Iran caso Djalali
5 Novembre Nov 2017 1800 05 novembre 2017

Iran, il caso Djalali può avere conseguenze internazionali

Teheran ha processato e condannato a morte il ricercatore per avere passato «informazioni a Israele». Lui rimanda ai pasdaran le accuse di «spionaggio all'Ue». A rischio rapporti diplomatici e accordo sul nucleare.

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Il caso è scottante quanto scivoloso. Le accuse trasformate in pena capitale - molto applicata in Iran - sono le più gravi per le quali un iraniano possa finire imprigionato: «Passare informazioni sensibili a Israele, per aiutarlo a uccidere gli scienziati nucleari iraniani». Almeno cinque tra fisici, ingegneri e chimici sono morti tra il 2007 e il 2012 per attentati mirati o in circostanze misteriose, rimaste tali come i mandanti degli omicidi. Nel 2016, a un anno dall'accordo sul nucleare con l'Occidente, uno dei fisici dell'impianto di Natanz sparito e ricomparso negli Usa fu giustiziato a Teheran per «aver rivelato segreti al nemico» dopo un processo per tradimento. Nel 2012 un'altra «spia di Israele» era stata impiccata nel carcere di Evin per l'omicidio di uno scienziato nucleare.

IL CASO DJALALI. Arrestato nel 2016 in Iran dove si trovava per dei seminari, anche il fisico Ahmadreza Djalali è finito nelle spire della prigione di massima sicurezza di Teheran con la stessa condanna. Il ricercatore accademico 46enne è noto in Europa in diverse università dove insegnava e svolgeva progetti di ricerca (tre dei quali finanziati anche da borse dell'Ue) nella medicina dei disastri e della gestione delle crisi di tipo naturale e tecnologico, in materia anche di controterrorismo in risposta ad attacchi di tipo chimico, biologico, nucleare o con esplosivi. Tra il 2012 e il 2016 Djalali aveva anche lavorato per il Centro di ricerca sulla medicina dei disastri di Novara dell'Università del Piemonte orientale, dopo un dottorato di ricerca in Svezia. E a Stoccolma era rientrato da meno di due anni con la moglie biologa e i due figli.

Dal fermo è partita una campagna mediatica in difesa di Djalali, attraverso organizzazioni per i diritti umani come Amnesty international, politici e ricercatori, intensificata dopo la sentenza capitale emessa di ottobre. I colleghi del centro universitario di Novara affermano di «non aver avuto accesso a dati segreti». I vertici del Karolinska Institutet, università medica di Stoccolma, ricordano che il fisico iraniano «per molti anni ha lavorato con ricercatori di tutto il mondo per migliorare le capacità degli ospedali in Paesi afflitti da povertà estrema, o disastri o conflitti armati». «Le accuse sono troppo pesanti e precise per cadere» spiega a Lettera43.it la storica dell'Iran e giornalista Farian Sabahi, docente all'università di Aosta, «solo con una forte mobilitazione internazionale per il rispetto dei diritti umani possiamo premere in modo significativo per la conversione all'ergastolo o per una moratoria dell'esecuzione».

LO SCRITTO DAL CARCERE. In un documento dettagliato, pubblicato in esclusiva da Repubblica grazie a fonti anonime vicine a Djalali e attribuito al medesimo che lo avrebbe scritto dal carcere, viene ribadita la sua totale estraneità alle accuse di spionaggio e il racconto aggiunge un giallo al giallo. Nel testo si afferma che l'arresto dello scienziato sarebbe scattato dopo una serie di suoi rifiuti di raccogliere dati e passare all'intelligence e a centri militari iraniani informazioni sensibili, «rilevanti sul terrorismo e sulle crisi», degli «Stati Ue incluse le loro infrastrutture critiche, attività di controterrorismo e capacità di rispondere agli attacchi chimici, biologici, nucleare o con esplosivi». La sua unica colpa sarebbe «non aver accettato di usare la fiducia dei miei colleghi e dell'università nell'Ue per spiare al servizio dell'intelligence iraniana».

