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10 Novembre Nov 2017 0907 10 novembre 2017

Arabia Saudita, le confische dei patrimoni e le mire di bin Salman

Giro di vite anticorruzione: l'erede al trono congela i fondi degli arrestati. La procura di Riad parla di 100 miliardi di dollari, 800 secondo altre stime. Un "bottino" che potrebbe servire ai Saud per il rilancio del Paese.

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Pochissimo, quasi nulla, si sa degli imprigionati in Arabia Saudita nell'hotel più lussuoso al mondo, il Ritz-Carlton di Riad diventato la galera dei milionari e miliardari bersaglio, il 4 novembre scorso, dalla notte dei lunghi coltelli ordinata dal principe figlio ed erede del re Mohammed bin Salman. Anche i numeri degli arrestati sballano, e non di poco: dalla sessantina calcolata in base alle fughe di notizie iniziali sui nomi più in vista finiti nelle retate (tra principi, politici e businessman) a «fino a 500», ha allargato lo spettro il New York Times, sparsi tra il Ritz e altri hotel a cinque stelle. «Fino ai 208» ha confermato il 10 novembre la procura generale di Riad e di questi solo sette sarebbero stati «rilasciati per insufficienza di prove». Una storia, non solo per scenografia, molto saudita.

MAGISTRATURA INESISTENTE. Di forzati nel lusso, miliardi che cominciano a sparire e anche morti violente. Le autorità di Riad non intendono diffondere liste delle generalità degli arrestati «per rispetto del codice penale saudita». Decine di fermi contro religiosi e intellettuali e attivisti critici della monarchia erano scattati già a settembre e altre epurazioni minori si erano avute durante l'anno. Sulle prove dell'accusa sulla «sottrazione di soldi pubblici per benefici personali» poi è buio ancora più fitto: nella monarchia assoluta i tribunali sono sotto il controllo del re e del suo erede, che possono far quel che vogliono rendendolo poi legale. Gli arresti sono stati disposti senza formali accuse né processi, e la neonata commissione annunciata non può aver avuto il tempo affermato di «tre anni» di indagare.

Re Salman.

GETTY

Al momento la procura generale ha dichiarato che le confische ammontano a «circa 100 miliardi di dollari», ma il dato è inattendibile. Una vera inchiesta anticorruzione da parte di un'autorità indipendente non risparmierebbe nessun ramo degli al Saud: famiglia di Salman inclusa, che ha società e interessi ramificati nella sanità, nella difesa e in tutti gli altri comparti dello Stato. Pur promettendo risparmi e trasparenza, il re non ha mai giustificato le sue vacanze e le sue spese milionarie, e il figlio bin Salman ha comprato in un giorno uno yacht da mezzo miliardo di dollari. L'accusa di aver distratto fondi attraverso false assunzioni o contratti gonfiati mossa per esempio al comandante imprigionato della Guardia nazionale, il principe Mutaib bin Adbullah figlio del precedente re, può valere per tutti.

NESSUNA LEGGE O OBBLIGO. L'Arabia Saudita staziona da sempre all'ultimo posto nella classifica mondiale sulla trasparenza dei bilanci pubblici di International budget partnership (Ibp). Nel regno intitolato alla tribù beduina che - per volontà delle potenze coloniali - lo ha fondato, pubblico e privato sono intrinsecamente collegati e non esistono normative (tra i pochi editti reali promulgati e le leggi islamiche della sharia) che regolino e controllino le azioni della dinastia al potere dal 1926. Un clan che, grazie a decine di mogli negli harem e innumerevoli figli, si è espanso fino a circa 15 mila membri, 7 mila dei quali principi, che non hanno mai reso noti i loro redditi, né quanto incassino dagli introiti del petrolio, dalle compagnie statali o da altre fonti.

Lo scopo della retata saudita è confiscare asset per 800 miliardi di dollari

Wall Street Journal

Se la procura di Riad ha confermato 201 arresti per un giro di denaro di 100 miliardi di dollari, anche le stime del Wall Street Journal sui capitali in ballo rivedono la somma al rialzo. La cifra che «si punta a confiscare», aveva scritto il quotidiano, è l'equivalente «800 miliardi di dollari». L'Autorità monetaria saudita si era poi precipitata a rassicurare che i beni in questione proverrebbero esclusivamente dai «conti correnti individuali» e non dalle molte società e dagli istituti bancari «che possono proseguire i loro business come sempre». E finora i mercati hanno creduto al principe bin Salman: la Borsa ha tenuto e il prezzo del petrolio si è impennato tornando ai massimi dal 2015. Segnali positivi.

RE DELLA FINANZA GLOBALE. Ma un blocco dei gruppi gestiti o finanziati da magnati come l'investitore globale al Walid bin Talal o il grande costruttore Bakr bin Laden scatenerebbe terremoti finanziari. Grosso azionista di Twitter, Citygroup, Four Seasons e un tempo anche di Mediaset, il cugino dell'erede al trono bin Talal vanta un patrimonio di quasi 17 miliardi di dollari. Dietro di lui, con una dote da 7 miliardi, c'è il fratellastro di Osama bin Laden. Padrone di Gedda, dove ha sede la sua corporation, e non solo, Bakr bin Laden è a capo di un impero immobiliare e dell'edilizia che, per quanto riguarda gli italiani, attraverso una sua società include anche il 50% delle quote della Marmi Carrara.

