Arabia Saudita
6 Novembre Nov 2017 1739 06 novembre 2017

Arabia Saudita, tutti gli uomini "purgati" da bin Salman

L'erede al trono di Riad ha decapitato la vecchia classe dirigente militare, politica ed economica. Un'epurazione in stile Erdogan. Dal "Warren Buffett arabo" in giù, chi sono gli incarcerati di lusso.

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Una purga mascherata da sensazionale operazione di trasparenza, in vista della sempre più vicina salita al trono senza nemici influenti attorno. Con un colpo di spugna degno del monarca assoluto quale si appresta a diventare da più giovane re al mondo, il 32enne principe saudita Mohammad bin Salman ha fatto arrestare senza accuse formali né inchieste in corso 11 principi, quattro ministri e una quarantina tra ex incaricati di governo e super finanzieri vicini all'establishment del defunto re Abdullah e critici verso il suo successore, il vecchio e malandato padre re Salman. Il grimaldello è stata una commissione anticorruzione, creata su decreto reale poche ore prima nello Stato religioso dei petrodollari che non ha un parlamento né ha mai indetto elezioni politiche.

UNA SFILZA DI CARCERATI DI LUSSO. Di per sé le purghe non sono una novità in Arabia Saudita, anche se con il passaggio da Abdullah a Salman non ce n'erano state di eclatanti, pur essendoci da tempo grosse faide attorno al capezzale del sovrano morente, rimpiazzato poi per ordine dinastico da un fratello ultra 80enne: dalle voci di corridoio già debilitato e non totalmente in grado di intendere e di volere. A rendere stavolta così dirompente il repulisti è il calibro degli incarcerati: veri intoccabili da decenni, come il figlio del precedente re e ministro della Guardia di sicurezza nazionale Mutaib bin Abdullah o l'investitore tra i più famosi al mondo al Walid bin Talal (in passato anche azionista di Mediaset), che siccome trattasi di Arabia Saudita risiedono in manette al Ritz-Carlton e in altre magioni a cinque stelle.

Bin Salman con Donald Trump.

GETTY

Altri incarcerati di lusso sono il ministro dell'Economia Adel Fakeih e il suo vice Mohammad al Tuwaijri, dicastero evidentemente non completamente allineato, nonostante Fakeih fosse un advisor del principe bin Salman, ai suoi piani di rinnovamento. Di bin Salman è il progetto Vision 2030, lui è il factotum che dal 2015 presiede anche il Consiglio per gli Affari economici e di sviluppo, è ministro della Difesa e, grazie il precedente colpo di mano del 2017 che lo ha reso erede al trono estromettendo il principe Muhammad bin Nayaf, ha sostanzialmente accentrato su di sé anche le funzioni di ministro dell'Interno. Il re in pectore accusa tutti i fermati di aver «sottratto fondi allo Stato per trarne benefici personali».

ACCOLTI IN ESILIO IN ALGERIA? Una tenuta dei reali sauditi in Algeria, fatta ampliare di recente, potrebbe accoglierli in esilio. In alternativa ai prigionieri eccellenti sarebbe stata ventilata un'uscita di scena soft, ma i nemici più potenti di bin Salman avrebbero rifiutato, pronti a far valere il loro no o la loro influenza tra i 28 principi del Consiglio di fedeltà incaricati della nomina del prossimo monarca. Così il cerchio si è stretto. Altro fatto inquietante all'indomani dei blitz della sera del 4 novembre è stato l'incidente, al confine con lo Yemen, dell'elicottero nel quale ha perso la vita, insieme con diversi suoi ufficiali, il principe Mansour bin Mukrin: nientemeno che il figlio dell'erede originario di re Salman. Il principe cioè ed ex direttore dell'intelligence Mukrin bin Abdulaziz, rimosso ed estromesso dalla successione nel 2015, prima di bin Nayaf, dal sovrano da poco insediato.

Al Waleed bin Talal è l'uomo più ricco dell'Arabia Saudita, con importanti partecipazioni in Citigroup, Century Fox e Twitter

Il tintinnar di sciabole si è abbattuto prima di tutto sul 65enne capo della Guardia nazionale Mutaib bin Abdullah, uno dei 34 figli del vecchio re e con una lunga carriera militare alle spalle fino al grado di comandante del corpo. A bin Salman occorreva il pieno controllo di tutte le forze di sicurezza saudite (le altre due sono esercito e intelligence), per assicurarsi un'investitura altrimenti passibile di opposizione durissima dall'ala avversa capeggiata dagli Abdullah e da parte di altri rami della folta genia degli al Saud: un'operazione analoga alle epurazioni dagli apparati dello Stato della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Il fermo più clamoroso ed enigmatico ha però colpito il magnate e principe al Walid bin Talal: tra i finanzieri più ricchi e potenti, puntualmente citati nelle classifiche di Forbes e Time, che lo aveva ribattezzato il «Warren Buffett arabo».

