Macron
28 Dicembre Dic 2017 0800 28 dicembre 2017

Emmanuel Macron, un opportunista di successo

Ha narrato il nuovo slancio dell'Ue. Ma cosa ha ottenuto? Vittorie annunciate e sconfitte non dichiarate del presidente francese. Che ha rinunciato ai suoi propositi per diventare complementare di Berlino. 

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da Bruxelles

La telecamera stava riprendendo l’arrivo di Angela Merkel al Consiglio europeo di dicembre. Con l’aria più stanca del solito, partita da Berlino senza aver riferito al Bundestag sui dossier in discussione in Europa – un unicum nella lunga storia dei suoi governi - e arrivata a Bruxelles con la solita giacca – per l’occasione color canarino –, la cancelliera tedesca procedeva nel suo incedere calmo e ondeggiante verso i giornalisti in attesa, quando all’improvviso nell’inquadratura del video è spuntata la faccia di Emmanuel Macron. Deciso ad accoglierla, sorridente e con un bacio, monsieur le président è sembrato per un attimo il nuovo padrone in quella che per anni è stata la casa della leader tedesca. In molti dopo il summit, con la Germania ancora appesa a negoziati complicati per la formazione di un nuovo esecutivo, hanno frettolosamente e superficialmente annunciato un passaggio di testimone alla guida dell’Ue. Ma quella breve immagine racconta anche altro, e cioè di una delle capacità più spiccate del nuovo leader forte d’Europa: apparire vincente anche quando è perdente. Cambiare obiettivi, massimizzare le occasioni, rimanendo fedele al ritorno della Francia sulla scena.

Quel vertice era stato annunciato dalle istituzioni europee come il primo laboratorio della riforma della zona euro: il dossier su cui Macron ha più spinto nei primi mesi del suo mandato all'Eliseo, con tanto di discorso ad Atene con l'Acropoli di sfondo gentilmente fornita da Alexis Tsipras e proposta di un nuovo bilancio, di un parlamento e di un ministro delle Finanze dell'Eurozona. Ma già il discorso alla Sorbona, più calibrato e concertato con Berlino, aveva spostato i riflettori altrove e su traguardi più facilmente raggiungibili. Poi, pochi giorni prima del vertice, il ministro delle Finanze di Parigi, Bruno Le Maire, in due differenti interviste aveva messo le mani avanti: il ministro dell'Eurozona è «l'ultima delle cose» di cui dobbiamo discutere. La priorità, aveva spiegato Le Maire, va all'unione bancaria e a meccanismi di risposta rapida alle crisi. In sostanza, complici i conflitti sotto traccia tra le istituzioni europee e quelli più evidenti tra gli Stati, la Francia, almeno nei tempi, è pronta ad adottare l'agenda finora messa in piedi a Bruxelles sotto la spinta della Germania. Il 15 dicembre, Merkel e Macron hanno annunciato di essere pronti a presentare una proposta complessiva a marzo, peraltro puntuale con il voto italiano. E in ogni caso nella capitale dell'Unione in pochi credono che si realizzi entro lo spartiacque delle elezioni europee. Del resto non si tratta nemmeno della prima sconfitta subita da Parigi.

Senza contare il credito di cui gode la sua affascinante narrazione, il bilancio dei primi mesi di Macron a Bruxelles è pieno di contrasti. Il nuovo governo di Parigi ha dovuto subito capitolare su due dossier ambientali - la regolamentazione dei perturbatori endocrini (sostanze chimiche che interferiscono con il sistema ormonale umano) che Macron aveva persino inserito nel suo programma elettorale, e sul rinnovo della licenza per il glifosato. Temi marginali in Italia, ma sensibili Oltralpe. Meglio è andata sul fronte commerciale: Parigi ha spinto i piani della Commissione per un nuovo screening sugli investimenti esteri e si è accodata al lavoro italiano sulle nuove regole anti dumping. Ma sull'accordo di libero scambio con il Mercosur il protezionismo agricolo francese è rimasto praticamente isolato. Sulla web tax, Francia, Germania, Italia e Spagna, sono state sconfitte dalla strenua opposizione dei Paesi come Lussemburgo, Malta e Olanda, e in generale da chi - e non sono pochi - ritiene più importante un accordo internazionale in sede Ocse.

