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7 Dicembre Dic 2017 1800 07 dicembre 2017

Usa, lo spettro dello shutdown minaccia Trump

L'8 dicembre il Congresso deve votare per il rifinanziamento delle agenzie governative. L'accordo è in salita. E il presidente si gioca molto. Un dossier che si incrocia con la riforma fiscale.

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Gli Stati Uniti ripiombano nell’incubo dello shutdown. Dopo aver trovato un accordo parziale lo scorso settembre, le tensioni tra Trump e il Partito dell’Asino tornano a farsi profonde. Il presidente americano ha infatti accusato i capigruppo democratici al Congresso, Nancy Pelosi e Chuck Schumer, di tramare per alzare le tasse e favorire un’immigrazione incontrollata. L’incontro tra i tre, previsto per arrivare finalmente a un’intesa, è saltato. Volano parole grosse, mentre quel timido ponte che era venuto a crearsi tra i democratici e la Casa Bianca nelle scorse settimane sembra crollato. E solo nelle ultime ore le due parti sarebbero tornate a trattare. Guardandosi tuttavia in cagnesco. Adesso gli occhi sono puntati sull’8 dicembre. Entro quella data, il Congresso dovrà infatti votare per il rifinanziamento delle agenzie governative. Pochi giorni, insomma, che – visti i toni – non sembrano preludere a un accordo. Un’eventualità che – qualora si verificasse – provocherebbe appunto uno shutdown: il blocco delle attività amministrative non essenziali.

Si tratta di una possibilità che aleggia come una spada di Damocle sull’economia statunitense. Una grana non soltanto per gli apparati federali ma anche per i dipendenti pubblici e le aziende private connesse al governo. L’ultima volta che si verificò fu nell’autunno del 2013: all’epoca, fu l’estrema destra del Tea Party a imporre lo stallo, rifiutandosi di accettare il rifinanziamento di Obamacare. In quell’occasione, 800 mila dipendenti pubblici rimasero a casa, mentre un altro milione andò a lavorare senza la certezza di ricevere salario. I contractor governativi subirono gravi perdite economiche, paventando corposi licenziamenti. Secondo gli analisti, quei 16 giorni di shutdowun costarono all’America circa 24 miliardi di dollari. Alla luce di tutto questo, si comprendono allora gli attuali timori mostrati dai mercati nei confronti di una simile eventualità. Ragion per cui, il dollaro ha perso sensibilmente quota. D’altronde, il dibattito sullo shutdown viene ad intersecarsi con un ulteriore problema: quello della riforma fiscale.

IL NODO DELLA RIFORMA FISCALE. Pur con una maggioranza particolarmente risicata, venerdì scorso, il Senato ha approvato la riforma, superando gli scogli delle defezioni interne (come quella del senatore Bob Corker). Una vittoria non di poco conto per il presidente, che ha sempre fatto del taglio alle tasse l'elemento centrale del proprio programma politico. Sia Trump che l'establishment repubblicano tirano adesso un sospiro di sollievo, per quanto - è bene dirlo - la partita non possa dirsi ancora del tutto chiusa. La legge approvata dal Senato è infatti piuttosto diversa da quella licenziata due settimane fa dalla Camera. Quest'ultima prevede una defiscalizzazione energica: taglio dell’aliquota fiscale sulle imprese dal 35% al 20% e semplificazione delle aliquote sull’imposta personale. Misure che, secondo la Joint Commitee on Taxation, diminuirebbero drasticamente il gettito fiscale, finendo col gravare eccessivamente sull'elefantiaco debito pubblico statunitense. Anche per tale ragione, i senatori hanno optato per un parziale annacquamento di questi provvedimenti, allungando i tempi per introdurre i tagli alle tasse (che dovrebbero comunque complessivamente ammontare a 1.500 miliardi di dollari). Il punto è quindi che, nelle prossime settimane, le due Camere dovranno lavorare per armonizzare le due normative: un obiettivo non esattamente scontato per un partito litigioso come quello repubblicano. Anche perché il rischio è che il dibattito fiscale e quello sullo shutdown finiscano col sovrapporsi, alimentando acrimonia e scontri partigiani.

Il presidente si sta giocando moltissimo. Non solo perché, in generale, si è sempre presentato come l’uomo capace di risolvere i problemi economici dello Zio Sam. Ma anche perché la riforma delle tasse ha ripetutamente rappresentato uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Un fallimento su questo fronte potrebbe rivelarsi infatti un duro colpo per il presidente. Senza poi contare che l’ipotesi di uno shutdown potrebbe assestargliene uno addirittura fatale. I democratici, dal canto loro, stanno cercando di utilizzare le trattative parlamentari per ottenere un po’ di aperture in materia di sanità e - soprattutto - immigrazione. Un altro punto chiave su cui Trump non è assolutamente disposto a cedere, vista la natura del suo messaggio elettorale: basti pensare che gli Stati Uniti si siano appena sfilati dall'accordo delle Nazioni Unite per una migrazione sicura, il Global Compact on migration, firmato nel settembre del 2016. E lo stesso Trump non sembra ancora granché disposto a fare a marcia indietro sulla questione del muro al confine col Messico.

LA BATTAGLIA DEI DEM. D’altronde, sotto il profilo della strategia politica, è abbastanza chiaro che l’Asinello non sarebbe troppo scontento se alla fine lo shutdown si verificasse e l’opinione pubblica ne incolpasse il presidente. E, guarda caso, sono proprio i deputati repubblicani i primi a temere le ripercussioni politiche di un blocco delle attività amministrative. Tra meno di un anno ci saranno infatti le elezioni di medio termine, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato. E, per ovvie ragioni, non hanno alcuna intenzione di presentarsi agli elettori come i responsabili di un disastro economico. Ciononostante, non è neppure detto che un eccesso di ostruzionismo non possa ritorcersi politicamente contro lo stesso Partito Democratico: una compagine che fatica ancora a trovare una propria identità e che adesso potrebbe soffrire non poco la vittoria di Trump sul fronte delle tasse. Tutto questo mentre il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, ostenta ottimismo, dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di evitare il peggio. In virtù di ciò, è chiaro che la situazione sia piuttosto delicata. E che tutte le parti politiche temano alla fine di rimetterci. Tra fronde, tradimenti, barricate e scadenze il compromesso appare, ad oggi, ancora lontano. Il dramma potrebbe esplodere da un momento all'altro. Se non vuole dilapidare la vittoria fiscale, il presidente deve disciplinare le "sue" truppe al Congresso, cercando al contempo di scongiurare lo shutdown. Il tempo è poco. La posta in gioco altissima.

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