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4 Dicembre Dic 2017 1518 04 dicembre 2017

Brexit, la grana Irlanda del Nord scuote il governo britannico

L'intesa con Bruxelles prevede l'allineamento normativo tra Irlanda del Nord e Ue. E gli Unionisti a cui è aggrappata May si ribellano a una divisione da Londra. Costringendo la premier al dietrofront.

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da Bruxelles

Ha ceduto su poche parole, contenute nella bozza di accordo tra Gran Bretagna e Unione europea, ma il prezzo di quelle poche parole è stato troppo alto: il rischio di una vera crisi di governo. E quindi Theresa May ci ha ripensato, ha ritrattato e ha lasciato tutto in sospeso. Fino alla mattina del 4 dicembre, sul dossier più spinoso della prima fase dei negoziati sulla Brexit - il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord - il governo inglese aveva difeso una formula che secondo Dublino non dava garanzie sul mantenimento dell'Irlanda del Nord all'interno dell'unione doganale e del mercato unico e quindi gettava ombre sulla possibilità reale di tenere un confine aperto sull'Isola di Smeraldo. Ma dopo un giro di trattative, con il premier irlandese Leo Varadkar in contatto costante con il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk e il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, il negoziatore per l'Ue Michel Barnier ha comunicato agli europarlamentari del gruppo di orientamento sulla Brexit che un'intesa di massima era stata trovata.

NORD IRLANDA ALLINEATA ALL'UE. La formula su cui era stato raggiunto un accordo, secondo il Guardian che ha visionato il documento, recita: nel caso «non si trovino soluzioni concordate, il Regno Unito continuerà a garantire che rimarrà in vigore l'allineamento normativo». Detto più chiaramente: anche se la Gran Bretagna decidesse di non entrare né nell'associazione europea di libero scambio, cioè di essere parte del mercato unico europeo, né nell'unione doganale, l'Irlanda del Nord dovrebbe mantenere tutte quelle norme che permettono la frontiera aperta con l'Irlanda. E questo per gli Unionisti di Belfast, che con il loro sostegno esterno e i loro dieci seggi in parlamento hanno permesso la sopravvivenza dell'esecutivo inglese, non è accettabile.

Il week end era stato tutto dedicato alle trattative. Prima del fine settimana, fonti Ue avevano confermato che tra sabato e domenica si sarebbero dovuti sciogliere ancora molti nodi. In particolare la questione del ricongiungimento famigliare dei cittadini europei, della giurisdizione della Corte di giustizia europea e soprattutto del confine dell’Irlanda del Nord. L'Ue considerava il 4 dicembre come la deadline per definire se ci sono stati progressi sufficienti per passare al negoziato sulla relazione futura traUk e Ue. Mentre» Londra continuava a definirlo solo un momento importante nelle trattative prima del Consiglio affari generali del 13 dicembre. Ma l'agenda dell'Ue era fissata: la Commissione a cui fa riferimento il capo negoziatore, Barnier, era pronta mercoledì 6 dicembre a mettere il bollino sulla prima fase dei colloqui.

NORD IRLANDA, UNA MICCIA SULLA BREXIT. E però, appena il contenuto dell'accordo è trapelato, ha fatto da miccia alle mai sopite speranze dei territori in cui il Remain aveva prevalso. La premier scozzese Nicolas Sturgeon ha subito dichiarato: «Se una parte del Regno Unito può mantenere un allineamento normativo con l'Ue e in effetti restare nel mercato unico (cosa che sarebbe la giusta soluzione per l'Irlanda del Nord) non vi sono sicuramente buone ragioni pratiche perché altri non possano fare lo stesso». A stretto giro il sindaco di Londra Sadiq Kahn ha ribadito il concetto. E le fiamme si sono rapidamente propagate. Persino Carwyn Jones, il premier del Galles, dove pure aveva prevalso una maggioranza di "leave" ha scritto su Twitter: «Se a una parte del Regno unito è garantito di continuare a partecipare al mercato unico e all'unione doganale, allora noi ci aspettiamo che ci venga fatta la stessa offerta». Ma la reazione che ha letteralmente rovesciato le sorti della giornata è arrivata da Belfast: la leader degli Unionisti nordirlandesi Arlene Foster ha spiegato che il suo partito si sarebbe opposto a qualsiasi soluzione che possa portare a una divergenza normativa tra l'Irlanda del Nord e il resto della Gran Bretagna.

Il partito di Foster è la sola, fondamentale, stampella al governo di minoranza di May. Con i tories ha firmato un accordo che prevede il rispetto dell'accordo di pace del Good Friday. L'intesa del 1998 dice che, in caso di riunificazione dell'Irlanda, l'Irlanda del Nord sarà dentro all'Unione europea e proprio in nome di quel documento, Dublino ha chiesto garanzie a Londra. Contemporaneamente, però, la stessa intesa riconosce l'Irlanda del Nord come territorio del Regno Unito. Per questo gli Unionisti hanno accusato il governo di Dublino di stare modificando unilateralmente l'accordo, invece di esserne custodi. Di fronte a questa rapida evoluzione degli eventi. al propagarsi dell'incendio, il premier irlandese ha prima annunciato «un messaggio positivo al Paese» e poi rimandato per ore il suo appuntamento con la stampa. Allo stesso tempo, a Bruxelles è stato rinviato anche il raggiungimento di un accordo tra Ue e Regno Unito.

«INTESA ENTRO LA FINE DELLA SETTIMANA». Alla fine del pranzo con il presidente della Commissione europea, la premier britannica May ha dichiarato: «Qualche differenza resta, un paio di argomenti che necessitano ulteriori negoziati e consultazioni». La leader inglese ha insomma strappato a Bruxelles ancora qualche giorno, nella speranza che un'intesa possa essere trovata entro «la fine di questa settimana», come ha spiegato Juncker. Il presidente Ue si è detto «fiducioso» e ha insistito a ripetere: l'intesa non è fallita. Ma quando finalmente il premier di Dublino, Leo Varadkar, ha preso la parola, ha confermato la repentina marcia indietro di Londra. «Sono sorpreso e deluso che il governo inglese non sia in una posizione tale da concordare su ciò che è stato approvato oggi», ha dichiarato il primo ministro secondo quanto riportato dal corrispondente della tivù nazionale irlandese. Insomma, l'intesa è sfumat. E ora non è chiaro se il tempo guadagnato potrà servire a May per sbollire gli animi dei suoi alleati e chiudere definitivamente le trattative, o se mentre si chiude la prima fase della Brexit si aprirà la strada a una crisi di governo. O ancora se, in nome della sua stessa sopravvivenza, la leader britannica scelga di sacrificare l'accordo con Bruxelles.

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