Gerusalemme: morto palestinese ferito

Tensione a Gerusalemme

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6 Dicembre Dic 2017 1746 06 dicembre 2017

Gerusalemme, perché è un errore l'ambasciata Usa

La decisione di Trump calpesta il dettato Onu. Getta benzina sul fuoco mediorientale. Rischia di alimentare una nuova intifada. Allontana gli alleati occidentali e sconfessa la politica americana dell'ultimo secolo.

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Con incisività il premier di destra israeliano Benjamin Netanyahu (molto vicino alla famiglia del genero ebreo di Donald Trump, Jared Kushner) aveva avvisato che «l'epoca dell'impero ottomano è terminata». I nuovi conquistatori di Gerusalemme sono loro, anche uno dei suoi portavoce aveva puntualizzato che Gerusalemme è la «capitale del popolo ebraico da 3000 anni». Tanto basta, e avanza, per avallare il trasferimento dell'ambasciata statunitense da Tel Aviv nella città contesa, che è «capitale d'Israele» ha proclamato unilateralmente Trump. Ma persino le reazioni israeliane più entusiaste per la scelta incendiaria di Trump, prima dell'annuncio, trovavano forma in frasi sintetiche e toni bassi. Non esistono ambasciate a Gerusalemme: il rischio di ritorsioni è troppo alto, per gli israeliani, per gli stessi diplomatici nella zona e in primis per gli americani.

STRATEGIA ANTI-IRAN. La dichiarazione plateale, più volte anticipata da Trump, va inserita nella più ampia strategia dell'innalzamento della tensione verso l'Iran, armatore di Hamas e per la distruzione di Israele, nonché rivale dell'Arabia Saudita in Medio Oriente. Sull'Iran il presidente Usa è stato, come nella difesa di Israele, sempre chiarissimo: lo paragona alla Corea del Nord e contesta l'accordo internazionale sul nucleare. Fallito il tentativo saudita di far saltare il Libano retto dalle milizie filoiraniane di Hezbollah, ecco l'azzardo di Gerusalemme capitale israeliana. In violazione del dettato Onu, contro la linea di tutti gli arabi e islamici. Anche degli alleati occidentali e della stessa tradizione Usa, rischiando una nuova intifada e l'escalation dei conflitti mediorientali. I cinque motivi per cui l'ambasciata Usa a Gerusalemme è un errore.

1) Contro il dettato Onu e lo status quo sulle religioni

Bandiere Usa incendiate.

Il piano di ripartizione Onu del 1947 prevedeva per Gerusalemme lo status di «città internazionale». Nel 1949, il confine stabilito con l'armistizio del primo conflitto arabo-israeliano (la cosiddetta linea verde) assegnava a Israele la parte occidentale e alla Giordania Gerusalemme Est, inclusa la città vecchia, che fu occupata da Israele durante la Guerra dei Sei giorni del 1967. Alla proclamazione, nel 1980, di Gerusalemme capitale unita d'Israele il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite rispose con la condanna dell'annessione di Gerusalemme Est, dichiarandola una violazione della legge internazionale.

IL NO DEL PAPA. Da allora le ambasciate presenti nella città (non quella Usa, mai a Gerusalemme) furono progressivamente trasferite. Nella soluzione dei due popoli in due Stati proposta dai negoziati di pace internazionali – portati avanti anche dagli Usa – Gerusalemme Ovest è capitale israeliana, Gerusalemme Est quella palestinese: un riconoscimento internazionale dell'una è possibile solo con un pari riconoscimento dell'altra. L'Onu è «contraria a misure unilaterali». Anche papa Francesco ha esortato Trump «con profonda preoccupazione» al rispetto dello status quo, la legge che regola la convivenza delle tre religioni monoteiste nella città santa.

2) I palestinesi pronti a una nuova intifada

Bandiere Usa bruciate a Gaza.

Gli Usa hanno comunicato l'uscita dal 2019 dall'Unesco, che ha assegnato la competenza sui patrimoni culturali di Gerusalemme e Hebron – i massimi luoghi sacri dell'ebraismo – alla Palestina. Un ulteriore strappo, con il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale unita d'Israele, può far esplodere una nuova intifada. La rivolta di massa palestinese è nell'aria per le politiche sioniste di Netanyahu dalla cosiddetta intifada dei coltelli del 2015: proteste diffuse e violente, rimaste di portata minore per i progressi sul riconoscimento della Palestina come Stato.

