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18 Dicembre Dic 2017 2029 18 dicembre 2017

Migranti, radiografia della missione italiana in Niger

Gentiloni segue Macron nella campagna africana. L'obiettivo è fermare le partenze dalla Libia sorvegliando il Paese del Sahel. In un'area che rischia l'escalation militare.

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Al vertice di Parigi del 13 dicembre, dove ha strappato a Paolo Gentiloni l'impegno di inviare un contingente militare italiano in Niger – 470 soldati e 150 veicoli – Emmanuel Macron ha fissato un obiettivo ambizioso della sua campagna africana: «Vittorie militari già entro il primo semestre 2018». L'ottimismo del presidente francese, tuttavia, fa a pugni con la realtà sul terreno, dove la FC-5GS (G5 Shael Force), la forza militare congiunta tra 5 Paesi dell'area del Sahel – Mali, Ciad, Brukina Faso, Mauritania e Niger – progettata nel 2014 e operativa da luglio scorso, fatica a decollare, per la fragilità degli eserciti coinvolti ma soprattutto per la mancanza di finanziamenti adeguati. Debolezza di cui Macron è consapevole, tanto da essersi dato molto da fare per organizzare un nuovo giro di raccolta fondi presso le cancellerie europee e tra i Paesi del Golfo, e che pone numerose incognite anche sulla missione militare italiana.

UN'OPERAZIONE A OSTACOLI. Haw-bi, Black Cow, la prima operazione militare della FC-5GS, lanciata il 28 ottobre scorso, si è conclusa l'11 novembre con risultati non proprio esaltanti. Circa 700 uomini degli eserciti di Mali, Niger e Burkina Faso, dovevano ispezionare le linee di confine tra i tre Paesi, zone dove si concentrano i jihadisti del gruppo nigeriano Ansaru, ma l'operazione, seppur solo di ricognizione, si è rivelata più difficile del previsto, dimostrando come la presenza francese nell'area - circa 4 mila soldati impegnati dal 2014 nella operazione Barkhane, con quartier generale a N'Djamena, capitale del Ciad - sia del tutto indispensabile e chissà per quanto ancora. Raccontando il debutto della FC-5GS, Le Monde Afrique ha riportato le parole di un colonnello maggiore nigerino coinvolto nell'operazione: «Ritardi nella logistica. Difficoltà di implementazione dei sistemi di trasmissione. Comando centrale non pienamente operativo. Difficoltà per gli asset aerei perché tutte le richieste, a copertura delle truppe o dell'intelligence, non sono andate a buon fine». Anche il generale maliano Didier Dacko non si è nascosto: «Haw-bi ha rivelato difficoltà reali» ha dichiarato.

IL NODO DEI FINANZIAMENTI. I problemi della Fc sono soprattutto due: la scarsa capacità militare degli eserciti coinvolti, che non è paragonabile a quella della Multinational Joint Task Force (Mnjtf) creata per contrastare i fondamentalisti di Boko Haram e all'interno della quale c'è anche il meglio equipaggiato esercito nigeriano, e i finanziamenti: pochi e senza una prospettiva di lungo termine. Francia, Germania, Unione Europea continuano a sostenere la necessità che gli Stati africani coinvolti nell'iniziativa arrivino in un tempo ragionevole a farsi carico della sicurezza dei loro confini, ma si tratta di Paesi che in buona parte dipendono ancora dagli aiuti stranieri per sopravvivere. Il budget iniziale per la forza congiunta era stato fissato a 423 milioni di euro per i primi 12 mesi di operazioni, ma secondo un diplomatico occidentale di stanza a Ouagadougou, intervistato da CrisiGroup, questa cifra potrebbe essere ridotta a 250 milioni. L'Unione Europa ha messo sul piatto 50 milioni, esclusi gli 8 stanziati dalla Francia, ogni Paese del G5 contribuirà con 10 milioni, e al vertice di Parigi Macron ha annunciato che altri 100 milioni verranno dall'Arabia Saudita, 30 dagli Emirati Arabi Uniti. Fondi che si aggiungono ai 60 milioni di dollari promessi dagli Stati Uniti. Tutto denaro, o quasi, ancora solo potenziale. Proprio sulle missioni nel Sahel nei mesi scorsi si sono accese le tensioni tra Washington e Parigi.

