Getty Images 96536447

Proteste in Iran

Getty Images 900850844
4 Gennaio Gen 2018 0800 04 gennaio 2018

Proteste in Iran, fotografia di un Paese diviso in due

Le rivolte sono partite dai ceti popolari. La classe media progressista per ora resta a guardare. Ma il malcontento è diffuso anche tra i giovani universitari senza lavoro e delusi da Rohani. 

  • ...

Dopo sette giorni di proteste diffuse in tutto il Paese, più di 20 morti e un numero ancora imprecisato di arresti (tra i 450 e i 600 manifestanti secondo fonti non governative), il 3 gennaio il generale Mohammad Ali Jafari, capo delle guardie rivoluzionarie dell'Iran (Iran Revolutionary Guard Corps, Irgc), ha dichiarato che «la sedizione è stata sconfitta» mentre la televisione di Stato mandava in scena le immagini di folle festanti a sostegno del governo Rohani. Difficile sapere se le proteste siano arrivate davvero al capolinea, Internet è rallentato in tutto l'Iran, i social media sono censurati, anche app molto popolari come Telegram sono state sottoposte a rigido controllo dopo l'inizio delle rivolte, e nonostante numerosi iraniani siano abituati ad usare reti Vpn per sfuggire alla censura le notizie escono con molta difficoltà dal Paese.

UN REGIME INEFFICIENTE E CORROTTO. Il numero dei manifestanti sembra finora limitato: secondo l'intelligence israeliana sono state circa 10 mila persone in tutto il Paese, Jafari ha parlato di 15 mila, il ministro dell'Interno Abdolreza Rahmani Fazli di 42mila persone in tutto. Ma il loro impatto non va sottovalutato. Gli eventi di questi giorni sono inediti nella storia recente dell'Iran: la classi più popolari, tradizionalmente più vicine ai conservatori, si sono ribellate alle pessime condizioni economiche cui sono costrette da un regime inefficiente e corrotto. Le misure di austerity disposte dal governo, la decisione di alzare i prezzi dei generi alimentari e di tagliare i sussidi sociali, l'enorme quantità di denaro destinata alle fondazioni religiose e alle missioni militari all'estero, la corruzione, hanno fatto esplodere un malcontento che covava da tempo.

NEL 2009 FU DIVERSO. A differenza di quanto successo con l'Onda Verde del 2009, quando a riversarsi nelle piazze di Teheran contro la rielezione “truccata” di Ahmadinejad furono milioni di iraniani soprattutto di classe media, guidati dai riformisti Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi (da allora agli arresti domiciliari) e con richieste esplicitamente politiche come il riconteggio dei voti, questa volta la rivolta è partita dalla working class iraniana, e non dalla capitale – che pure è stata teatro di scontri e sit-in - ma dalle città di provincia, in particolare nel Nord-Ovest delle minoranze curde, azere, arabe, dove la disoccupazione tocca punte anche del 60%. Giovani senza lavoro (il vice ministro dell'Interno dell'Iran ha detto che il 90% degli arrestati ha meno di 25 anni), pensionati, donne in chador (il copriabito nero che lascia scoperto il volto usato dalle religiose) che accusano il governo di arricchirsi alle spalle degli ultimi, denunciano il malaffare, le diseguaglianze, l'incapacità di Rohani di redistribuire i dividendi economici dell'accordo sul nucleare.

In un primo momento il presidente ha riconosciuto il diritto dei manifestanti di protestare in maniera pacifica, ma le timide aperture hanno presto lasciato il passo alla retorica complottista del leader supremo, Khamenei, che ha accusato non meglio precisate potenze straniere di voler destabilizzare l'Iran e rovesciare il governo democraticamente eletto. Alcuni leader riformisti – considerati il volto “moderato” del regime in opposizione a quello dei Principalisti – hanno preso le distanze dalle manifestazioni sostenendo che sono state orchestrate dai conservatori per indebolire Rohani. Una interpretazione quantomeno parziale dei fatti.

I PRIMI SINTOMI. Le proteste sono scoppiate in maniera più virulenta il 28 dicembre a Mashhad, nel Nord-Est del Paese, città sacra per gli sciiti (lì c'è la tomba dell'ottavo Imam Ali Reza) e feudo del conservatore Raisi, sfidante di Rohani alle ultime elezioni. Ed è vero che i alcuni leader conservatori hanno espresso il loro sostegno ai manifestanti (si parla di un intervento diretto di Ahmadinejad e Ahmad Alamolhoda, un controverso leader religioso di Mashhad, nell'organizzazione ma non ci sono prove). In ogni caso le proteste si sono rapidamente allargate ad altre città coinvolgendo diversi gruppi sociali, in maniera trasversale e oltre la distinzione riformisti-principalisti: le piazze gridavano slogan contro Rohani, Khamenei, il generale capo della Quds Force, Soleimani, contro tutto la Repubblica dei mullah. Non solo. I fatti di Mashhad non sono accaduti all'improvviso. Da settembre ci sono state decine di piccole manifestazioni in diverse città dell'Iran, da Kermashan nel Nord a Bandar Abbas nel Sud alla stessa Teheran: insegnanti, infermieri, operai, pensionati esasperati dal caro vita o correntisti che hanno visto i loro risparmi svanire in seguito ad alcuni scandali finanziari.

