresa la cospirazione contro gli Stati Uniti. Si "arrende" pure Rick Gates, uomo d'affari legato al tycoon. I due agli arresti domiciliari.

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Scattano i primi arresti nell'inchiesta americana sul Russiagate. Paul Manafort, ex capo della campagna presidenziale di Donald Trump, si è consegnato spontaneamente all’Fbi. Manafort, insieme al suo collaboratore Rick Gates, uomo d'affari legato al presidente, è accusato di 12 reati, che includono la frode fiscale, il riciclaggio e la cospirazione contro gli Stati Uniti (leggi anche: Russiagate, le cose da sapere sul coinvolgimento di Facebook).

DISPOSTI GLI ARRESTI DOMICILIARI. Manafort e Gates sono stati posti agli arresti domiciliari. Per il primo sono stati chiesti 10 milioni di dollari di cauzione, per il secondo 5 milioni. L'inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller mette a segno così i primi colpi. Al centro ci sono le presunte collusioni tra la campagna elettorale di Trump e funzionari del Cremlino, finalizzate a danneggiare la candidatura democratica di Hillary Clinton (leggi anche: Il Russiagate spiegato in un minuto).

LA REAZIONE (SPUNTATA) DI TRUMP. La Casa Bianca ha reagito affermando che i capi d'accusa non riguardano il presidente, né le attività elettorali in maniera specifica. Ma il timore è che questo sia solo l’inizio di un'offensiva capace di travolgere l’amministrazione repubblicana. Anche perché l'accusa di cospirazione riguarda un periodo compreso tra il 2006 e il 2017. Quindi non tutti gli episodi contestati risalgono ad «anni fa», come twittato dal presidente.

Come se non bastasse anche George Papadopoulos, ex collaboratore volontario della campagna di Trump arrestato a luglio, si è dichiarato colpevole di aver reso false dichiarazioni all'Fbi. Papadopoulos ha mentito «sui tempi, l'estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con alcuni cittadini stranieri, che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo».

L'AVVOCATO DI TRUMP: «NON SIAMO PREOCCUPATI». L'avvocato di Donald Trump, Jay Sekulow, intervistato dalla Cnn ha ostentato sicurezza: «Non siamo preoccupati, sono tutti episodi che non riguardano la campagna. Nessuna collusione, nessuna ostruzione della giustizia». Il presidente, ha detto ancora Sekulow, «non interferirà con l'indagine del procuratore speciale» e «non licenzierà Mueller». Mentre la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha dichiarato: «Niente a che fare con il presidente, con la presidenza e con la campagna elettorale. Abbiamo detto dal primo momento che non ci sono segnali di collusione e le incriminazioni di oggi non cambiano questo fatto».

TRUMP PER ORE DAVANTI ALLA TV. Secondo indiscrezioni raccolte dalla Cnn, Donald Trump ha seguito nella mattinata del 30 ottobre gli sviluppi sul cosiddetto Russiagate dalla residenza presidenziale, ma non dallo Studio ovale, rimanendo per ore davanti alla tv sintonizzato sui notiziari. Sarebbe inoltre rimasto particolarmente sorpreso per i dettagli emersi riguardanti Papadopoulos.

1. L'arresto di Paul Manafort

Il primo a parlare di un possibile arresto dell'ex capo della campagna è stato il New York Times. Secondo le sue fonti le autorità federali avevano chiesto a Manafort e al suo socio Rick Gates di consegnarsi. A stretto giro i due hanno scelto di presentarsi spontaneamente nella sede dell'Fbi di Washington.

  • Il documento rilasciato dal Dipartimento di Giustizia americano con le accuse mosse a Manafort e Gates.

2. I capi d'accusa contestati

I capi d'accusa contestati a Manafort e Gates sono 12. Comprendono la frode fiscale, il riciclaggio, l'omessa registrazione come agenti stranieri, la mancata denuncia di conti in banche estere e la cospirazione contro gli Stati Uniti. Nel mirino in particolare la loro attività di consulenza non dichiarata per il controverso ex presidente ucraino filorusso Viktor Ianukovich, deposto nel 2014 dalla rivolta di Maidan, con ingenti pagamenti in nero. Sui conti offshore di Manafort, secondo l'accusa, sono transitati oltre 75 milioni di dollari, di cui più di 18 riciclati, mentre Gates ne avrebbe trasfertiti tre.

GLI ACCUSATI SI DICHIARANO NON COLPEVOLI. I due sono comparsi davanti al giudice federale di Washington, Deborah Robinson. All'udienza non erano ammesse telecamere. Manafort e Gates si sono dichiarati non colpevoli e sono stati posti agli arresti domiciliari.

LA CASA DI MANAFORT PERQUISITA DURANTE L'ESTATE. L'arresto di Manafort era nell'aria dalla scorsa estate, quando gli agenti dell'Fbi avevano perquisito la sua casa. Allo stesso tempo gli inquirenti lo avevano messo in guardia su una possibile convocazione. In questo contesto una parte della stampa americana aveva parlato di un possibile accordo tra le autorità: uno scambio di informazioni in cambio di un alleggerimento delle accuse.

IL RISCHIO DI MULTE MILIONARIE. Manafort e Gates rischiano decine di anni di galera e multe milionarie. Se venissero condannati per tutti i capi di imputazione contestati, Manafort rischierebbe fino a 80 anni di prigione, Gates fino a 70.

Russiagate, le cose da sapere sul coinvolgimento di Facebook

Secondo quanto è emerso dalla testimonianza depositata da Facebook presso la commissione Giudiziaria del Senato, almeno 126 milioni di americani hanno visto i contenuti "sostenuti" della Russia durante la campagna elettorale nel 2016. Si tratta della metà dei potenziali elettori in Usa.

