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Aggiornato il 05 dicembre 2017 1 Dicembre Dic 2017 0400 01 dicembre 2017

Argentina, sottomarino scomparso: le cose da sapere

Il governo ammette per la prima volta: «I 44 marinai a bordo sono tutti morti». Finché il San Juan non sarà ritrovato, d'altra parte, non sarà possibile determinare con certezza cosa è successo a bordo.

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Il governo argentino ha ammesso per la prima volta che i 44 marinai del sottomarino Ara San Juan, scomparso 20 giorni fa, sono morti. Il ministro della Difesa, Oscar Aguad, ha detto in tivù che la missione di salvataggio «si apre quando ci sono dispersi in mare e si conclude quando sono salvati o non ci sono più le condizioni perché siano in vita». E a giudizio della Difesa le condizioni ambientali e il tempo trascorso «sono incompatibili» con la vita umana. Quindi sono tutti morti? «Esattamente», è stata la tragica risposta del ministro.

SETACCIATA UN'AREA DI 40 CHILOMETRI. Il sottomarino è scomparso nelle gelide acque dell'Atlantico del Sud. Il capitano Enrique Balbi, portavoce della Marina militare, aveva già spiegato che 15 giorni dopo l'ultimo contatto con il comando operativo di Mar del Plata, la base verso la quale si dirigeva, e dopo aver setacciato un'area di circa 40 km quadri con una task force navale e aerea internazionale, non è stata trovata «nessuna traccia del naufragio, né si è segnalato alcun contatto con il sottomarino o le sue scialuppe di emergenza». Finché il San Juan non sarà ritrovato, d'altra parte, non sarà possibile determinare con certezza cosa è successo a bordo.

1. La causa della scomparsa: danni alle batterie

Prima dell'interruzione delle sue comunicazioni con il comando militare, il sottomarino aveva informato che esisteva un'avaria (per l'esattezza un cortocircuito) nelle sue batterie. «Siamo stati informati di questa avaria ed è per questo che si è cambiata la rotta della nave, dirigendola verso Mar del Plata», aveva detto alla stampa Gabriel Galeazzi, portavoce della Marina militare a Mar del Plata, base operativa del sottomarino. Successivamente, aveva aggiunto, il comandate del San Juan aveva informato che stava procedendo sulla nuova rotta e che a bordo stavano tutti bene.

ACQUA NELLO "SNORKEL". Il 27 novembre il portavoce della Marina militare argentina, Enrique Balbi, aveva spiegato che a provocare l'avaria era stato l'ingresso di acqua nello "snorkel". Balbi aveva riferito la comunicazione del comandante secondo cui sarebbe entrata acqua attraverso lo 'snorkel' nel sistema di batterie, mentre il sottomarino le stava caricando, «causando un corto circuito e l'inizio di un incendio, o del fumo senza fiamme». Il portavoce aveva poi aggiunto che il comandante aveva detto al telefono satellitare che il problema era stato circoscritto. A questo si aggiunge, secondo dati raccolti da agenzie internazionale di monitoraggio degli esperimenti nucleari, che, intorno alle 11 del mattino, è stata rilevata una «anomalia idro-acustica», che è risultata «compatibile con una esplosione».

2. Il sottomarino: la rotta e l'equipaggio

Il San Juan, costruito in Germania nel 1985 e poi portato in Argentina, doveva seguire la rotta prevista dalla base di Usuahia (estremo Sud del paese) fino alla città portuale di Mar del Plata. È stato avvistato l'ultima volta il 15 novembre nel Golfo di San Jorge, a 430 chilometri dalla costa argentina, davanti alla Patagonia. A bordo tra i 44 membri dell'equipaggio c'era anche la prima donna ufficiale del Sudamerica. El Pais aveva spiegato che l'ufficiale, Eliana María Krawczyk, di 34 anni, era responsabile delle operazioni del sottomarino, una posizione che include il controllo delle armi e la manovra di ormeggio. Laureatasi alla scuola navale attualmente è la prima donna ufficiale subacquea in 71 anni di storia della marina argentina.

3. I soccorsi internazionali: 40 navi e sette Paesi

Nella missione di soccorso erano impegnate circa 40 navi con caratteristiche tecniche diverse, una decine di aerei e persino una ventina di pescherecci. Oltre all'Argentina e agli Usa, altri cinque i Paesi coinvolti nella mega-operazione (Brasile, Cile, Perù, Uruguay, Inghilterra e Francia). I mezzi hanno setacciato un'area immensa, che per l'80% è già stata controllata. E d'altra parte, nemmeno le condizioni meteo hanno aiutato, con il mare in tempesta e onde alte cinque metri. Una situazione che ha costretto i soccorsi a basarsi principalmente sulla ricerca aerea, meno accurata di quella fatta dalla superficie del mare.

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