IN GALERA IL RE DEI PETRODOLLARI. Davvero impensabile immaginarlo dietro le sbarre, fino alla retata che ha colpito anche i miliardari e businessmen sauditi Saleh Abdullah Kamel, Nasser bin Aqeel al Tayyar e Walid al Ibrahim. Uomo più ricco del Paese e principale artefice, con le sue società, dello sviluppo dell'Arabia Saudita nel boom industriale e dei petrodollari, all'estero il 62enne bin Talal, illustre nipote del primo re beduino, è il maggiore singolo azionista del colosso Citigroup, vanta innumerevoli importanti partecipazioni in multinazionali della comunicazione e del comparto immobiliare (da News corporation a Century Fox, alle catene Four Seasons e dei parchi Disney, tra le altre) e ha investito miliardi praticamente in tutti comparti in espansione, per ultimo anche in Apple e Twitter. Al suo arresto si sono, non a caso, temute ripercussioni in Borsa e sui mercati globali.

al Waleed bin Talal.

GETTY

In Arabia Saudita il principe bin Talal (vicino anche al magnate tunisino Tarek ben Ammar e attraverso lui a Silvio Berlusconi) ha impiantato la Kingdom Holding Company, società madre tra le holding più grandi e ramificate al mondo. Entrata nel mirino del grosso piano di ristrutturazione (attraverso privatizzazioni, aperture agli investimenti stranieri e tagli alla spesa pubblica) dell'ambizioso e tranchant Vision 2030 di bin Salman: tutti i fondi del miliardario, che non avrebbe voluto investire liquidità nei piani di Bin Salman, sono ststi congelati. Di troppo anche le reti di società di al Tayyar, il re delle agenzie di viaggio, e Kamel, a capo del Consiglio delle banche islamiche e della Camera di Commercio di Gedda, oltre che tra i maggiori imprenditori del Medio Oriente come al Ibrahim. Fondatore quest'ultimo del primo network di tivù commerciali arabe (Mebc).

BIN SALMAN GIOVANE MA AGGRESSIVO. Ma anche il tycoon saudita si era rifiutato di vendere le sue stazioni al principe Salman. Mentre il ramo del paperon dei paperoni bin Talal avrebbe, secondo indiscrezioni, votato no in seno all'organo consultivo del Consiglio di fedeltà, riunito per promuovere erede al trono di bin Salman. Il rampante principe – primo sovrano, salvo colpi di scena, non fratello del predecessore ma figlio: un salto, per età anagrafica, di due generazioni – si pone di fronte all'opinione pubblica interna e alla comunità internazionale come un innovatore, promette un «islam moderato» e un Paese «più moderno» con più diritti. Primo fra tutti quello annunciato di guida per le donne.

Ma in Medio Oriente niente è come appare e se bin Salman rappresenta di certo un elemento di rottura, sotto la sua reggenza sono partiti i bombardamenti a tappeto in Yemen che hanno provocato migliaia di morti civili e la maggiore crisi umanitaria del Pianeta. Dopo le dimissioni - per molti a orologeria - del primo ministro libanese Saad al Hariri (figlio del leader assassinato sunnita Rafiq e mano longa di Riad a Beirut), alla vigilia degli arresti e proprio durante una sua visita in Arabia Saudita, è nell'aria una nuova esplosione del Paese dei Cedri.

AVVICINAMENTO A DONALD TRUMP. L'aggressivo erede al trono punterebbe a destabilizzare il Libano, per arginare il potere conquistato dagli Hebzollah filoiraniani che con Bashar al Assad si apprestano a vincere la guerra in Siria. Senza contare che con la scalata di bin Salman, per i nemici un grande assetato di potere, l'Arabia Saudita si è avvicinata moltissimo agli Stati Uniti di Donald Trump e, per la prima volta esplicitamente, a Israele. «Sei una disgrazia non solo per i Repubblicani ma per tutta l'America», aveva twittato a Trump in corsa per la Casa Bianca il crocifisso bin Talal, promotore anche di una campagna per le donne al volante. In teoria un modernizzatore, proprio come il principe del cambiamento.

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