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Trump e il Russiagate

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TRUMPERIE 2 Novembre Nov 2017 0933 02 novembre 2017

Russiagate, preparate i pop-corn: siamo solo all'inizio

Le rivelazioni di Manafort e Papadopoulos al Fbi potrebbero fare definitivamente luce sui rapporti tra Trump e il Cremlino. Per ora il presidente Usa non è nel mirino del procuratore Muller. Ma non dorme sonni tranquilli.

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Quando venerdì scorso Robert S. Muller III ha annunciato che il lunedì successivo sarebbero scattati i primi arresti legati al Russiagate, se si tendeva bene l’orecchio, dalla mia casa di campagna a 642 chilometri di distanza da Washington Dc, si poteva sentire l’urlo di sdegno e di terrore del 45esimo presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. L'uscita del procuratore non è stata casuale, ma un chiaro messaggio rivolto soprattutto a Paul Manafort, ex manager della campagna presidenziale e uomo poco trasparente. Muller gli ha voluto dire: «Paul, o parli e ci spieghi alcune cose sul coinvolgimento della Russia nella campagna elettorale di Trump, o rischi più di 20 anni di galera. Ti diamo il fine settimana per pensarci bene». Manafort ci ha pensato e infatti lunedì mattina si è costituito al Fbi.

QUEI CLIENTI "IMBARAZZANTI". Sono 12 i capi d’accusa per Manafort, il lobbista repubblicano amico di Trump. Ma cosa ha fatto esattamente di male questo signore? Manafort ha lavorato come consulente per le campagne presidenziali dei repubblicani Ford, Reagan, George H.W. Bush e Bob Dole. È dunque da anni un'importante figura del Gop. Non solo. Manafort negli Anni 80 ha aperto un ufficio legale per offrire strategie politiche anche a governi esteri. Tra i tanti clienti della Black Manafort Stone and Kelly (Bmsk) c'erano Mobutu Sese Seko, dittatore corrotto e brutale del Congo per 32 anni, con cui la società aveva un contratto di 1 milione di dollari; Ferdinand Marcos, dittatore delle Filippine per 20 anni con cui ne aveva uno da 950 mila all’anno; Jonas Savimi, leader militare dell’Angola e presidente del partito anticomunista Unita (600 mila dollari di contratto) e infine Viktor Yanukovich, presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014. Vicino a Putin, Yanukovich venne cacciato durante le proteste in cui morirono più di 100 persone e che portarono il Paese vicino alla guerra civile. Fu questo suo ultimo cliente, appoggiato da Putin, che gli fece guadagnare oltre 18 milioni di dollari, mai dichiarati al governo americano e riciclati in case, macchine e spese personali. Insomma, Manafort ne ha fatte di tutti i colori.

Ma cosa c’entra tutto questo con Trump? È quello che Muller sta cercando di capire. Una cosa è certa: Manafort lavorava intensamente con il governo ucraino e con Yanukovich, fuggito in Russia sotto la protezione di Putin, e non ha dichiarato un centesimo dei soldi ricevuti. Proprio per questo Trump lo ha licenziato. Ma se Manafort è davvero un corrotto al soldo di oligarchi russi, vuole forse dire che anche la campagna di Trump ha ricevuto soldi da Mosca? E soprattutto: vuole forse dire che Manafort e Trump erano al corrente del coinvolgimento dei russi nella campagna per distruggere Hillary? Certamente no, ma Muller se lo farà confermare da Manafort in questi giorni.

I RAPPORTI TRA TRUMP E IL CREMLINO. Fatto sta che proprio durante il periodo in cui Manafort seguiva la campagna di Trump, i russi erano riusciti a "hackerare" quella di Clinton distruggendo la sua reputazione attraverso i social media. E ancora: malgrado ben 17 agenzie investigative americane avessero puntato il dito contro Mosca, Manafort e Trump avevano fermamente negato il coinvolgimento dei russi (ricordate la famosa frase di Trump: «Potrebbe essere stato un grassone seduto davanti al computer in New Jersey»?). Ma non è finita qui. Lunedì pomeriggio anche uno dei consiglieri di Trump durante la campagna elettorale, George Papadopoulos, si è costituito al Fbi. Pare che stia cantando come un uccellino impaurito. L’accusa nei suoi confronti è di aver facilitato i rapporti fra la campagna elettorale di Trump e il Cremlino. L'avvicinamento sfociò solo nell’incontro alla Trump Tower tra il figlio del tycoon e un’avvocatessa russa o si tratta di altro di cui ancora non siamo a conoscenza? Donald Trump c’entra qualcosa? No, non ancora. Ma una cosa è certa: non è tranquillo. Intanto, preparate i pop-corn e sedetevi comodi in poltrona, che il bello deve ancora arrivare.

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