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Trump e il Russiagate

Manafort
1 Novembre Nov 2017 1800 01 novembre 2017

Russiagate, tutti i Giuda di Trump

L'ex manager della campagna elettorale e il suo vice costituiti. Il collaboratore reo confesso che la Casa Bianca dice volontario. Ma dietro, soprattutto, c'è un apparato ostile al presidente tycoon. E a Putin.

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Per il momento, i Giuda del presidente degli Usa sono due costituiti eclatanti alla giustizia, un reo confesso e, dietro di loro, potenti gole profonde. Presto potrebbero diventare di più, perché chi sa esce allo scoperto come neanche ai tempi del Watergate si era visto, aggiungendo dettagli su dettagli a persone e cose. Dal presentarsi agli inquirenti dei kingmaker della campagna elettorale che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca, le rivelazioni sul Russiagate possono moltiplicarsi come i pani e i pesci. Un salto di qualità nelle indagini dell'Fbi, in prospettiva dall'effetto valanga su Trump.

HILLARY DIXIT. What happened? Cos'è accaduto?, ha fatto scrivere Hillary Clinton sulla copertina del libro della sua inattesa sconfitta alle Presidenziali del 2016: un titolo che, a quanto si dice, mandò in bestia il marito ed ex presidente degli Usa, perché per Bill Hillary avrebbe perso e stop. Ma la domanda era e resta legittima, perché cosa successe nell'anno della portentosa corsa alla Casa Bianca di The Donald possono raccontarlo alla polizia federale in cambio di sconti della pena innanzitutto l'ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort e il suo collaboratore, e uomo d'affari legato a Trump, Rick Gates. Che si dichiarano non colpevoli, ma intanto si sono consegnati all'Fbi.

Paul Manafort.

ANSA

Indagati soprattutto per riciclaggio e frode fiscale (sono 12 i reati contestati nei faldoni del Russiagate), Manafort e Gates rischiano rispettivamente fino a 80 e fino a 70 anni di prigione. Nel luglio scorso gli agenti hanno perquisito a sorpresa la casa del lobbista e consulente politico, anche di Trump tra il marzo e l'agosto 2016, portando via pile di documenti da setacciare. A 68 anni, Manafort è stato l'advisor di altri candidati diventati presidenti degli Usa, inclusi Ronald Reagan e George W. Bush, oltre che, all'estero, di alcuni dittatori e soprattutto del presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, cacciato dalle rivolte del 2014 e riparato in Russia.

RICICLAGGIO RUSSO? A sua discolpa, Trump twitta che Manafort è stato al suo servizio «soltanto per alcuni mesi» e che quel che gli si contesta riguarda «fatti di anni fa». Vero a metà, perché se gli «oltre 18 milioni di dollari riciclati per comprare beni, proprietà e servizi negli Usa» figurano tra gli illeciti dell'inchiesta sul Russiagate, vuol dire che dagli indizi raccolti l'origine del flusso di denaro si sospetta quella. Secondo un rapporto riservato, pubblicato dal New York Times ad agosto 2016, nel pieno della campagna di Trump, quasi 13 milioni di euro sarebbero stati versati a Manafort tra il 2007 e il 2012 proprio da Yanukovich per le prestazioni da consulente.

Al contrario di Manafort, Gates è rimasto fino all'ultimo nella campagna elettorale di Trump

Un Bengodi di oltre «75 milioni di dollari» sarebbe poi passato, sempre secondo gli atti delle indagini federali sulle presunte interferenze russe, «sui conti offshore» del medesimo, complice anche il suo socio di lungo corso Gates, che avrebbe aiutato Manafort a trasferire all'estero diversi milioni di dollari evasi al fisco. Suo braccio destro in attività risultate come illecite, durante la corsa elettorale di Trump il 45enne Gates era il vice di Manafort. Ma non solo: al contrario del suo capo è rimasto consulente del candidato alla presidenza fino al voto dell'8 novembre, entrando poi nel Comitato d'inaugurazione e visitando regolarmente la Casa Bianca.

IL REO CONFESSO. Rinviati a giudizio, Manafort e Gates devono rispondere anche dei reati di cospirazione contro lo Stato e di false dichiarazioni. Per il pericolo di fuga sono rimasti agli arresti domiciliari dopo aver pagato super cauzioni. Parlare, a questo punto, è nel loro interesse: secondo altre indiscrezioni del Nyt, nel 2016 Manafort si sarebbe anche recato a un incontro con alcuni uomini legati al Cremlino che prospettavano rivelazioni compromettenti su Clinton. Ma se l'ex manager (anche) di Trump e il suo vice si limitassero alla fine delle indagini a restare un pessimo biglietto da visita, c'è il terzo incriminato George Papadopoulos, dalla posizione ancora più esplicita, che può compromettere non poco la posizione del presidente tycoon.

James Clapper.

GETTY

Collaboratore «volontario», specifica la Casa Bianca, della campagna di Trump, dall'arresto nel luglio scorso all'aeroporto di Washington l'advisor 30enne di origine greca ha iniziato a collaborare col procuratore speciale dell'inchiesta Robert Mueller. Papadopoulos, patteggiando l'accusa di aver «ostacolato l’indagine dell’Fbi» su presunte interferenze russe nelle Presidenziali del 2016, ha di conseguenza ammesso di aver testimoniato il falso su «tempi, estensione e natura» dei suoi rapporti con stranieri con «strette connessioni con alti dirigenti del Cremlino», l'interazione è stata appurata. E in una mail del 2016 Papadopoulos si è anche mosso per far incontrare il team di Trump col presidente russo Vladimir Putin.

L'APPARATO CONTRO. Dietro Manafort, Gates, Papadopoulos e i prossimi che verranno c'è però soprattutto un apparato istituzionale (Fbi, Cia e altri servizi segreti, anche Pentagono) ormai ostile alla Casa Bianca, che sta favorendo sempre di più l'uscita di indiscrezioni e di atti dell'inchiesta sul Russiagate, pubblicati puntualmente da Washington Post, Nyt, Cnn e ormai da tutti i media autorevoli, non allineati ai network e ai tabloid popolari vicini a Trump. L'ex direttore della National intelligence, ex capo dei capi delle spie ed ex generale 76enne James Clapper è una delle gole profonde emerse dallo Stato profondo, che rilasciano interviste al Senato e ai media con il chiaro intento di portare il presidente degli Usa all'impeachment.

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