NARRAZIONE AL CENTRO. Macron è riuscito invece a strappare regole più rigide sui lavoratori distaccati - altro dossier da campagna elettorale che lo opponeva ai Paesi dell'Est. Qualcuno tuttavia potrebbe definirla una battaglia populista visto che, cifre alla mano, si scopre che sono di più i lavoratori francesi all'estero che quelli dell'Europa orientale in Francia. Nessun dubbio invece sui risultati ottenuti nell'ambito della Difesa: la proposta di Macron di creare una forza di intervento europea è stata tradotta in uno dei progetti della nuova cooperazione rafforzata, anche se formalmente a guida tedesca. Certo, sono passati solo pochi mesi e l'inquilino dell'Eliseo ad oggi appare in ogni caso il politico più in ascesa sul palcoscenico europeo. Ma ciò che ha mostrato in Europa è stata soprattutto la capacità di adattare la sua onnipresente narrazione alla realtà dei fatti. La stampa, a cui spesso si è mostrato insofferente - «il mio pensiero è troppo complesso» fu l'argomentazione per motivare il rifiuto alla tradizionale intervista del 14 luglio -, si è spesso fermata alla prima, senza raccontare i secondi.

Coniare un’etichetta per il nuovo leader francese è diventata prassi diffusa: lo hanno chiamato il presidente Re, per via del suo tentativo di incarnare "sacralmente" la nazione, il leader filosofo, in nome dei suoi anni da assistente di Paul Ricoeur. Ambizioso per alcuni, arrogante per altri, visionario a tratti, certamente innovatore, è sicuramente assai più raffinato culturalmente dell'ex premier italiano Matteo Renzi, di cui ha preso in prestito certe idee, e più abituato a negoziare su tavoli di alto livello. In politica la sua esperienza da Rotschild conta molto. «È un abile opportunista di talento, capace di misurare le persone e costruire relazioni personali», ha sintetizzato il biografo presidenziale, Adam Plowright, in una conversazione con l'Economist. Ma se è vero che le cose si vedono meglio quando le si osserva da una certa distanza, la visione più perfidamente acuta su Macron in Europa è forse quella di Arthur Goldhammer, ricercatore del centro per gli studi europei dell'Università di Harvard.

L'ATTIVISMO IN POLITICA ESTERA. «È soprattutto un attore, il cui primo amore è stato il teatro [...] Lui e la decisamente non teatrale Merkel sono adesso le stelle di Europa, una pièce scritta a Parigi, di cui la première alla Sorbona ha ottenuto recensioni discrete ma che adesso deve dare prova di sé sul campo». Secondo Goldhammer, Macron offre alla riluttante Merkel «un trespolo geopolitico dal quale lei può esercitare la leadership tedesca in Europa senza esacerbare le crescenti ansie sull'egemonia della Germania. Lasciando prendere l'iniziativa e anche la responsabilità alla Francia di definire la nuova Europa, Merkel potrebbe continuare a guidare dalla seconda fila». Il ragionamento si fonda sul fatto che Berlino guida per cultura e rapporti politici una vasta area europea, mentre la Francia ha una tradizione internazionale da spendere, forza militare e sedia nel consiglio di sicurezza incluse. L'attivismo di Macron in politica estera - solo nel mese di dicembre e nel giro di pochi giorni è intervenuto nella crisi tra Libano e Arabia Saudita, ha ospitato la conferenza sul clima, e quella sulla forza militare nel Sahel, ha accolto prima di Bruxelles il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen, senza dimenticare la trovata di invitare Donald Trump per le celebrazioni della République e confezionare un'immagine con rapporti di forza invertiti - è perfettamente complementare a una Merkel apparentemente defilata. Entrambi sono abili nel coniugare l'europeismo dichiarato con i loro interessi nazionali. Attivismo franco-tedesco, più che comunitario. E quando Macron non riesce a farlo, è comunque capace di cambiare scena con nonchalance.

L'impressione è che possa strappare a Berlino un accordo per investimenti nell'economia digitale e nel biotech. Per il presidente francese è il sogno di una Silicon Valley della République, per la leader tedesca uno dei pochi settori in cui potrebbe convincersi a spendere parte del suo enorme surplus commerciale. In ogni caso, più Schumpeter che Keynes. Sui migranti, poi, la sua posizione non è mai cambiata. In patria sta applicando una politica di sgomberi, controlli a tappeto della polizia e di rimpatri criticata persino nella sua maggioranza. E a Bruxelles, mentre il governo tedesco difende con le unghie le quote obbligatorie di ripartizione dei rifugiati, Macron mantiene una posizione più ambigua, che gli dà più margine di dialogo di fronte ai Paesi solitamente distanti da Parigi.

QUELLE POLTRONE NEL MIRINO. Anche se i risultati iniziali forse non lo hanno soddisfatto appieno, ha molto da ottenere a Bruxelles. Probabilmente non riuscirà a trascinare l'attuale commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, la pop star della politica europea e il volto della lotta ai campioni digitali di Oltre atlantico, alla presidenza della Commissione. Ma il candidato in pectore del Partito popolare europeo, Michel Barnier, è comunque francese. E nelle mire di Berlino per la poltrona di Mario Draghi potrebbe inserirsi anche il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, nato non a caso a Strasburgo, la città franco-tedesca per eccellenza. Se poi non ci riuscirà, può sempre proseguire verso un altro annuncio di vittoria.

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