LA RABBIA DEI TERRITORI. Manifestazioni sono in corso in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dove sono state proclamate tre «giornate della rabbia». A Betlemme sono state bruciate in piazza bandiere e poster di Trump e degli Usa, come a Gaza. È stato anche spento l'albero di Natale a Betlemme: può scoppiare una guerra religiosa. Hamas ha promesso una nuova intifada, «sollevazione» in arabo, dopo la prima rivolta popolare del 1987 che fece quasi 2500 morti e la seconda del 2000 con oltre 6500 vittime, in grande maggioranza palestinesi. Anche a Tel Aviv si scende in piazza, non per Gerusalemme ma perché Netanyahu è sotto inchiesta per corruzione, in un clima comunque di tensione crescente.

3) Il mondo arabo e islamico in fiamme

Il bacio con Netanyahu.

Contro l'ambasciata Usa a Gerusalemme si è subito mobilitato tutto il mondo arabo e islamico, unito nella lotta per la causa palestinese. L'anello debole dell'alleanza è l'Arabia Saudita: il principe ed erede al trono Mohammed bin Salman ha contatti frequenti con Kushner e la Casa Bianca, secondo indiscrezioni ha visitato Israele e starebbe elaborando una proposta di pace filoisraeliana con un'improponibile capitale palestinese nella periferia di Gerusalemme Est, fuori dalla città vecchia. Ma ufficialmente anche il vecchio re Salman è schierato contro l'ambasciata.

L'APPELLO DI PAESI ARABI E TURCHIA. Per una volta il re saudita è d'accordo con la Guida suprema iraniana Khamenei, suo più grande nemico. La Lega araba è riunita in via straordinaria contro la decisione di Trump. Il 13 dicembre 2017 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha chiamato a Istanbul i 57 Paesi dell'Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) dopo aver proclamato Gerusalemme «linea rossa dei musulmani» e minacciato la fine dei rapporti con Israele. Anche il re Abdallah di Giordania, trait d'union tra palestinesi e Usa, ha avvertito sulle «pesanti ripercussioni» per la stabilità nella regione.

4) Il gelo degli alleati occidentali

La premier britannica Theresa May.

Può scatenarsi il caos. La consapevolezza dell'aggravarsi dei conflitti in Medio Oriente con una politica provocatoria di Trump – dagli attacchi all'Iran all'allineamento su Israele – è ben chiara anche agli alleati occidentali degli Usa, che uno dopo l'altro stanno isolando Trump sull'ambasciata a Gerusalemme. Dopo aver mediato sulla crisi libanese, il presidente francese Emmanual Macron ha chiamato l'omologo americano esprimendogli la «sua preoccupazione» per un passo «deplorevole». «Una soluzione controproducente», anche per il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e che anche la cancelliera Angela Merkel «non approva».

LA PRESA DI DISTANZA DI MAY. Persino la premier conservatrice britannica Theresa May, a capo di un partito e anche di un Paese storicamente filosionista, ha preso fermamente le distanze dagli Usa prima della proclamazione unilaterale di Trump a capitale, ribadendo che la «posizione del Regno Unito su Gerusalemme non cambia, il suo status deve essere definito attraverso un accordo negoziato tra israeliani e palestinesi e, in ultima analisi, deve diventare capitale condivisa dello Stato d'Israele e di uno palestinese». Pochi Stati europei, tra questi l'Olanda, avevano ambasciate a Gerusalemme prima del 1980, successivamente tutte chiuse.

5) Sconfessata un secolo di politica Usa

Israel bless Trump.

GETTY

La presa di posizione di Trump è in discontinuità anche con i suoi predecessori (sia democratici, sia repubblicani). Da Clinton a Bush fino a Obama, nessun inquilino della Casa Bianca aveva applicato la legge del Congresso del 1995 sull'ambasciata a Gerusalemme. Ogni presidente aveva rimandato di sei mesi in sei mesi il Jerusalem embassy act, come alla fine avrebbe potuto fare anche Trump, citando ragioni di sicurezza nazionale ma anche rivendicando le prerogative presidenziali. Negli Usa una legge parlamentare decisiva sulla politica estera viola la Costituzione, che in materia dà potere esecutivo al capo dello Stato, non ai deputati.

LA LEGGE DEL 95 NON È VINCOLANTE. Certo se il presidente in carica è d'accordo, il problema non si pone. Ma di per sé la legge del 1995 non è vincolante, tanto meno risponde alla tradizione diplomatica degli Usa in Israele: la loro ambasciata è sempre rimasta a Tel Aviv. Nel 1989 furono gli israeliani a offrire agli Usa un terreno in leasing a Gerusalemme, a un dollaro l'anno, rimasto vuoto. Gli Stati Uniti non sottoscrissero né appoggiarono ufficialmente la dichiarazione britannica di Balfour del 1917, che sdoganò sionismo, ribadendo anche dopo l'invasione israeliana del 1967 il desiderio di un «regime internazionale» per Gerusalemme. Fino all'avvento di Trump.

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