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28 Novembre Nov 2017 1140 28 novembre 2017

Con Francesco il Vaticano prova a far la parte dell'Onu

Guidata da un pontefice sostenitore del soft power, la Santa Sede ridisegna il proprio ruolo internazionale secondo la logica del multilateralismo. Dalla Cina all'Europa: anatomia di una svolta diplomatica.

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Il papa della misericordia, dell’accoglienza, dell’informalità che smonta la retorica ecclesiale e chiede ai vescovi di stare in mezzo al popolo è anche un sicuro sostenitore del soft power diplomatico della Santa Sede. Le due cose in realtà non sono in contraddizione. La Chiesa guidata dal primo pontefice non europeo, refrattario per cultura e carattere agli antichi riti curiali, è infatti avviata a ridisegnare il proprio ruolo a livello internazionale secondo la logica del multilateralismo – cara a Bergoglio – rompendo il tradizionale rapporto preferenziale con l’Europa e l’America; il mutamento è profondo e sembra intercettare bene la lunghezza d’onda di un’epoca in cui i vecchi parametri sembrano, almeno in parte, superati.

UNA TRASFERTA EMBLEMATICA. Si guardi, per comprendere il profilo diplomatico della Santa Sede, alla trasferta di Francesco in Myanmar, in quel Sudest asiatico attraversato da conflitti etnici, religiosi e politici; terra di confine, per la Chiesa di Roma, in cui il cattolicesimo è ancora considerato una religione esotica. A Yangon – l’ex Rangoon - il papa ha dovuto tenere conto delle gravi persecuzioni di cui è stata fatta oggetto la minoranza musulmana dei Rohingya (in una nazione a grande maggioranza buddista) - più di 600 mila di loro sono fuggiti nel confinante Bangladesh - della difficile transizione verso la democrazia che sta vivendo un Paese in cui si fa ancora sentire il peso dei militari, mentre sul fronte opposto spicca la figura di Aung San Su kyi, ex Nobel per la pace (che il papa aveva già incontrato in Vaticano), per lunghi anni anni leader dell’opposizione al regime militare e oggi con importanti incarichi di governo. Appena il papa ha messo piede nell’ex Birmania, il capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, cambiando il protocollo ha voluto vederlo di persona, consapevole che l’espulsione di massa dei Rohingya verso il Bangladesh - e la denuncia dell’accaduto compiuta più volte dalla Santa Sede – stava creando problemi crescenti al Myanmar sul piano internazionale.

IL BRACCIO DESTRO DEL PAPA. Francesco, in frangenti come questi, può contare del resto sul suo braccio destro, il cardinale Pietro Parolin, che vanta una storia diplomatica di alto profilo fra nunziature e Segreteria di Stato (si pensi al negoziato fra Cuba e Stati Uniti e al ruolo centrale giocato in essi dalla Santa Sede), da qualche tempo ormai anche riorganizzatore degli assetti di potere interni al Vaticano. Parolin può avvalersi a sua volta di un altro diplomatico esperto, monsignor Paul Gallagher, inglese di origine, e in passato, fra l’altro, nunzio in Guatemala, Australia e osservatore della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo.

D’altro canto, la necessità di una diplomazia attiva e forte, Oltretevere, è giudicata una necessità dei tempi. La dismissione dal ruolo di potenza globale da parte degli Stati Uniti avviata da Barack Obama e per ora non contraddetta – se non a parole – dal suo eccentrico successore, l’affermarsi di nuovi equilibri in tutta l’area mediorientale con il protagonismo di Mosca sempre più ago della bilancia fra la Turchia di Erdogan, l’Iran della guida suprema Ali Khamenei e l’Arabia Saudita del giovane principe Mohammed bin Salman, dicono molto di come il mondo che abbiamo conosciuto stia scomparendo. Un processo seguito con attenzione anche in Vaticano. Sullo sfondo conflitti terribili come quello siriano, la crisi delicatissima del Libano, la guerra in Iraq. Territori nei quali le fragili comunità cristiane sono da tempo in crisi, in fuga o vittime di persecuzioni, regioni in cui, insomma, la Chiesa oltre a un interesse reale per un’umanità di fede musulmana esposta a continui massacri, guarda al proprio gregge, alle proprie radici antichissime sempre più in pericolo.

IL NODO CINESE. L’ascesa della Cina, dall’area asiatica e del Pacifico – dove in parte si sono spostati gli interessi americani – alla sua penetrazione in Africa e America Latina, dicono inoltre che sono almeno tre le capitali chiave del mondo di oggi: Mosca, Washington e Pechino. Per questo è possibile affermare che, probabilmente, il papa di Buenos Aires è arrivato appena in tempo. Francesco, in questa chiave, è il vescovo di Roma proveniente dal Sud del mondo capace di spostare l’asse della Chiesa secondo una prospettiva che vada oltre l’Occidente. Lo ha fatto sul piano evangelico – collocando al centro della sua predicazione ‘gli scartati’, i poveri, l’umanità migrante – e lo ha messo in pratica sul piano politico. Certo, quanti - per esempio in Europa, in Paesi come la Polonia - puntano a un cristianesimo identitario, nazionale, occidentale, dalle tinte xenofobe, vedono con terrore l’operazione in corso condotta da Bergoglio, eppure si tratta della scommessa forse più importante per la Chiesa di Roma giunta al bivio fra ripiegamento verso il mondo di ieri o apertura ai tumultuosi cambiamenti di oggi e di domani. L’operazione ha pure conseguenze teologiche, valoriali: una Chiesa in relazione col mondo sul piano diplomatico si apre anche pastoralmente, sceglie di mescolarsi, di accogliere, di trovare nuove strade, costruisce ponti e non muri.