Gli altri paperon dei paperoni finora identificati nella black list sono il tycoon del primo network di tivù commerciali (Mbc) in Medio Oriente al Walid al Ibrahim (6 miliardi di dollari) e l'altro grosso imprenditore saudita della regione, il presidente del Consiglio delle banche islamiche e della Camera di Commercio di Gedda, Saleh Abdullah Kamel (2,2 miliardi). Infine, il businessman e filantropo Amr al Dabbagh (1,5 miliardi), a capo dell'omonima multinazionale. Citando fonti private, Bloomberg ha riportato la notizia di decine di altri conti individuali bloccati dalla Banca centrale saudita a persone non sotto arresto, ormai oltre 1700 dall'inizio della purga.

LA VENDITA DEL 5% DI ARAMCO. Secondo altre indiscrezioni, sia bin Talal sia al Ibrahim avrebbero rifiutato di mettere a disposizione parte dei loro fondi o delle loro proprietà per l'ambizioso piano di sviluppo Vision 2030 del principe Bin Salman, che prevede tagli alla spesa pubblica, l'apertura agli investitori stranieri di settori non sviluppati come il turismo e la privatizzazione di parte di colossi statali come la Aramco: dalla compagnia nazionale petrolifera più grande al mondo che si appresta a sbarcare sul mercato con l'offerta pubblica Ipo maggiore della storia (il 5% delle quote), il Fondo sovrano saudita si aspetta in particolare di incassare circa 100 miliardi di dollari.

Per il piano di sviluppo Vision 2030 al principe bin Salman occorrono circa 2 mila miliardi di dollari, il doppio del "bottino" confiscato agli arrestati nel blitz

Ma per diversificare l'economia servono a bin Salman investimenti in Vision 2030 per circa 2 mila miliardi e gli asset confiscati ai milionari e miliardari sauditi, al di là degli annunci della procura, possono arrivare a valerne quasi 1000: fino a che punto le autorità in pugno al figlio del vecchio e debilitato - anche mentalmente - re Salman intendono procedere con il congelamento dei beni? Alla al Tayyar Travel Group Holding del re delle agenzia di viaggio Nasser bin Aqeel al Tayyar, finito anche lui nella retata, si sforzano di ripetere che la «società sta continuando il suo lavoro come al solito nell'interesse degli azionisti e dei clienti».

IL GIALLO DELLE MORTI ECCELLENTI. Secondo Reuters, i fermi sono continuati anche dopo il maxi blitz che ha trasformato il Ritz-Carlton (svuotato ad arte, con il pretesto di controlli e lavori sulla sicurezza) in una tragicomica prigione da Games of Thrones. In questi giorni tumultuosi, un principe saudita ha anche perso la vita in circostanze oscure: Mansour bin Mukrin, figlio dll'ex direttore dell'intelligence cacciato Mukrin bin Abdulaziz, erede originario al trono di re Salman, è morto al confine con lo Yemen in un misterioso incidente in elicottero, secondo fonti israeliane abbattuto «da un caccia saudita». Mentre il governo di Riad ha smentito la morte in una sparatoria del principe Abdul Aziz bin Fahd, anch'egli colpito dalla purga.

Mohammed bin Salman

È da sempre prassi dell'élite saudita prendere in prestito soldi e proprietà dallo Stato senza restituirli, anzi reinvestendoli o rivendendoli speculando in Borsa o costruendo giganteschi imperi privati immobiliari. Bin Salman potrebbe volere l'inverso: congelare e confiscare gli enormi patrimoni personali della casta, per nazionalizzarli e infine privatizzarli come asset statali. Il regno dell'estremismo islamico e dei petrodollari resta un pozzo di ricchezza, ma con la crisi globale e il crollo del prezzo del petrolio anche Riad ha iniziato a vedere una fine: gli sceicchi arrestati tagliavano posti di lavoro, il governo aumenta le tasse e il principe che sta per diventare re si spaccia rottamatore.

BIN TALAL VENDE AZIONI. Riporta in esclusiva Middle East Eye che alcuni dei fermati, «ben più dei dichiarati, oltre 500», sarebbero stati trasportati all'ospedale, in seguito a gravi torture (non in faccia, per non mostrarne i segni), allo scopo di estorcere dettagli sui conti correnti bancari loro intestati. Nelle stesse ore è filtrata la notizia della vendita, da parte di bin Talal, della sua quota - poco meno del 4%, per un valore di 1 miliardo e mezzo di dollari - nella 21st Century Fox della Murdoch's News Corp. Il valore delle azioni era crollato alla fine dello scorso settembre, ma il detenuto di punta del Ritz-Carlton era entrato nella multinazionale come investitore nel 1997 e aveva sempre appoggiato l'amico Rupert Murdoch, anche nei momenti di grossa difficoltà. È ignoto a chi sia andata la quota.

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