Ha avuto diversi incontri con il Mossad, fornendo a Israele informazioni sensibili in cambio di soldi e dell'aiuto per il permesso di residenza in Svezia

L'accusa della condanna a morte

Nello scritto è ricostruita anche la precedente attività di Djalali in patria, svolta «tra il 1997 e il 2007, di ricerca, docenza e pianificazione nel campo della gestione delle crisi, al Ministero della salute e successivamente all'Istituto di ricerca sui disastri»: una cooperazione che si conferma proseguita regolarmente dall'estero «in parallelo con università e centri di ricerca iraniani per il contributo nella gestione dei rischi e su programmi di difesa passiva». «Tutti pubblici e», si precisa, «non secretati per aspetti di sicurezza». Il tentativo di reclutare Djalali tra i collaboratori dei pasdaran in Europa sarebbe avvenuto «durante un viaggio in Iran nel 2014», dopo un approccio al ricercatore già «al termine del dottorato nel 2012» da parte di un «centro militare per entrare in un'università militare iraniana».

LE PRESSIONI DIPLOMATICHE. Sei mesi prima il fermo, con accuse nette e circostanziate ricostruite poi nel processo, sempre secondo il racconto «nell'autunno del 2015» Djalali aveva accettato altri inviti di un gruppo «affiliato al sistema militare iraniano» per una conferenza e a alcuni incontri in Iran sulla difesa passiva e sulla risposta al terrorismo. Dal verdetto di condanna di primo grado per «aver avuto diversi incontri con il Mossad e fornito agli agenti israeliani informazioni sensibili sul sistema militare in Iran e sui siti nucleari, in cambio di soldi e dell'aiuto per il permesso di residenza in Svezia», lo scienziato ha 20 giorni di tempo per appellarsi. Nei mesi di detenzione, diversi governi europei, incluso quello italiano, hanno manifestato «preoccupazione», attivando i canali diplomatici con l'Iran, sollecitati anche dopo la sentenza.

Accusato di spionaggio, aveva lavorato in università piemontese

ANSA

La Svezia ha condannato «l'uso della pena di morte in tutte le sue forme». Il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano ha promesso di «continuare a sensibilizzare gli iraniani su questo caso, fino all'ultimo». I colleghi ricercatori si sono anche appellati a istituzioni internazionali e sovranazionali, quali l'Alto commissario Ue agli Affari esteri Federica Mogherini, trait d'union dell'intesa internazionale sul nucleare del 2015 che il presidente degli Usa Donald Trump vuol far saltare. In un momento così critico per l'accordo, l'Ue ha margini di pressione su Teheran: «La vicenda di Djalali cade in un periodo delicato per Teheran, che deve difendere l'intesa internazionale. È costata troppo e inoltre la riapertura, attraverso i negoziati, dei rapporti con l'Occidente rappresenta una garanzia per la pace e la stabilità», commenta Sabahi, «guardiamo a quanto sta accadendo in Corea del Nord».

IL CANALE CON L'UE. Nell'aprile scorso Mogherini aveva ribadito «l'impegno dell'Ue con l'Iran per l'elemento centrale dei diritti umani», anche sul caso dello scienziato «ancora aperto e senza un verdetto definitivo». Dalla sentenza non ci sono state sue nuove prese di posizione: anche l'Ue è prudente, le tensioni possono sfociare in una crisi diplomatica con l'Iran che nessuno vuole. Tanto più che, se l'Ue come istituzione difende l'accordo sul nucleare sfidando Trump, i singoli Stati membri non sono compatti sull'Iran: alcuni governi sono molto vicini agli Usa e a Israele, la battaglia sui diritti umani per Djalali può essere strumentalizzata per minare l'accordo. Su Israele viceversa Teheran non transige, rivendica la sovranità nazionale tanto più per un'inchiesta su attentati così strategici. Decine di stranieri sono imprigionati in Iran per spionaggio, ma l'essere iraniano non depone a favore a Djalali, lui non è merce di scambio.

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