L'AUTOGOL DI ROHANI. Con l'ultima finanziaria la rabbia sociale è esplosa e paradossalmente è stato lo stesso Rohani a dare fuoco alle polveri con il discorso al Parlamento del 10 dicembre. Il presidente ha rivelato che numerosi individui ricevono fondi governativi senza alcuna supervisione e che quando ha tentato di porre un freno a questa prassi alcune organizzazioni hanno cominciato a “fare pressioni”. Il presidente ha rivelato anche che ci sono sei istituzioni finanziarie nel Paese che controllano il 25% del mercato valutario e lo manipolano a loro favore: in sostanza ha ammesso la corruzione diffusa nel regime. Per la prima volta, poi, la legge di bilancio ha reso pubblici i milioni che vengono destinati ad alcune fondazioni religiose senza controllo e senza trasparenza, documenti che sono circolati molto in rete e sui quali si era scatenato un accesso dibattito già nei primi giorni di dicembre.

Cosa accadrà nelle prossime settimane? È difficile prevederlo. La repressione sembra per ora aver avuto la meglio, ma molto dipenderà dalla reazione di Rohani - se sceglierà di andare avanti con la sua politica di austerity o di rivederla puntando su una riforma più radicale e trasparente degli apparati di stato e dei loro finanziamenti - e da quello che l'amministrazione Trump deciderà sull'accordo nucleare. Certo pesa sulle manifestazioni il silenzio di laici e progressisti, dei giovani che avevano fatto parte dell'Onda Verde e che sono stati alla base della riconferma di Rohani a maggio, della classe media. Diversi osservatori si chiedono il perché di questa presa di distanza e anche in questo caso le spiegazioni non sono univoche.

I CAPITALI STENTANO AD ARRIVARE. Esfandyar Batmanghelidj, fondatore dello Europe-Iran forum, ha pubblicato una analisi interessante della politica economica di Rohani post-accordo nucleare, un'agenda “neoliberale”, fondata su liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma delle tasse e taglio della spesa pubblica per limitare il peso delle imprese pubbliche nell'economia, puntando sugli investimenti esteri e sull'apertura al mercato, che però è rimasta monca. I dividendi economici dell'Iran deal non sono arrivati come sperato: la prudenza degli investitori esteri dovuta all'incertezza sull'accordo – da parte innanzitutto degli Stati Uniti - e i limiti di un ecosistema finanziario ancora chiuso non hanno facilitato l'arrivo di nuovi capitali. La sola austerity ha finito per colpire soprattutto i ceti più poveri, mentre la classe medio-alta ha potuto contare sui propri asset, immobiliari, di azioni, in oro.

IL MALCONTENTO TRA I GIOVANI. Ma c'è anche una larga parte della classe medio-bassa delle città che patisce le condizioni economiche nel Paese ed è delusa dalle non-riforme di Rohani. Sono soprattutto i giovani laureati, spesso disoccupati o sottopagati. Stime conservative dicono che all'inizio del 2011 la percentuale di laureati tra i disoccupati iraniani era al 36%, oggi è intorno al 40%. Il 17 settembre il sito Financial Tribute riportava le parole di Masoud Nili, economista e consigliere di Rohani: «La disoccupazione all'intero di tre gruppi sta raggiungendo livelli di crisi, sono i giovani, le donne e le persone con un'alta formazione».

Molti fanno più di un lavoro per mettere insieme uno stipendio da 500 euro al mese

H., 27 anni

«Molti fanno più di un lavoro per mettere insieme uno stipendio da 500 euro al mese in una città come Teheran dove, a seconda del cambio col dollaro, un chilo di manzo può arrivare a costare anche 9 euro», dice a Lettera43.it H., 27 anni, che vive a Teheran e si è laureata all'accademia di Belle arti. «Io sono una privilegiata, vivo con i miei ma gli affitti a Teheran sono insostenibili». In tanti vorrebbero fare un'esperienza di lavoro in Europa o negli Stati Uniti, migliorare la propria condizione economica e poi magari tornare, ma ottenere un visto, dopo il travel ban di Trump e con la stretta decisa anche da molti paesi europei è «diventata una impresa impossibile».

LA REPRESSIONE BRUCIA ANCORA. Per ora questa parte di società iraniana è rimasta a guardare. Il ricordo della repressione del 2009 brucia ancora, e la mancanza di leader e di obiettivi politici chiari nelle proteste di questi giorni non invitano alla partecipazione: molti laici e progressisti temono che alla lunga questo genere di manifestazioni possano favorire i conservatori. Sebbene Rohani non abbia portato le libertà civili promesse, il controllo del governo sulla vita quotidiana è comunque relativamente più blando di quanto non fosse durante gli anni di Ahmadinejad, e basta poco per tornare indietro.

IL MALE MINORE. «La maggior parte degli iraniani è consapevole della corruzione del governo e dei suoi fallimenti nel portare avanti le riforme politiche», ha scritto l'attivista Yassemine Mather dopo la rielezione di Rohani, ma «la rimozione di alcune sanzioni significa che possono almeno comprare medicine a prezzi ragionevoli, che gli ospedali possono importare macchinari salva-vita e che la minaccia di un imminente attacco americano o israeliano si è allontanata. Sono anche contenti di non vivere in altri Paesi del Medio Oriente – Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, eccetera – dove il regime change in stile Usa è costato la vita a molti, e ha portato alla distruzione dell'economia e di interi settori della società». Forse a un numero consistente di iraniani Rohani sembra ancora il male minore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso