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DIPLOMATICAMENTE
28 Novembre Nov 2017 1657 28 novembre 2017

Siria, l'attivismo saudita può essere controproducente

Al via l'ennesima sessione del negoziato di Ginevra. Lo sforzo compiuto da Riad per unire le anime dell’opposizione rischia di far arroccare Damasco su una linea di frustrante intransigenza. 

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Il 22 novembre scorso, a Sochi, il triunvirato con Mosca al centro e i sodali Teheran e Ankara al lato ha concluso i suoi lavori annunciando la comune volontà di portare avanti portare avanti sul piano politico l’azione condotta su quello militare, ormai in via di conclusione, contro le forze del “terrorismo”. A questo fine annunciando un nuovo incontro destinato ad aprire un dialogo nazionale, inclusivo, equo e trasparente, che traguardi la messa a punto di una nuova costituzione e di un calendario elettorale dell’intero popolo siriano. Il 28 novembre si è aperta l’ennesima sessione del negoziato di Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite, inaugurato nel lontano 2012 per trovare una via d’uscita concordata tra regime e opposizione quando ancora lo sciame delle forze del terrorismo, Isis e Al Qaeda, adesso sostanzialmente sconfitte militarmente, non avevano dilagato.

LA STRATEGIA DI PUTIN. Un incontro fotocopia del primo? No, nella forma e nel contesto; no, almeno in parte, nel merito, esprimendo Ginevra l’ufficialità della Comunità internazionale di cui Putin in particolare, ma anche i suoi sodali vogliono la benedizione in omaggio alla Risoluzioni 2042 e 2043. Un’ufficialità cui le Nazioni Unite non possono rinunciare salvo un discredito che nessuno vuole. Un’ufficialità che appare necessaria per vincere anche la pace oltre alla guerra. È infatti in questo rapporto che troviamo il collegamento tra le due riunioni, che non casualmente torneranno a incrociarsi il 2, ancora a Sochi, e l’8 dicembre, di nuovo a Ginevra, nei risultati ottenuti sul terreno, cioè nel successo ottenuto sul campo militare - e conseguentemente anche politico - dal settembre del 2015 in avanti, da quando Putin ha deciso di intervenire militarmente per salvare il regime di Bashar al Assad contro le forze di opposizione, quelle del jihadismo estremo (Isis e Al Qaeda) e, di fatto, anche le altre più o meno “moderate”. E da quando, sostanzialmente sconfitti l’Isis e Al Qaeda, Putin si è fatto protagonista di una strategia volta a tessere le fila di una mediazione tanto abile quanto complessa tra i vari protagonisti e attori in lotta per spartirsi il territorio siriano in termini di influenza/controllo politico-militare.

In questo contesto si colloca l’apparente concessione che, su pressione di Putin, Bashar al Assad si sarebbe detto pronto a fare, a favore di Israele, di contrarre la presenza militare di Hezbollah e dell’Iran attraverso la realizzazione di una zona demilitarizzata profonda 40 chilometri, lungo la frontiera sul Golan. Vi si colloca l’asserita promessa che secondo Erdogan gli avrebbe fatto Trump di arrestare - in realtà Trump avrebbe parlato solo di “aggiustamenti” - la fornitura di armi ai curdi, importanti alleati degli Usa, assieme alle milizie arabe, nella liberazione di Raqqa, considerati da Ankara una longa manus del terrorista Pkk. In ogni caso la forza militare dei curdi non sarebbe indebolita più di tanto nel breve-medio periodo sia perché gli americani sono stati molto generosi al riguardo, sia perché sembra confermata la loro intenzione americana di restare nell’area di cui hanno di fatto il controllo con l’Sdf (Forza democratica siriana). Si tratta di una partita aperta in cui i curdi hanno qualche carta da giocare tra Damasco e Washington.

LE MIRE DI TEHERAN. Vi si colloca l’ancora nebulosa strategia della Casa Bianca mirata al contenimento dell’espansionismo politico-militare del binomio Iran-Hezbollah sulla Siria; espansionismo che a dire il vero neppure Russia e Turchia possono vedere con particolare favore in una prospettiva di medio-lungo termine nella quale Teheran riesca effettivamente ad estendere la sua mano benedicente dal Libano alla Siria, dall’Iraq allo Yemen etc. con ciò assumendo una supremazia destinata ad essere confliggente con le loro ambizioni regionali. Chi invece intende forzare la mano a Washington perché traduca in fatti concreti tale strategia avendo visto e vedendo in tale prospettiva un futuro decisamente pernicioso per le sue ambizioni politiche e settarie rispetto al mondo arabo e a quello islamico è l’Arabia saudita. Ed è stato il giovane Principe ereditario Mohammed bin Salman che con un’assertività quasi intemperante ha deciso di prendere il testimone e scuotere l’opinione politica internazionale additando l’Iran come un male assoluto – un novello Hitler è arrivato a dire - che va solo contrastato e fermato.

E L'ATTIVISMO DI SALMAN. Ma se da un lato dubito che a Ginevra tutto l’attivismo di cui questo giovane erede al trono si è reso protagonista possa sortire risultati significativi, dall’altro penso che l’incrocio di interessi divergenti che si è andato creando non faciliterà affatto un suo costruttivo andamento in direzione della “soluzione politica” da tutti reclamata. E v’è chi ipotizza che lo sforzo compiuto proprio da Riad per far convergere le molte facce dell’opposizione siriana, da quelle più accomodanti a quelle più radicali, su una realistica posizione comune, significativamente ben accetta sia a Washington che a Mosca - come dimostra tra l’altro l’assenza della precondizione dell’esclusione di Bashar al Assad all’inizio della fase transitoria – finisca per far arroccare Damasco su una linea di frustrante intransigenza. Sempre che Mosca non abbia la forza di fare di questa sessione di Ginevra il ponte levatoio per Sochi, il 2 dicembre, e quindi l’8 a Ginevra. Lo vedremo.

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