TEMI INELUDIBILI. D’altro canto la Santa Sede guarda anche, ed è una delle carte decisive che sta giocando, a una sorta di diplomazia globale, relativa cioè a quei temi trasversali sempre più ineludibili: la salvaguardia dell’ambiente e della vita sul Pianeta, le migrazioni, i conflitti, le diseguaglianze, la necessità di porre dei limiti all’espansione della finanza, il crimine internazionale e il traffico d’armi, la tratta di esseri umani, i diritti di cittadinanza la tutela delle culture e delle religioni contro l’uniformità imposta dai consumi. È dunque un cristianesimo decisamente incarnato quello di papa Francesco ma che tesse pure instancabilmente alleanze a 360 gradi con capi religiosi e di governo, sindaci di grandi metropoli, giudici, associazioni, sindacalisti, uomini (d’affari) di buona volontà, scienziati, attivisti no global, economisti alla Joseph Stiglitz che vogliono sì il capitalismo ma non più libero e selvaggio, anzi ben regolamento e limitato. Per parlare con la Cina di Xi Jinping, poi, la Santa Sede usa anche la cultura, le opere dei Musei vaticani (uno scambio di grandi mostre fra i due Stati è previsto in primavera), mentre la Pontificia accademia per le scienze sociali organizza summit internazionali sul crimine organizzato, lo sviluppo sostenibile le nuove schiavitù.

A novembre, ancora, si è svolto in Vaticano un incontro internazionale sul disarmo nucleare; «il primo incontro globale», si precisava nella presentazione, «sul disarmo atomico dopo l’approvazione del Trattato sul bando delle armi nucleari, firmato da 122 Paesi della Comunità internazionale (tra cui la Santa Sede), a New York il 7 luglio 2017, dopo anni di intense e faticose negoziazioni». Vi hanno preso parte 11 Nobel per la pace, alte rappresentanze di Onu, Nato, Ue, nonché di Russia, Usa, Iran, Corea del Sud, studiosi, leader religiosi e via dicendo. Insomma, il Vaticano a trazione bergogliana fa un po’ la parte dell’Onu – ne ha l’autorevolezza - tanto più che le Nazioni Unite vivono al contrario un periodo di profonda crisi. Fra gli uomini ‘forti’ del papa, del resto, ci sono ex diplomatici di primo piano, come l’ex nunzio apostolico alla sede Onu di Ginevra (che ospita fra l’altro gli uffici Onu per i rifugiati e i diritti umani), mons. Silvano Maria Tomasi, diplomatico esperto e amico del Segretario delle Nazioni Unite, il portoghese socialista e cattolico Antonio Guterres. Tomasi lavora al nuovo dicastero creato dal papa «per lo sviluppo umano integrale», ovvero per il ministero ‘sociale’ del Vaticano, luogo centrale del papato di Francesco.

UNA NOVITÀ ISTITUZIONALE. Di recente, infine, è intervenuta una novità istituzionale di non poco conto: il papa ha costituito una terza sezione della Segreteria di Stato (che si aggiunge a quelle per gli affari generali e i rapporti con gli Stati) dedicata totalmente al personale diplomatico della Santa Sede (ovvero la sua selezione, la formazione iniziale e permanente, le condizioni di vita e di servizio, gli avanzamenti, i permessi e via dicendo). Una scelta dovuta pure al ripetersi allarmante di alcuni gravi scandali avvenuti di recente, segno di uno scadimento del clero che ha colpito anche quella scuola diplomatica vaticana tuttora considerata un’eccellenza nel mondo. Si pensi ai casi dell’ex nunzio di origini polacche Jozef Wesolowski, accusato di gravi reati connessi agli abusi sui minori quando era in servizio nella Repubblica Dominicana; Wesolowski, travolto dalla vicenda, morì a Roma alla vigilia del processo che doveva tenersi in Vaticano (nell’estate del 2015).

QUEI PROCESSI OLTRETEVERE. Altro funzionario di nunziatura sotto processo Oltretevere è Carlo Alberto Cappella, accusato di possesso e diffusione di materiale pedopornografico durante il suo servizio nientemeno che nella nunziatura di Washington. Sono vicende che la Santa Sede non può più permettersi, tanto più se le sue ‘ambasciate’ ricoprono un ruolo tanto strategico nel mondo sia a livello internazionale che a sostegno delle chiese locali, per questo, oltre ai processi, si baderà maggiormente anche alla qualità del personale.

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