Gli Stati Uniti hanno garantito il loro contributo alla missione ma solo con accordi bilaterali (la loro quota andrà in gran parte al Burkina Faso all'interno di un accordo di cooperazione bilaterale), opponendosi al coinvolgimento delle Nazioni Unite nell'operazione. La missione ha sì l'avallo di due risoluzioni Onu, ma le Nazioni Unite non saranno coinvolte direttamente. Ancora il 28 ottobre scorso, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva chiesto al Consiglio di sicurezza sostegno logistico e finanziario, ma ha trovato la ferma contrarietà degli Stati Uniti. Un po' perché i caschi blu sono già impegnati in una parallela missione di peacekeeping proprio in Mali, la Minusma, (United nations multidimensional integrated stabilization mission in Mali) con circa 13 mila soldati, ma soprattutto perché la “nuova” missione solleva più di qualche perplessità a Washington, rischiando di mettere in conflitto gli interessi americani e francesi nella zona. L'analista americano Paul Williams ha detto all'Associated Press che le riserve dell'amministrazione americana non sono solo sui costi, ma anche sulla natura dell'operazione, per Washington non ben definita.

MISSIONE TRA MADAMA E NIAMEY. In effetti, cosa andiamo a fare nel Sahel? Una parte del contingente italiano dovrebbe essere dislocato a Madama, avamposto ora gestito dai francesi quasi al confine con la Libia, dove le condizioni climatiche sono dure e la logistica complicata. «Gran parte dei mezzi sbarcherà sulla costa del Benin e raggiungerà il Niger attraverso la Nigeria», secondo quanto ricostruito da la Repubblica. Un'altra parte della missione dovrebbe svolgersi nella capitale Niamey, dove i nostri soldati, probabilmente con il contributo dell'aeronautica, addestreranno le forze locali dell'aviazione nigerina. A Niamey ci sono già i droni americani, inclusi gli MQ-9 Reaper, a sostegno della missione francese Barkhane, ma gli Usa stanno ampliando la loro presenza anche ad Agadez, città snodo per le partenze dei migranti, con la costruzione di un'altra base di lanci per droni. Jeremy Keenan, in un lungo reportage per il magazine NewAfrican, pubblicato nel gennaio scorso, scriveva che secondo alcuni documenti declassificati del Pentagono, il Niger «è l'unico Paese nella regione ad accettare di ospitare gli MQ-9 che conducono strike aerei».

UN CONTESTO A RISCHIO. L'escalation militare occidentale nel Sahel, iniziata nel 2014, ha subito un'accelerazione dal 2016: in questo contesto opereranno i soldati italiani, che comunque dovranno svolgere anche attività di “sorveglianza e controllo”, non solo di addestramento. Il Sahel, dove operano gruppi jihadisti, trafficanti d'armi e di uomini, è ormai zona rossa. Secondo l'Unhcr solo nel 2016 più di 300 mila migranti sono transitati per il Niger alimentando il traffico di essere umani gestito dalle organizzazioni criminali ma anche la corruzione della polizia nigerina che, come documentato da diverse ong, lascia attraversare il confine in cambio di tangenti. Lo scorso 11 aprile, sono stati proprio i funzionari dell'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, di Niamey, a denunciare il «mercato degli schiavi» a Sahba, nel Sud Ovest della Libia, dove immigrati provenienti dall'africa subshariana venivano venduti in un parcheggio per poche centinaia di euro. Per Paolo Gentiloni si tratta di un impegno che ha «interesse nazionale oltre che europeo». Resta da capire con quali rischi e risultati.

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