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Proteste in Iran

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diplomaticamente
2 Gennaio Gen 2018 1138 02 gennaio 2018

Iran, gli errori di Rohani alla radice dell'ondata di proteste

Ha anteposto l'espansionismo regionale al benessere della nazione. E tradito le promesse che gli avevano fatto vincere le elezioni. Così il presidente ha perso consensi. E fornito un assist a Trump.

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Il 2017 è finito male in Iran e il 2018 si prospetta denso di incognite preoccupanti. Non si tratta di un nuovo capitolo del contrasto con l’Arabia Saudita legato all’andamento delle rispettive ambizioni di supremazia nel Medio Oriente. Queste hanno anzi segnato non pochi punti a favore di Teheran: dalla Siria con il vincente, per ora, sostegno a Bashar al Assad, al Libano con il ruolo dominante di Hezbollah; all’Iraq con la presenza delle sue milizie; allo stesso Yemen dove il sostegno assicurato agli Houthi, autori del colpo di Stato del 2015, sta trasformando l’intervento militare portato avanti dal legittimo presidente Hadi col sostegno di una coalizione araba a guida saudita una vera e propria palude conflittuale insanguinata dalle troppe stragi di civili. No, si tratta delle criticità che hanno investito il Paese negli ultimi giorni dell’anno, e con un insospettabile crescendo: da Mashhad nell’Est, dove sono esplose le prime manifestazioni di protesta, a Kermanshah nell’Ovest e poi a Rasht nel Nord, nella storica Isfahan e a Shiraz nel Sud, fino alla stessa capitale Teheran. E nulla lascia ipotizzare che questo moto si estingua rapidamente se non per l’estrema determinazione delle forze di sicurezza, colte di sorpresa in un Paese nel quale il controllo del territorio è assolutamente capillare.

Si tratta di un’ondata di proteste in qualche modo incoraggiata e forse addirittura sobillata? È possibile che vi sia stata e vi sia la mano dell’ala più conservatrice dello scenario politico iraniano che vuole mettere il presidente Hassan Rohani in difficoltà. Vi è stata forse anche qualche altra mano esterna, ma certo l’effetto domino che si sta creando non ci sarebbe stato in assenza di un terreno sociale e politico abbondantemente fertilizzato da cause oggettive. Da ricercare fondamentalmente nelle insoddisfacenti condizioni di vita di gran parte della popolazione che aveva riposto fiducia nelle promesse dello stesso Rohani in un progressivo loro miglioramento grazie alla piena cittadinanza internazionale riguadagnata, tra l’altro, in forza del cosiddetto accordo sul nucleare. Per capire meglio, srotoliamo il film della cronaca degli ultimi giorni del 2017.

CRESCONO PREZZI E SPESE MILITARI. Il 19 dicembre il governo iraniano annuncia il varo di un nuovo programma di austerità che comporta, tra l’altro, l’incremento del 50% della benzina, la sospensione dell’erogazione di importanti sussidi sociali a danno di una quota di circa il 30% della popolazione, il rincaro di beni alimentari di prima necessità come le uova. Nello stesso tempo si decide un significativo incremento del bilancio militare, destinate in larga misura al Corpo delle guardie rivoluzionarie impegnato, come noto, in tutti i teatri di guerra della regione. Non stupisce che le dimostrazioni, iniziate sotto la bandiera delle rivendicazioni sociali ed economiche, a partire dalla richiesta di ritiro del piano di austerità, abbiano rapidamente assunto un connotato anche politico. Soprattutto dopo la reazione violenta delle forze di sicurezza a Mashhad, la capitale del Khorasan, che sollecitano manifestazioni a sostegno dei protestatari e durissimi attacchi al governo. «Morte a Rohani», «Morte a Kamenei» sono gli slogan più violenti.

I giovani si mescolano con esponenti della fascia media e le proteste cominciano a coinvolgere anche le scelte di politica estera del governo

I giovani si mescolano con esponenti della fascia media e le proteste cominciano a coinvolgere anche le scelte di politica estera del governo; proprio quella che rappresenta la bandiera del suo successo in termini di influenza politica. Ed è forte la richiesta di fermare le operazioni a supporto di Bashar al Assad e quelle a favore di Hamas e di Hezbollah: «Né Gaza né Libano. La mia anima è alla ricerca delle redenzione dell’Iran», si sente cantare da una lato all’altro del Paese. Le forze di sicurezza reagiscono dovunque con durezza e si cominciano a contare i primi morti assieme a centinaia di arresti, mentre il potere religioso condanna senz’appello i manifestanti. Il ministro dell’Interno Abdolrahman Rahmani Fazli è apparso in televisione per una dura reprimenda rivolta loro, ammonendo che «chiunque si renda responsabile di danni alla proprietà pubblica, di disordini e di qualsivoglia illegalità, si prepari a pagarne il prezzo».

Questa situazione è una manna per il presidente americano Donald Trump e la sua strategia anti-Iran, ancora in attesa di essere declinate in azioni specifiche. Trump che non ha esitato a schierarsi con un «popolo che non ne può più di un regime corrotto che sperpera la ricchezza del Paese per finanziare il terrorismo all’estero. Il governo iraniano deve rispettare I diritti dei propri cittadini. Il mondo vi osserva!». La risposta di Rohani non si è fatta attendere. Il leader di Teheran, da un lato, ha affermato che il presidente statunitense non ha diritto di simpatizzare con gli iraniani dopo aver qualificato la Repubblica Islamica come una nazione di terroristi; dall’altro, ha dichiarato che il popolo è «assolutamente libero di criticare il governo e protestare, ma dovrebbe farlo in modo da migliorare la situazione del Paese e della loro vita. Il governo e il popolo dovrebbero aiutarsi vicendevolmente per risolvere le questioni».

ROHANI ALLE STRETTE. Difficile non rilevare l’imbarazzo e l’ambiguità difensiva delle sue affermazioni di fronte al lievitare delle proteste e alle dure reazioni delle forze di sicurezza. Le une denunciano, come detto prima, uno stato di diffusa, grave insoddisfazione popolare, le altre un metodo di governo che può servire a contrastarla solo fino a un certo punto; e a un prezzo crescente. Soprattutto per un Rohani che ha fatto del rilancio economico e del benessere sociale la bandiera con la quale ha vinto il suo secondo mandato, forte di un qualche miglioramento conseguito, ma evidentemente non sufficiente, delle condizioni di vita della popolazione. Col paradosso, solo apparente in realtà, che ciò avviene mentre si aprono spiragli sul versante delle restrizioni imposte ai diritti delle donne nel nome del rispetto del vero islam, quello sciita, naturalmente, entrato in una curiosa ma salutare competizione con quello sunnita dell’Arabia Saudita pure in fase di revisione. Insomma, per Rohani si è aperta una sfida che, se risulta complessa sul versante interno, non lo è minore su quello della ricercata espansione della sua influenza politica a livello regionale, fortemente contestata in queste prime giornate di manifestazioni.

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