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1 Novembre Nov 2017 0800 01 novembre 2017

Immigrazione, le falle della legge Orlando-Minniti

Doveva sevire a distinguere richiedenti asilo da migranti economici, ma è costruita su una base poco solida. E anche l'idea di togliere l'appello per chi ha ricevuto un diniego è superflua. I difetti del decreto.

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In Italia, ormai stabilmente, il 10% della popolazione immigrata è irregolare. È composta da circa 450-500 mila persone, secondo le stime degli ultimi Dossier Immigrazione curati dal centro studi Idos e dalla rivista Confronti. Il trend è confermato anche nel 2017. Il responsabile dipartimento immigrazione della Cisl di Milano, Maurizio Bove, indica chiaramente la fonte del problema: «La Bossi-Fini è ormai una legge superata, che genera quell'irregolarità che si era proposta di risolvere». Sul punto la pensano alla stessa maniera gli esperti che hanno contribuito a stilare il rapporto, presentato a Milano nella sede del sindacato il 26 ottobre. Il decreto Orlando-Minniti, introdotto ad aprile di quest'anno, dovrebbe contribuire a cambiare le regole. Dovrebbe aiutare a distinguere i migranti “economici” che cercano un modo per raggiungere l'Italia dai richiedenti asilo veri e propri e sveltire le pratiche dell'espulsione per sfoltire le fila degli irregolari. Ma ha qualcosa di sbagliato a monte, secondo i curatori del rapporto.

NON «UNA VERA RIFORMA». Livio Neri e Gianfranco Schiavone sono due avvocati dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione. Per il Dossier si sono dedicati alla parte sulla legge Orlando-Minniti. E la stroncano. Il motivo principale è che il decreto non costituisce «una vera riforma» del sistema precedente, ma solo «un insieme di ritocchi, accomunati solo da un intento acceleratorio». Al contrario, per Asgi serve una legge diversa per impedire la «fabbrica dell'irregolarità», ossia quel circolo vizioso per cui chi perde il lavoro non può rinnovare il permesso di soggiorno anche se è qui come regolare da anni e viceversa, chi non ha un permesso di soggiorno non può trovare lavoro. Insomma, la cornice della Orlando-Minniti è la stessa della legge votata dal governo Berlusconi II.

L'INEFFICACIA DEI CIE. Sul rapporto immigrazione di Idos e Confronti si legge che nel corso del 2016 - quando ancora la nuova legge non era entrata in vigore - sono state intercettate 41.723 persone, +7.369 rispetto all'anno precedente. Ma se si guarda agli anni della destra, come il 2006, il dato raggiunge 124.383, nel 2008 è 70.629, nel 2010 50.717. Allora come oggi, però, il grande interrogativo riguarda l'efficacia delle misure di espulsione: se i respingimenti alla frontiera danno risultati (di questi, peraltro, il 61% riguarda persone arrivate in Italia via aereo), riguardano i “non ottemperanti”: persone trovate sul territorio senza documenti validi per restare in Italia ma che non riescono a essere allontanate. Le strutture predisposte al trattenimento fino all'espulsione fino all'arrivo della nuova legge erano i Cie. Ne sono rimasti sei in Italia, per un totale di 359 posti. Gli altri sono stati chiusi dopo lunghe campagne che hanno evidenziato l'inefficacia dei centri.

Il rimpatrio di chi passa nei Cie, però, scrive il rapporto Idos, «arriva in meno della metà dei casi». Nel 2016 è stato il 48%, nel 2015 è stato al di sopra della metà, 51%. Il 7% viene rilasciato perché «scaduti i termini» (il trattenimento nei Cie può durare fino a 90 giorni, termine ultimo per trovare effettuare l'identificazione e concordare con il Paese di origine o di transito l'espulsione), il 20% è allontanato per non precisati «altri motivi». Un terzo dei transitanti nei Cie è tunisino (27,4%), un quinto nigeriano (21,6%) e uno su 10 marocchino. Nel suo ultimo rapporto, il Garante dei detenuti Nicola Palma ha evidenziato problemi strutturali legati alla «promiscuità delle persone trattenute all'interno delle strutture, senza che vi sia alcuna considerazione per le differenti situazioni giuridiche». In sostanza, nei Cie si trovano persone provenienti «dal circuito penale», «in condizione d'irregolarità amministrativa», «richiedenti asilo». Persone per cui dovrebbero esistere strutture differenti.

SI AMPLIA LA RETE DEI CENTRI. Questa vicinanza, peraltro, scrive sempre il Garante nel suo rapporto, «può favorire la diffusione o la propagazione di contatti e traffici illeciti considerando che non tutti gli ospiti vengono effettivamente allontanati». C'è il rischio, insomma, che chi esce dal Cie si avvicini ad ambienti marginali e criminali anche se prima non ci aveva nulla a che fare. Nonostante questi problemi, il “piano Minniti” prevede di ampliare la «rete dei centri», portando di nuovo la capienza a 1.600 posti in totale. Ma il nome sarà diverso: non più Cie ma Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio. Le strutture, come i vecchi Cie, saranno «fuori dai centri urbani, vicino infrastrutture di trasporto, con una governance trasparente e con la possibilità illimitata di accesso da parte del Garante delle libertà personali». Un quadro non molto dissimile dai vecchi Cie, tanto che il paragrafo dedicato nel Dossier si chiude così: «L'attuazione della nuova normativa dovrà essere monitorata attentamente nei prossimi mesi».

UNA VECCHIA IDEA CHE VIENE DA DESTRA. Tornando alle critiche di Neri e Schiavone sulla nuova legge Minniti-Orlando, un punto importante riguarda l'accelerazione dei tempi di giudizio e la limitazione della possibilità di fare appello ai dinieghi che le Commissioni territoriali – organismi del ministero dell'Interno predisposti a decidere su asilo e protezione – presentano alle domande dei richiedenti. I dati dicono che questo è un falso problema: è vero infatti che nel 2016 i ricorsi sono stati 46.131, ma il 49,8% viene accolto dai Tribunali. Negli appelli la percentuale sale al 69,6% dei casi. Il secondo grado di merito, però, viene soppresso dalla nuova legge. Pensare di colpire le garanzie processuali dei richiedenti per disincentivare ricorsi e appelli è una vecchia idea. Che viene da destra.

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