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3 Gennaio Gen 2018 0842 03 gennaio 2018

Trump minaccia la Palestina: «Niente fondi se rifiutano negoziati»

Dopo aver accusato il Pakistan il presidente Usa vuole tagliare milioni di dollari diretti nei territori. Per il tycoon l'autorità sarebbe colpevole di non voler portare avanti i negoziati.

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Donald Trump continua ad esercitare l'arte della diplomazia a colpi di minacce, ricatti e taglio di aiuti finanziari: l'ultima vittima, dopo l'Onu per il voto su Gerusalemme e il Pakistan per lo scarso impegno contro il terrorismo, sono i palestinesi, 'rei' a suo avviso di non voler più negoziare la pace con Israele dopo che gli Usa hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di quel Paese.

TRUMP: «MAI MOSTRATO APPREZZAMENTO». «Non è solo al Pakistan», ha twittato il tycoon «che paghiamo miliardi di dollari per nulla, ma anche per molti altri Paesi. Ad esempio, paghiamo ai palestinesi centinaia di milioni di dollari all'anno e non otteniamo alcun apprezzamento o rispetto. Non vogliono neppure negoziare un trattato di pace con Israele necessario da molto tempo». «Noi abbiamo tolto dal tavolo Gerusalemme, la parte più dura del negoziato, ma Israele, per questo, avrebbe dovuto pagare di più. Ma con i palestinesi non più desiderosi di colloqui di pace, perchè dovremmo fare loro uno qualsiasi di quei massicci pagamenti futuri?», ha minacciato.

I suoi tweet seguono i piani, rivelati poco prima dall'ambasciatrice Usa all'Onu Nikki Haley, di mettere fine ai finanziamenti all'agenzia dell'Onu che fornisce aiuti umanitari ai rifugiati palestinesi: gli Stati Uniti sono il maggior donatore, con un impegno di 370 milioni di dollari nel 2016. La mossa rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente e di alimentare l'anti americanismo in quella regione, dopo le proteste seguite alla decisione unilaterale della Casa Bianca su Gerusalemme. Una scelta sconfessata sonoramente prima dal consiglio di sicurezza dell'Onu e poi dall'assemblea generale delle Nazioni Unite, nonostante la minaccia del tycoon di segare gli aiuti ai Paesi che avrebbero votato contro gli Usa.

285 MILIONI TAGLIATI AL PAKISTAN. Ma Trump è passato subito ai fatti, tagliando all'Onu 285 milioni di dollari per il 2018 e il 2019. Poi è toccato al Pakistan per il suo "doppio gioco" con i terroristi: 255 milioni di dollari di aiuti in meno. Il risultato è stato una crisi diplomatica con un partner potenzialmente chiave nella lotta al terrorismo. Ma se nel caso del Pakistan la mossa di Trump sembra avere qualche buon fondamento, il ricatto ai palestinesi appare del tutto ingiustificato. Il loro rifiuto di sedersi ad un tavolo è solo la reazione ad una decisione a sorpresa americana sullo status di Gerusalemme che avrebbe dovuto far parte dei colloqui di pace e che è arrivata senza neppure essere accompagnata da un piano o una proposta di mediazione.

ASHRAWI: «NON ACCETTIAMO RICATTI». In terra palestinese la prima a commentare è stata una dirigente dell'Olp, Hanan Ashrawi: «I palestinesi non si faranno ricattare da Donald Trump». Riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele, «Trump ha distrutto con un colpo solo le fondamenta della pace». Il presidente degli Stati Uniti, ha aggiunto, «ha sabotato il nostro impegno per la pace, la libertà e la giustizia».

HAMAS: «TRUMP BARBARO E IMMORALE». «Donald Trump ha adottato verso il popolo palestinese un basso ricatto politico. Il suo comportamento è barbaro ed immorale», è stata la reazione di Hamas per bocca del portavoce Fawzi Barhum. Intanto a Gaza si è diffusa una forte preoccupazione di fronte alla possibiità che gli Usa annullino i loro finanziamenti all'Unrwa, l'agenzia per i rifugiati. Secondo stime ufficiose, quasi la metà degli abitanti della Striscia beneficiano delle attività dell'Unrwa: direttamente o indirettamente, utilizzando cioè i suoi servizi educativi, medici e sociali.

DA ARBITRO A CAPO DEI NEGOZIATI. Sembra quasi che Trump, propostosi inizialmente come arbitro del conflitto, voglia dettare le condizioni ai palestinesi mettendoli di fronte a fatti compiuti e agitando il cordone della borsa. Quella stessa borsa che, su un piano diverso, agita anche con gli alleati Nato quando reclama un aumento delle spese militari o con la Cina quando evoca guerre commerciali, per ora congelate in nome del nemico comune nordcoreano.

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