Cayman
6 Dicembre Dic 2017 0800 06 dicembre 2017

Cayman fuori dai Paradisi fiscali: cosa non torna nella black list Ue

Le Isole caraibiche sono state escluse dall'elenco. Mentre ci sono Tunisia, Emirati Arabi e Corea del Sud. Perché il criterio dell'assenza di tasse sulle imprese è stato annacquato. E le sanzioni sono minime.

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da Bruxelles

Alla sede di Kpmg di Grand Cayman, la più grande delle tre omonime isole dei Caraibi, avranno festeggiato. Il piccolo territorio d'Oltremare britannico non risulta nella lista nera dei Paesi che l'Unione europea considera paradisi fiscali, o meglio giurisdizioni non cooperative. E del resto per ora non lo è nessuno degli Stati che dipendono dalla corona inglese.

LE SORPRESE EMIRATI E COREA. Al contrario l'elenco votato all'unanimità dai ministri delle Finanze dei 28 Paesi membri, la prima lista nera dell'Unione europea e certamente un grande passo avanti, include Stati ben più importanti dal punto di vista degli scambi economici con i Paesi dell'Ue. La Corea del Sud, per esempio, con cui l'Ue ha un accordo di libero scambio, o la Tunisia e gli Emirati Arabi Uniti - partner commerciale importante per Roma con oltre un miliardo di euro di investimenti in uscita e in entrata.

MINUSCOLI STATI NEL PACIFICO. poi il Bahrain, la Mongolia e la Namibia. Anche se la parte del leone la fanno comunque i minuscoli Stati del Pacifico e del mar dei Caraibi, con Samoa e Samoa americane, le Barbados, Grenada, le isole Marshall, Palau, Guam, Trinidad e Tobago, Santa Lucia e prevedibilmente Panama. In tutto sono 17 Stati, 16 in più della lista dell'Ocse.

Altri 47 Paesi, nonostante le richieste di informazione e adeguamento delle normative siano cominciate 10 mesi fa, sono stati inseriti in una lista grigia: hanno promesso di impegnarsi ad adeguarsi alle richieste Ue e il loro impegno verrà monitorato entro un anno ed entro due anni per i Paesi in via di sviluppo. La presidenza estone del Consiglio considera la black list un grande risultato, visto la ritrosia con cui gli Stati hanno affrontato il dossier. «È già tanto», ha spiegato un portavoce della presidenza estone, «che siamo arrivati fin qua».

BASTERÀ SOLO IL PRESSING? In sostanza è passata la linea che il pressing e la forza di essere additati come un paradiso fiscale possa da sola essere persuasiva. Gli Stati membri infatti si sono spaccati sul tema spinoso delle sanzioni. Anche se l'Ue si impegna a non fare investimenti diretti e prestiti a questi Stati, i provvedimenti nell'area fiscale sono rimasti questione di sovranità nazionale.

NON C'È OBBLIGATORIETÀ. Le conclusioni dell'Ecofin recitano: «Per assicurare un'azione coordinata, gli Stati membri dovrebbero applicare almeno una delle seguenti misure amministrative; rafforzare il monitoraggio di certe transazioni, aumentare l'audit dei rischi (il controllo, ndr) sui contribuenti che hanno benefici da queste giurisdizioni o che utilizzano strutture e accordi che coinvolgono tali giurisdizioni». E poi suggeriscono un altro ventaglio di possibili misure aggiuntive. L'effetto concreto è reputazionale. Con tutta probabilità si avrà anche un aumento dei controlli sulle transazioni e sui legami con gli Stati "neri". Ma formalmente non siamo nel campo dell'obbligatorietà.

Il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis.

GettyImages

La Commissione avrebbe voluto più vincoli e un elenco forse più ambizioso. Al termine dell'Ecofin il vice presidente Valdis Dombrovskis ha sottolineato che la «lista non è chiusa». E che c'è l'impegno a monitorare gli impegni dei diversi Paesi. Concetto ribadito anche dal portavoce della presidenza: «Non mi piacciono le liste grige, dovrebbe essere arancione in modo che si capisca che quei Paesi possono passare al rosso o al verde».

TRASPARENZA ED EQUITÀ. Ma il più netto è stato il Commissario agli Affari economici Pierre Moscovici: «L'adozione della prima black list dei paradisi fiscali segna una vittoria chiave per la trasparenza e l'equità. Ma il processo non finisce qui. Dobbiamo intensificare la pressione sui Paesi negli elenchi». E soprattutto: «Le giurisdizioni nella black list devono affrontare conseguenze nella forma di sanzioni dissuasive e quelle che si sono impegnate devono farne velocemente e in maniera credibile».

Le Isole Cayman. (Getty)

Le conclusioni dell'Ecofin impegnano il gruppo del codice di condotta a continuare a dialogare e monitorare i passi avanti degli Stati in bilico. Ma in generale, hanno spiegato fonti Ue, la scadenza per l'adeguamento è di un anno per i Paesi sviluppati e di due per i Paesi in via di sviluppo. E tra loro ci sono appunto le Cayman o le Bermuda e l'Isola di Man che dovrebbero dare risposte nel 2018 su alcuni regimi fiscali che facilitano l'offshore e la Svizzera, San Marino e Andorra chiamate a rispondere di regimi fiscali "dannosi", ma anche il Qatar e l'Oman che si sono impegnati ad aumentare lo scambio di informazioni con l'Ue sempre entro il 2018 e i Paesi dei Balcani che dovrebbero ratificare alcune convenzioni Ocse.

SOSPENSIONE PER CALAMITÀ. Per altri Stati ancora, tra cui molti territori britannici - Anguilla, Antigua e Barbuda, Bahamas, Isole vergini britanniche e Isole vergini americane, Dominica, Saint Kitts e Nevis, Isole Turks e Caicos - lo screening Ue è sospeso a causa di calamità naturale - gli uragani che quest'anno hanno travolto i Caraibi - e sarà ripreso a febbraio 2018.

I criteri che aveva proposto la Commissione europea.

Il punto è che le liste sono state elaborate applicando due criteri e soprattutto - peccato originale - non applicandone pienamente un altro. I primi due (nella tabella qui sopra) sono la mancanza di trasparenza e scambio di informazioni con gli Stati Ue e la presenza di regimi fiscali preferenziali che favoriscono gli offshore, punto su cui sono cadute per esempio Tunisia, su cui pesano dubbi anche in materia di norme anti riciclaggio, e Corea del Sud: entrambe si sono rifiutate di abolirli entro la fine del 2018.

TERZO CRITERIO ANNACQUATO. Il terzo criterio declassato a semplice indicatore è quello dei regimi fiscali che non impongono alcuna imposta societaria, categoria a cui appartengono per esempio le Cayman. Il lavoro era stato cominciato dalla Commissione, ma i criteri sono stati annacquati dagli Stati membri. E quindi le nazioni che non impongono tasse alle imprese sono considerate inadempienti in quanto Stati che favoriscono l'offshore solo se rifiutano di impegnarsi nel dialogo e di fornire informazioni. E senza gli scandali dei Panama Papers o dei Paradise Papers, definiti dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager «un carburante per una maggiore giustizia fiscale», non saremmo giunti nemmeno fin qui.

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