3. Chi è l'ex capo della campagna di Trump

Manafort è uno storico stratega dei repubblicani che si è unito alla campagna elettorale di Donald Trump nel marzo del 2016. La sua principlale occupazione è stata quella di evitare lo strappo il tycoon e i delegati evitando un travaso verso i candidati dell'establishment repubblicano. Manafort ha quindi lavorato per creare legami all'interno del Gop per aiutare e rinforzare la candidatura di Trump verso la convention di Cleveland nel luglio del 2016. Successivamente il tycoon lo ha promosso a capo della sua strategia elettorale, carica che però ha tenuto solo per poco tempo. Una stagnazione nei sondaggi e lo scandalo per i fondi ricevuti dall'ex presidente ucraino Viktor Ianukovich portarono alla sua cacciata.

4. Il terremoto politico

L'arresto di Manafort e Gates ha fatto partire l'attacco dei democratici: «Il presidente Trump non deve, in nessuna circostanza, interferire con il lavoro del procuratore speciale Robert Mueller in alcun modo. Se lo fa il Congresso deve rispondere repentinamente, inequivocabilmente e in maniera bipartisan, per garantire che l'inchiesta continui», è stato il monito scandito dal leader della minoranza dem al Senato, Chuck Schumer. Di sicuro c'è che la nuova puntata del Russiagate rischia di oscurare il presidente degli Stati Uniti in una settimana cruciale, che lo vedrà prima nominare il presidente della Fed e poi partire per un lungo viaggio in Asia, mentre i repubblicani presenteranno l'annunciato piano per il taglio delle tasse.

LAVAROV: «ACCUSE A MANAFORT UN'ISTERIA». Nel giro di 24 ore è arrivata la risposta anche da Mosca. Il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov ha bollato le accuse rivolte dal procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller come un'«isteria». «Il procuratore Mueller a Washington ha presentato i primi risultati del suo lavoro. Ha lavorato per mesi. Hanno accusato due ex impiegati della squadra elettorale di Trump per i loro affari con Ianukovich. Ma stavano cercando invece una traccia Russa. Basta volerlo, un motivo per rovinare, per rendere qualcosa difficilmente realizzabile, si troverà. Come si troverà un motivo per ripristinare i rapporti, basta volerlo».

5. Le confessioni dell'ex consigliere Papadopoulos

Nello stesso giorno dell'arresto di Manafort al centro delle cronache è finito anche Papadopoulos, che come detto in precedenza ha svolto il ruolo di collaboratore volontario per la politica estera durante la campagna elettorale. Papadopoulos, che è stato arrestato il 27 luglio, si è dichiarato colpevole per aver reso false dichiarazioni all'Fbi nell'ambito delle indagini sul Russiagate condotte dal procuratore speciale Robert Mueller. Stando a fonti della stampa americana, starebbe collaborando in maniera «proattiva» con gli investigatori.

  • Il documento rilasciato dal Dipartimento di Giustizia americano con le accuse mosse a George Papadopolous.

In una email del marzo 2016, Papadopoulos propose di organizzare un incontro tra dirigenti russi e dirigenti della campagna di Trump, con oggetto «Incontro con la leadership russa, incluso Putin». La proposta fu però respinta dallo stesso Manafort, secondo un suo portavoce. Anche queste rivelazioni hanno riaperto la questione intorno all'inconto che il figlio maggiore del tycoon, Trump Jr, avrebbe avuto con alcuni emissari russi per danneggiare Hillary Clinton.

LEGAMI CON EMISSARI RUSSI. Nelle carte rese disponibili dal Dipartimento della Giustizia si evidenziano diversi legami tra il consigliere e alcuni emissari russi. In particolare le carte parlano di un professore londinese con legami a Londra. In particolare secondo le carte il 26 aprile Papadopoulos avrebbe incontrato il professore nella capitale britannica e in quella sede l'intermediario gli avrebbe confermato che alti funzionari del governo russo erano entrati in possesso di "sporchi" documenti sulla candidata democratica Hillary Clinton, ovvero migliaia di mail dell'ex Segretario di Stato. Lo stesso professore avrebbe anche messo in contatto Papadopoulos con altre persone vicine al ministro degli Esteri russo e a una donna venne presentata come la nipote di Putin salvo poi essere smentita ogni parentela con il capo del Cremlino.

CONTATTI ANCHE IN ITALIA. C'è anche l'Italia tra i teatri degli incontri tra George Papadopoulos e il professore. L'incontro avvenne il 14 marzo. Il professore inizialmente non era interessato a Papadopoulos ma cambiò idea quando venne a sapere che stava lavorando per la campagna del tycoon. In quello stesso giorno gli investigatori presumono che un agente del governo russo abbia inviato un link fraudolento al presidente della campagna di Hillary Clinton, John Podesta, per accedere poi alle sue email, rese note nei mesi successivi tramite Wikileaks.

INFORMATI I SUPERVISORI. Sempre secondo i documenti Papadopoulos avrebbe avvisato i suoi supervisiori e diversi membri del team di politica estera del comitato per l'elezione di Trump dei suoi contatti, in particolare definendo «buoni amici» il professore e la donna chiamata "nipote di Putin". Il supervisore, che nelle carte non viene nominato, avrebbe risposto di «lavorarci durante la campagna» aggiungendo anche «ottimo lavoro».

*Articolo aggiornato alle 16:10 del 31 ottobre 2017

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