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Indipendenza della Catalogna

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22 Dicembre Dic 2017 1509 22 dicembre 2017

Catalogna, la politica cieca mette il potere in mano ai giudici

Rajoy fa finta di non vedere gli indipendentisti. Puigdemont che la maggioranza della popolazione non è pro-secessione. O si crea un'alleanza con la sindaca di Barcellona Colau, oppure molto dipenderà dai magistrati.

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da Bruxelles

Dopo il referendum che «non c’è mai stato», ora Mariano Rajoy fa finta di non vedere anche la nuova maggioranza di seggi conquistati dagli indipendentisti catalani. Il leader spagnolo, affossato da elezioni con cui credeva di risolvere una crisi che viene da lontano e della quale è stato uno dei principali artefici, ha subito rifiutato la domanda di confronto arrivata da Bruxelles per bocca del leader indipendentista catalano Carles Puigdemont.

QUALI INDIPENDENTISTI? La richiesta è bizzarra, certo: l’ex presidente della Generalitat ha chiesto di incontrare il leader di Madrid a Bruxelles o in qualunque altro posto, ma non in Spagna. A meno che, chiaramente, lo Stato non gli dia garanzie e cioè gli permetta di rientrare senza essere arrestato. Ma la risposta è stata ancora più surreale, visto che Rajoy ha dichiarato che se proprio deve incontrare qualcuno si tratta della leader di Ciutatans, la versione catalana di Ciudadanos, Inés Arrimadas. Gli indipendentisti? Quali indipendentisti? Sono quasi la metà dei cittadini catalani, ma per il capo del governo non esistono.

SALTANO LE REGOLE DELLA DEMOCRAZIA. Del resto nemmeno Puigdemont è per ora tornato indietro dalla corsa folle verso l’indipendenza, nonostante il suo più stretto collaboratore in Belgio, l'europarlamentare Ramon Tremosa, avesse ridimensionato saggiamente la questione a una proposta federalista. E anche lui, esattamente come dopo il referendum improvvisato del primo ottobre, ha fatto finta di non accorgersi di un particolare: che la maggioranza dei catalani non è pro indipendenza e in democrazia qualcosa dovrebbe contare. Ecco il punto. Che almeno per ora nessuno in questa storia mostra apertamente intenzione di cambiare strategia.

Non di certo Rajoy che ha subito accantonato elezioni anticipate – e del resto nemmeno le inchieste imbarazzanti sulla corruzione di Calle Genova lo avevano mai scalfito. È pronto per l’ennesima volta a resistere dentro alla Moncloa. Il suo atto più significativo, il giorno dopo le elezioni, è stato quello di nominare il suo capo di gabinetto Jorge Moragas ambasciatore all’Onu. E nemmeno Ciudadanos, che svincolandosi a destra dal Partido popular ribadisce la linea dura del carcere per chi non rispetta la Costituzione, approfittando del fatto che più di uno su 10 dei nuovi eletti indipendentisti è incriminato e almeno sei rischiano di lasciare vuoto lo scranno: un'occasione politica impensata per chi si è laureato primo partito.

LA CUP RIFIUTA OGNI VIA ALTERNATIVA. Sicuramente non la Cup, la sinistra anticapitalista che ha impostato tutta la campagna elettorale sul nodo dell’indipendenza: non si dialoga con chi vuole tornare indietro. Non ne ha ottenuto moltissimo, i suoi seggi sono calati, ma sono sempre preziosi per la maggioranza: Erc e Junts per Cat insieme arrivano a quota 66, due in meno di quelli necessari alla maggioranza assoluta. Ma senza contare che Puigdemont e altri due ministri su cui pende un mandato di arresto sono in Belgio.

UNA SOLA OPPORTUNITÀ DI CAMBIAMENTO. Potrebbe cambiare strada, l'ex presidente riparato in Belgio e accusato con troppa faciloneria da molta stampa di non avere un piano e invece il suo piano era esattamente questo: riprendersi Barcellona potendo mettere sul voto il sigillo del suo volto non occultato dalle sbarre. E con lui Esquerra Republicana, che attende di sapere se il suo leader Oriol Junqueras potrà uscire dal carcere – il giudice decide il 4 gennaio. Se solo decidessero di non affidarsi ai più radicali della Cup, ma alla alleanza con la formazione di Ada Colau finita nel voto schiacciata dalle barricate contrapposte (leggi: La crisi di Podemos). Puigdemont non ha voluto precisare con chi si alleerà, ma ha precisato di voler negoziare con tutti gli antiunionisti, e non necessariamente con la Cup.

Nel 2015 il leader di Ciudadanos Albert Rivera parlava di una possibile riforma federalista dello Stato spagnolo, rifiutando un «federalismo assimmetrico» del modello autonomista basco, ma aprendo appunto a un profondo ripensamento tra capitale e regioni. Una soluzione che il protettore di Puigdemont in Belgio, Tremosa, aveva rilanciato, nell’indifferenza generale, appena il 27 novembre, definendo il modello federalista quella «soluzione intermedia» a cui si sarebbe potuti arrivare attraverso una mediazione europea. Non è chiaro se la necessità della mediazione si deve solo al mero calcolo politico. Ma intanto almeno nel giorno delle elezioni nessuno osa uscire dai ranghi della contrapposizione frontale.

I GIUDICI KING MAKER DEL VOTO. E in questa lotta tra ciechi, in queste reciproche accuse di unilateralismo, quelli che rischiano davvero di cambiare le cose sono i giudici. Siccome, come riporta il quotidiano spagnolo El Español, è impossibile ottenere l’investitura nel nuovo parlamento senza essere presente a Barcellona, non presentandosi Puigdemont rischia di dover rinunciare al tesoretto accumulato: cioè la possibile presidenza e almeno altri due seggi vinti da chi lo accompagna nell'esilio autoimposto. Chi è in carcere può chiedere di partecipare all’assemblea, ma tutto è in mano ai magistrati. A rischio ci sono altri tre posti dell'assemblea, mentre altri tre candidati sarebbero stati incriminati proprio nel giorno del voto. Davvero Ciudadanos crede che un eventuale vittoria al pallottoliere, eventualmente fornita da un sistema giudiziario diventato king maker delle elezioni, possa risolvere la crisi profondissima della democrazia catalana e non farla piombare in un buio ancora più nero? In caso contrario, aprendendosi alle richieste della Cup e non a un'alleanza con gli autonomisti di Colau dove pensano di arrivare gli indipendentisti?

NULLA CAMBIA A BRUXELLES. Rischia di cambiare tutto in Catalogna, perché non cambi niente. Niente è cambiato nemmeno a Bruxelles, che continua a riposare sulla dottrina Prodi, e sulla cornice del diritto dell'Unione. Del resto, le leggi sono dalla parte della Commissione: che sarà mai un cieco in più tra i ciechi?

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