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7 Novembre Nov 2017 1733 07 novembre 2017

Rivoluzione d'ottobre, perché Putin ha snobbato il centenario

Per il nuovo Zar il passato russo è un'arma a doppio taglio: accende il sentimento nazionalista, ma rischia di svegliare sentimenti anti-autoritari. Un rischio per chi è al potere da 17 anni.

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Certi tipi di ricorrenze è meglio farli passare sotto traccia, soprattutto se il tuo soprannome è "Zar" e a essere festeggiata è la destituzione di un imperatore. Il 7 novembre è il centesimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre (la confusione dei mesi è data dal calendario giuliano, utilizzato in Russia nel 1917), forse il più importante evento del ventesimo secolo per le sue dirette e indirette conseguenze. I cento anni dalla caduta dell'impero zarista sarebbero l'occasione per celebrazioni in pompa magna, anche considerata la propensione russa a glorificare l'identità nazionale, se non che questa particolare ricorrenza risulta scomoda per il nuovo Zar del Cremlino. Vladimir Putin ha optato per un profilo che più basso non si poteva.

Non ha partecipato a nessuna commemorazione - la Piazza Rossa ha ospitato una parata militare indistinguibile da qualsiasi evento in memoria della seconda guerra mondiale - e il suo portavoce ha dichiarato che per il presidente è stata una «normale giornata lavorativa». La televisione pubblica non ha trasmesso in diretta l'evento e i quotidiani filo-governativi non hanno dato visibilità alla giornata.

I COMUNISTI ITALIANI IN PIAZZA. Nell'era sovietica, i lanciamissili e i carri armati attraversano la Piazza Rossa davanti ai leader del partito, e l'anniversario della Rivoluzione era festa nazionale. Curiosamente, oggi le bandiere più viste in piazza, dove si sono radunati diversi nostalgici, sono quelle dei comunisti italiani. All'evento ha partecipato anche una delegazione del Partito comunista italiano guidata dal segretario Marco Rizzo.

Nell'era di Putin la giornata è quasi una scocciatura da far passare in fretta. Ex agente del Kgb. amante dell'ordine e della stabilità, il presidente è ostile per natura a qualsiasi forma di dissenso, anche a quello che ha portato alla creazione della super potenza sovietica. Dopo 17 anni di governo, lasciare che il popolo festeggi la caduta dell'imperatore rischierebbe di essere un boomerang per il nuovo sovrano.

«NON ERA MEGLIO UN CAMBIAMENTO GRADUALE?». In un raro commento sul centenario, Putin ha chiarito che sarebbe stato meglio se la rivoluzione del 1917 non ci fosse mai stata: «Vediamo quanto sono stati ambigue le conseguenze di quel sollevamento, e come quelle positive si sono intrecciate con quelle negative. Non era forse meglio seguire un percorso evolutivo piuttosto che sovvertire l'ordine costituito con i costi che ciò comportò?».

IL PASSATO SELEZIONATO AD HOC. Il leader del Cremlino, a causa del suo stesso ruolo anti-rivoluzionario e conservativo, è profondamente avverso a ogni brusco cambiamento politico. Per lui, ogni segno di attivismo pubblico è una minaccia alla stabilità e in particolare alla stabilità del suo ruolo. Allo stesso tempo, la propaganda da lui spinta fin dal primo giorno al potere punta ad accendere il sentimento nazionalista russo e a definirne il più possibile l'identità. Per questo ha anche bisogno di ricorrere alla memoria storica del Paese, ed è stato il primo a glorificare la grandezza del passato sovietico, ma selezionando con attenzione solo alcuni eventi, come la vittoria nella seconda guerra mondiale o l'esplorazione spaziale. Non è un caso che il livello di apprezzamento di un leader come Stalin sia oggi ai massimi storici in Russia. Ma il passato può anche essere pericoloso per chi comanda, in particolare se a essere ricordata è una rivoluzione contro il potere.

UNA QUESTIONE CHE DIVIDE I RUSSI. La scelta di far passare l'anniversario sotto traccia è stata anche dettata da una strategia squisitamente elettorale: la Rivoluzione è infatti un evento che divide la popolazione russa. Stando a un recente sondaggio del centro demoscopico statale Vtsiom, il 45% dei russi la valuta positivamente, il 43% invece negativamente. Schierarsi da una parte o dall'altra avrebbe significato erodere il proprio consenso, a livelli record, proprio a pochi mesi dalle presidenziali del prossimo marzo.

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