Birmania 5
26 Novembre Nov 2017 1200 26 novembre 2017

Cox’s Bazar, la prigione a cielo aperto dei rohingya

In questo centro al confine tra Myanmar e Bangladesh sono intrappolati 6 mila rifugiati. Senza assistenza e sotto il fuoco dei soldati birmani. Il viaggio di Lettera43.it tra i dimenticati del torrente Tombru.

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da Cox’s Bazar

Nel distretto di Gundum tre metri d’acqua dividono il Myanmar dal Bangladesh. Il Tombru, un piccolo affluente del Naf river, scorre placido segnando il confine tra i due Paesi. Per raggiungerlo si supera un campo di riso pronto per la raccolta e uno spiazzo verde al cui centro si trova una tenda arancione, ultimo checkpoint dell’esercito bengalese. Sull’altra sponda, un lembo di fango e polvere è abitato da oltre 1.300 famiglie, 6 mila profughi rohingya che vivono nella giurisdizione della terra di nessuno. Fuggiti dalla violenza e dalle persecuzioni in Myanmar, sono bloccati in questo limbo da agosto. L’unico modo per raggiungere la sponda bengalese è aspettare gli aiuti umanitari che però non arrivano regolarmente.

GLI SPARI SUI PROFUGHI. Oggi è un giorno fortunato: gli aiuti sono arrivati. Una lunga fila di rohingya si carica sulle spalle i sacchi bianchi di riso donati dalla Croce rossa internazionale e torna nella terra di nessuno. Alcuni bambini si avvicinano incuriositi dai visi stranieri, mentre a un centinaio di metri si intravede, protetta dalla vegetazione, la postazione dell’esercito birmano. «L’altra notte i militari del Myanmar hanno sparato ripetutamente contro i rifugiati», racconta a L43 un agente dei servizi di sicurezza del Bangladesh mentre indica la collina da dove sono partiti i colpi. «In teoria nessuno potrebbe intervenire in questo campo», aggiunge senza sembrare particolarmente turbato dagli attacchi. «Secondo le leggi della comunità internazionale questa terra è inaccessibile, ma i soldati birmani entrano spesso. Sparano spesso, non è la prima volta che succede. Abbiamo visto morire i profughi. Certe volte attaccano mentre i rohingya cercano di attraversare il torrente per recuperare gli aiuti».

Domenica 19 novembre è una giornata calma. Di guardia al checkpoint bengalese ci sono solo due uomini. Le forze di sicurezza si sono riversate nei campi dell’area di Kutupalong, distante solo 5 chilometri, dove è attesa la delegazione dei ministri degli Esteri di Svezia, Germania, Giappone e Unione europea. Sul confine alcuni bambini giocano nelle acque del Tombru schizzandosi a vicenda, un’anziana rohingya si ripara dal forte sole all’ombra delle palme e un leggero vento spazza via gli odori provenienti dai campi coltivati. I visi dei soldati bengalesi sono rilassati. Ma la tensione è sempre viva. Il Bangladesh teme uno scontro con le forze armate birmane. L’esercito del Myanmar, oltre a presidiare con molti uomini i numerosi punti di frontiera, ha più volte cannoneggiato vicino al confine. «I birmani sono consapevoli della loro superiorità militare e stanno facendo il gioco del gatto con il topo», spiega una fonte vicina ad apparati governativi del Bangladesh, «l’esecutivo vive con nervosismo la situazione».

LO SFRUTTAMENTO DEI PIÙ PICCOLI. Le acque del Tombru non sono profonde, ma riescono comunque a bloccare da quattro mesi 6 mila persone in una prigione a cielo aperto. Ad agosto Dacca e Yangon si sono accordate informalmente per la chiusura dei confini. Le pressioni interne hanno costretto il governo bengalese a cercare l’intesa. Da ottobre 2016, i 600 mila profughi - le stime ufficiose parlano però di 1 milione - hanno messo a dura prova il già debole sistema di accoglienza del piccolo e popoloso Paese asiatico. «Se fino a ora le tensioni interne non sono sfociate in veri e propri atti di violenza, per il futuro temiamo che l’atteggiamento degeneri», dice ancora la fonte vicina agli apparati governativi di Dacca. «Lungo le strade di Cox’s Bazar aumenta l’accattonaggio dei bambini rohingya, mentre nelle abitazioni private di Chittagong sono in crescita le governanti minorenni. Di qui a un vero e proprio mercato il passo è breve».

LE BARACCOPOLI DEL NAF RIVER. La reale tenuta dell’accordo di agosto è ancora un punto interrogativo. A sud di Gundum, lungo il corso del Naf river, gli sbarchi sono effettivamente in calo e sono nate decine di baraccopoli lungo gli argini birmani del fiume. Poco più a nord della terra di nessuno, dove le colline birmane si tuffano nei campi di riso bengalesi, centinaia di persone continuano ad attraversare la fitta vegetazione per scappare dalle persecuzioni. C’è poi un’altra questione: rimane da capire ancora quanti rohingya vivano effettivamente nello Stato di Rakhine, in Myanmar.

Davide Lemmi

«Noi abbiamo ricevuto ordini dai superiori e abbiamo chiuso», l’ufficiale dell’esercito bengalese è fermo, ma non risponde alla domanda sul motivo per cui questi 6 mila esseri umani debbano restare in una prigione così piccola. Intanto nessun osservatore internazionale è stato inviato nell’area per affrontare il caso. «L’unica via che hanno i rifugiati è quella che porta ai loro villaggi», dice un membro della Croce rossa, «gli stessi da dove sono fuggiti». I profughi sono liberi soltanto di tornare nei luoghi dei massacri, degli attacchi e dell’odio della popolazione buddista. Oppure possono aspettare. In balia dell’esercito birmano, delle malattie e della fame.

IL CONFINE BLINDATO. «I rohingya che passano attraverso il torrente per recuperare gli aiuti umanitari vengono identificati e schedati per evitare fughe», continua il rappresentante della Croce rossa, spiegando le misure di sicurezza adottate dalle guardie di confine di Dacca. «Non possiamo permettere ai giornalisti di attraversare, non sarebbe sicuro», conclude l’ufficiale bengalese. «I soldati birmani che entrano nel campo potrebbero uccidervi». Intanto la fila di profughi con i sacchi di riso sulle spalle è scomparsa tra le vie polverose della baraccopoli. «Quei rifugiati sono al centro di un braccio di ferro tra i due Paesi», aggiunge la fonte vicina agli apparati governativi. «Si sono trovati ad attraversare il punto sbagliato al momento sbagliato e adesso rimangono lì come monito».

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