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2 Novembre Nov 2017 1301 02 novembre 2017

Cosa può fare Puigdemont contro la richiesta di arresto

Per dare scacco a Madrid (e arrivare alle elezioni), il leader catalano punta sulle disparità tra diritto spagnolo e diritto belga. E sulla possibilità di fare ricorso. Mentre a Bruxelles monta la polemica politica.

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da Bruxelles

Quella che gli unionisti definiscono la «mossa della disperazione» potrebbe far guadagnare a Carles Puigdemont fino a 60 giorni di tempo. Un periodo utile per arrivare alla data fatidica delle elezioni fissate per il 21 dicembre dal governo spagnolo di Mariano Rajoy. Il leader dell’indipendentisimo catalano che si autoproclama in esilio si affida ai meccanismi della giustizia belga e alle discrepanze tra il diritto di Madrid e quello di Bruxelles. (leggi anche: la procura spagnola chiede il carcere per tutto il Govern).

L'AVVOCATO SI DICE PRONTO A COLLABORARE. Mentre la giudice Carmen Lamela chiedeva che gli ex membri del governo catalano fossero arrestati, Puigdemont si trovava in un ristorante di Bruxelles assieme all'uomo che secondo la stampa spagnola sta pagando la sua permanenza nella capitale belga, l'imprenditore di Girona e suo amico di lunga data Jami Matamala. Se Madrid è pronta a emanare un mandato di arresto europeo nei suoi confronti, il suo avvocato fiammingo Paul Bekaert, già difensore degli ex membri dell’Eta riparati in Belgio, sa benissimo a cosa va incontro. Nel 2013 è riuscito a far rigettare l'ordine di detenzione nei confronti di Maria Natividad Jauregui Espina, sui cui pendevano ben due richieste di arresto per omicidio e per terrorismo. E conoscendo perfettamente le procedure, ha già dichiarato di essere pronto a collaborare.

Il mandato di arresto europeo, introdotto da una direttiva del 2002, rende quasi automatica l'estradizione per una lunga lista di reati. Ora Puigdemont è accusato di malversazione di fondi pubblici, di ribellione e sedizione. Il primo capo d'accusa, secondo la stampa belga, potrebbe essere equiparata alla corruzione che rientra nell'elenco dei reati su cui non si applica la clausola della doppia incriminazione, cioè il riferimento al diritto dello Stato in cui si trova la persona oggetto della richiesta di arresto. Ma il margine per la difesa si allarga. Gli altri due non sono nemmeno presenti nella lista. In più, lo stesso tribunale supremo spagnolo mette in dubbio la possibilità di applicare l'accusa di ribellione, reato che per ammissione del suo stesso estensore è limitato ai casi in cui viene esercitata violenza. In ogni caso per tradurre i capi di imputazione in un arresto sul territorio del Belgio, bisognerebbe attendere il pronunciamento di un giudice di Bruxelles.

Questi avrebbe la possibilità, esattamente come il suo corrispettivo spagnolo, di chiedere ulteriori dati alla giustizia iberica, di decidere in autonomia se sono necessarie misure cautelari o meno e di giudicare nel merito come tradurre le accuse nel diritto belga. Nel momento in cui comincia questa procedura, i legali di Puigdemont e dei suoi ex ministri possono fare riferimento al sistema di giustizia belga. La difesa può opporsi alla scelta del magistrato e rimandare la decisione alla Camera di consiglio guadagnando già due settimane di tempo. L'avvocato Bekaert ha già definito quello in cui incorrerebbe il suo assistito in Spagna un «processo politico», un'espressione che sembra far intendere la volontà di appellarsi a una possibile violazione dei diritti umani, con lo scopo di celebrare il dibattimento in Belgio.

45 GIORNI DI RICORSI NEL SISTEMA BELGA. Anche se le sue argomentazioni venissero rigettate, il legale potrebbe proseguire, di ricorso in ricorso, prima contro l'eventuale giudizio della Camera e poi appellandosi anche alla Corte di cassazione. Per ogni pronunciamento aggiuntivo la decisione sull'arresto slitta di altri quindici giorni per un totale di almeno 45 giorni. Il tutto non dovrebbe superare i 60 giorni in totale con una deroga di 10 giorni per il rientro nel caso alla fine l'arresto venisse avvallato. Anche se la scelta di non tornare in Spagna peggiora la sua posizione di partenza e soprattutto quella dei suoi ex collaboratori in carcerazione preventiva, l'ex presidente avrebbe come minimo tutto il tempo di prepararsi alla campagna elettorale.

La scelta però non è priva impatto. Non tanto sull'Unione europea, obiettivo insistentemente dichiarato da Puigdemont e dai suoi, da mesi intenti a chiedere una presa di posizione delle istituzioni comunitarie. L'Ue sembra decisa a continuare a trattare il dossier come una questione interna alla Spagna, anche affrontando gli eventuali giudizi negativi di un mancato intervento, e affidandosi ai limiti che le impongono il diritto e i Trattati. Piuttosto gli effetti sono quelli sulla politica interna del Belgio.

BELGIO, OPPOSIZIONI ALL'ATTACCO. Il leader del partito indipendentista fiammingo Bart de Wever, nipote di un ex membro del movimento collaborazionista con il regime nazista, l'uomo che ha progressivamente eroso i consensi dell'estrema destra delle Fiandre, traghettandoli verso l'Nva, e che ancora nel 2010 spiegava che il suo obiettivo era fare in modo che il Belgio scomparisse «senza che nessuno se ne accorga», ha dichiarato che Puigdemont è un amico e che «agli amici non si gira la schiena». Il partito di De Wever controlla quasi mezzo governo e il suo delfino è il contestato sottosegretario all'immigrazione e all'asilo, Theo Franken. Su di lui e sul suo invito a presentare richiesta di asilo politico a Puigdemont la stampa interna sta martellando. I politici di opposizione hanno chiesto al primo ministro Charles Michel di comparire in parlamento. I Verdi hanno dichiarato inaccettabile che Michel lasci l'Nva decidere della politica estera del Paese. Il premier ha mantenuto un profilo basso e ora la parola spetta ai giudici, ma - qualsiasi cosa decidano - la crisi catalana, a un anno e mezzo dalle elezioni, è già diventata anche belga. Ed è ben lungi dall'essere risolta.

LA CATALOGNA SPEZZATA. A Madrid, nella consueta cecità del governo Rajoy, scommettono sulla via giudiziaria. A Barcellona, le ricerche di opinione danno gli indipendisti in vantaggio alle prossime elezioni e i sostenitori della Repubblica catalana festeggiano per il nuovo record di consensi alla secessione: un sondaggio realizzato per il quotidiano El Español​ ha registrato il sostegno del 48,3% dei catalani. Si vantano cioè di avere dalla loro parte meno di metà della popolazione. Se le previsioni dovessero realizzarsi, Puigdemont non avrà di fronte una maggioranza reale della cittadinanza indipendista, ma semplicemente una società spezzata.

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