Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

Donald Tusk
13 Dicembre Dic 2017 1100 13 dicembre 2017

Caos in Ue sui migranti: Tusk tenta il blitz supportato dall'Est

Scontro sulle quote obbligatorie e sulla competenza europea sui rifiugiati. Il presidente del Consiglio Ue tenta di tornare indietro di anni. Sottraendo potere alla Commissione. Gli interessi dietro la partita.

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da Bruxelles

Grande dibattito in Italia sulla riforma del trattato di Dublino votata dal parlamento Ue. E ampio spazio alla decisione della Corte Ue (qui il testo della sentenza) che ha bocciato il ricorso di Slovacchia e Ungheria contro il ricollocamento dei migranti. Ma intanto a Bruxelles quelle proposte e quelle sentenze rischiano di essere di fatto cancellate. E non da una proposta legislativa, ma dalla strategia del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che dopo un anno di stallo in cui i capi di Stato e di governo e i ministri non sono riusciti a fare passi avanti sul dossier, è deciso comunque a procedere all'unanimità - anche se su questa materia si potrebbe votare a maggioranza. E, in una nota indirizzata ai leader in vista del Consiglio del 14 e 15 dicembre, definisce il sistema delle quote obbligatorie di rifugiati da ricollocare «altamente divisivo» e «inefficace».

«UNA LETTERA ANTI EUROPEA». Fonti Ue hanno spiegato che Tusk ha voluto fotografare la situazione attuale nella quale proprio le quote obbligatorie sono un ostacolo al raggiungimento del consenso. E che il suo obiettivo è mettere i dilemmi reali sul tavolo e trovare una soluzione. Ma così facendo, è la posizione della Commissione espressa dal responsabile all'immigrazione Dimitris Avramopoulos, ignora «tutto il lavoro fatto insieme negli ultimi anni». La lettera di Tusk, ha accusato il commissario, è «inaccettabile» e «anti europea». E non è il solo a pensarlo: la posizione della presidenza del Consiglio è stata contestata dai diplomatici della maggioranza degli Stati membri durante la riunione degli sherpa dell'11 dicembre. Il ministro degli Esteri estone Sven Mikser lo ha chiamato un dibattito «piuttosto acceso».

SOSTENUTO DA POLONIA E UNGHERIA. Più precisamente, da quanto si apprende a Bruxelles, la nota è stata contestata da molte delegazioni, ma soprattutto da Italia e Germania, e sostenuta apertamente soltanto da due Stati membri, la Polonia e l'Ungheria, cioè da uno dei due Paesi che hanno fatto ricorso contro i ricollocamenti alla Corte di giustizia Ue e che tra le sue argomentazioni annoverava proprio la mancanza di efficacia del sistema. A pochi mesi di distanza da quella sentenza, di fatto Tusk appoggia le posizioni dei Paesi che avevano fatto ricorso.

La prima versione della nota di Donald Tusk.

Ma c'è di più, ed è probabilmente la questione decisiva, perché nella prima versione della nota, quella che ha portato allo scontro nella riunione degli sherpa, il dossier veniva descritto come una questione da gestire prettamente a livello nazionale: «Solo gli Stati membri possono affrontare la crisi migratoria efficacemente. Il ruolo dell'Ue è quello di offrire pieno supporto per aiutare in tutti i modi gli Stati membri. Ma l'Ue non ha né la capacità né le possibilità legali di rimpiazzare i Paesi a questo riguardo». Un'impostazione nettissima e difficilmente compatibile con il Trattato di Lisbona, secondo il quale la politica di asilo rientra tra le materie in cui c'è competenza concorrente tra Stati e Unione.

ITALIA-LIBIA COME ESEMPIO. Seguiva poi la citazione dell'intesa Italia-Libia, lodata e considerata la prova del fatto che la crisi migratoria è un affare di sovranità nazionale: «Le azioni decisive dai Paesi sul fronte, supportate dall'Ue e dall'assistenza di altri Stati, si sono rivelate efficaci (...) come mostrato dal ruolo dell'Italia in Libia». Con quelle poche righe, Tusk era pronto a smentire tutta l'impostazione sui rifugiati e il potere legislativo della Commissione europea, ma anche in qualche modo la Corte di giustizia Ue. Se la linea fosse passata, il presidente sarebbe stato il campione dell'Europa dell'Est, di chi si concentra solo sui migranti illegali, soprattutto di una Europa del mero status quo: avrebbe affermato che il potere sta nel consesso intergovernativo.

SCONTRO IN ATTO DAL 2015. Durante il Consiglio europeo dell'aprile del 2015 Commissione e Consiglio si erano scontrati esattamente sullo stesso punto: sull'obbligatorietà o meno delle quote e, sotto traccia ma chiarissimamente, su chi deteneva il reale potere. Dopo una lunga discussione gli Stati membri erano arrivati all'accordo su un sistema solo volontario. Ma Juncker era stato molto deciso: doveva dimostrare rapidamente che l'Unione era in grado di affrontare il problema. Tusk sosteneva che la cosa migliore era rimanere ai fatti e cioè riconoscere l'assenza di una posizione unitaria. Conosciamo come è andata a finire. Ma oggi ben due anni e mezzo dopo, la presidenza del Consiglio ha tentato di riportare indietro le lancette. Ma la replica della Commissione è stata durissima. Il Commissario Avramopolous ha sottolineato che il compito di Tusk «è lavorare per l'unità: dobbiamo stare insieme e non alimentare posizioni anti-Ue». E ha aggiunto: «Non possiamo nemmeno opporre la protezione delle frontiere esterne alla protezione dei rifugiati: non stiamo costruendo un'Europa-fortezza».

  • La relazione del responsabile all'immigrazione Dimitris Avramopoulos.

Alla fine Tusk ha dovuto mettere mano alla sua nota. Non ha modificato il giudizio sulle quote obbligatorie, lo ha ammorbidito aggiungendo che «l'approccio (dei ricollocamenti interni, ndr) ha ricevuto una attenzione sproporzionata alla luce del suo impatto sul terreno, e che in questo senso si è dimostrato inefficace». Ma ha dovuto riconosce il diritto Ue che lui stesso dovrebbe incarnare e cioè la competenza europea sul dossier e specificare che il suo è solo un modo per avviare le consultazioni tra i leader: «L'Ue può affrontare l'immigrazione illegale in maniera efficace solo con il coinvolgimento pieno degli stati membri e attraverso l'uso coordinato di mezzi e strumenti degli Stati e dell'Ue», recita il primo punto della nota dopo la "cosmesi". Prima di lodare l'accordo Italia-Libia ha premesso che «nessun Paese membro può occuparsi di questa sfida comune da solo», ma ha anche aggiunto che «è necessario distinguere tra migranti economici e rifugiati».

DOSSIER (INDIGESTO) PER CENA. La decisione sulla riforma di Dublino secondo l'agenda dovrebbe arrivare a giugno. Ma se queste sono le premesse, i prossimi mesi rischiano di essere puntellati da conflitti costanti. Per ora il dossier sarà discusso dai capi di Stato e di governo durante la cena del 14 dicembre e quindi senza che vi siano documenti ufficiali e minute del Consiglio in cui possono essere riportate le diverse posizioni. E tutto questo mentre anche sulla strategia, ormai sviluppata, dell'esternalizzazione della crisi migratoria, i soli due Paesi che hanno finanziato il Trust fund per l'Africa destinato a pagare i progetti di lotta al traffico di migranti sono l'Italia e la Germania.

I VISEGRAD PRONTI A CONTRIBUIRE. Il premier Paolo Gentiloni è atteso mercoledì 13 dicembre al vertice per la creazione della task force del G5 del Sahel , cioè dei capi di Stato dei Paesi percorsi dalla rotta dei profughi: sede Parigi, padrone di casa Emmanuel Macron, il presidente del solo Paese che ha nell'area una importante presenza militare, e che però sul Trust fund non ha ancora investito. E poi giovedì 14 prima del summit europeo il primo ministro italiano parteciperà a un incontro proprio con i Paesi del gruppo Visegrad e il presidente della Commissione Jean Claude Juncker. Un incontro apparecchiato in cui Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca potranno dare sfoggio di solidarietà finanziaria: offriranno qualche decina di milioni per il Trust fund. Forse, prima di oggi, speravano che la faccenda solidarietà si sarebbe chiusa così. Gentiloni non dovrebbe nemmeno partecipare alla conferenza stampa congiunta.

La versione finale della nota del presidente del consiglio europeo Donald Tusk.

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