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9 Gennaio Gen 2018 1048 09 gennaio 2018

Corea del Nord, il ricatto di Kim Jong-un dietro il vertice con Seul

Pyongyang può presentare la sua partecipazione alle Olimpiadi come una concessione. E per questo voler essere ricompensata. Così il dittatore si scopre più forte. E gli Usa (per il momento) sono all'angolo.

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«La mano tesa di Kim Jong-un nei confronti del Sud è la novità più dirompente degli ultimi anni. Un segnale importantissimo che rischia di passare in secondo piano». Così la pensa Antonio Fiori, professore di Relazioni internazionali dell'Asia orientale dell'università di Bologna e autore de Il nido del falco: mondo e potere in Corea del Nord (Le Monnier, 2016). E infatti il 9 gennaio è già una data storica. I due Paesi separati dal 38esimo parallelo hanno ripreso con profitto i colloqui interrotti nel dicembre 2015, oltre due anni fa. L'occasione è la partecipazione della coppia di pattinatori nordcoreani alle prossime Olimpiadi invernali in Corea del Sud. Non si sono iscritti per tempo, ma c'è stata la volontà di risolvere la questione da parte del comitato olimpico e di tutti i Paesi coinvolti. E infatti Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik gareggeranno, accompagnati da una delegazione di alto livello. Secondo quanto riportato dai funzionari sudcoreani, le due nazioni sfileranno insieme.

LA DELEGAZIONE SUDCOREANA. Le due parti si sono incontrate alle 10 locali nella Casa della Pace a Panmunjom, il cosiddetto “villaggio della tregua”, al centro della zona demilitarizzata. Logistica, accompagnatori, delegazione ufficiale e bandiera sotto cui sfilare sono tutti nodi che stanno sciogliendo con il consenso delle parti. Sembra proprio l'inizio di un processo. Presenti il ministro per l'unificazione sudcoreano Cho Myoung-gyon alla guida una delegazione composta da cinque membri e la sua controparte guidata dal presidente del comitato per la riunificazione pacifica Ri Son-gwon, che è un negoziatore di lungo corso e che si è spesso distinto per aver lasciato il tavolo in un impeto di rabbia. Ma non questa volta. Cho ha provato ad allargare la discussione «alle famiglie separate dalla guerra e al rilassamento delle tensioni militari», ma questi ultimi argomenti sembrano essere caduti nel vuoto. I colloqui però non si sono interrotti. «La denuclearizzazione è oggi impensabile per la Corea del Nord», spiega il professor Fiori. «Nella testa del regime, le questioni del disgelo e quella del nucleare sono completamente separate. L'avanzamento tecnico-militare non è in discussione, perché non vogliono arrivare alla trattativa depotenziati e senza armi».

Kim Jong-un vuole che il suo Paese venga riconosciuto come “potenza nucleare” e oggi è più forte che mai

Secondo il professore «l'apertura che ci si attende non avverrà a questo giro ma, nella migliore delle ipotesi, il presidente sudcoreano Moon Jae-in dovrà gettare le basi perché cresca la fiducia. Se disgelo sarà, sarà con un percorso graduale». E infatti per guadagnarsi il favore dell'appena 34enne Kim Jong-un una concessione è stata già fatta: Stati Uniti e Corea del Sud rinunciano alle annuali esercitazioni militari congiunte fino alle fine delle Paralimpiadi, il 18 marzo. Un passo importante, ma non basta. Kim Jong-un vuole che il suo Paese venga riconosciuto come “potenza nucleare” e oggi è più forte che mai. In sei anni ha consolidato il suo potere e isolato ancora di più la nazione per “il bene” del regime. Se nel 2006 il primo test nucleare nordcoreano colse tutti di sorpresa ma era quasi un bluff (uno o due chilotoni di potenza), l'ultimo test del 2017 è stato misurato in 140-150 chilotoni, e la bomba reca tracce di idrogeno. E c'è un altro dato. Soltanto nel 2017 il giovane Kim ha compiuto più lanci missilistici di quanti ne abbia fatti il padre durante i 17 anni di governo.

LA LINEA BYONGJIN. Insomma, Kim è molto vicino al raggiungimento dell'obiettivo nucleare e tutto questo a dispetto delle sanzioni Onu che si son fatte via via più pesanti. «È chiaro che Kim Jong-un ne riconosce gli effetti negativi sull'economia», dice Fiori. «Forse anche per questo ha aperto a Moon: senza crescita viene meno alle promesse fatte al suo popolo». Ovvero il rispetto della linea byongjin: il perseguimento dello sviluppo dell’arsenale nucleare sì, ma contestualmente a quello economico. Così Kim tende la mano e punta i piedi. L'agenzia di stampa ufficiale Nkcna, da subito, ha messo i puntini sulle sottolineando che «gli esterni», ovvero gli Stati Uniti, devono tenersi fuori dalle «relazioni inter-coreane» perché la loro interferenza «rende le questioni ancora più complicate». Il presidente americano Donald Trump, che continua a chiedere che sia mantenuta «la pressione massima» sullo “Stato canaglia” e si augura che i colloqui tratteranno «esclusivamente della materia olimpica», per il momento è stato messo all'angolo.

LE MIRE DI PYONGYANG. In questo momento sia Seul sia Pechino sono più inclini ad assecondare Pyongyang che Washington. Il presidente sudcoreano spera che le Olimpiadi che ospiterà restituiranno ai Giochi l'originario valore di pace e che possano segnare l'inizio di una «nuova era nelle relazioni con il Nord». Ma, secondo la maggior parte degli analisti del suo Paese, farebbe essere meglio ad essere prudente. Duyeon Kim, ricercatore del think tank sudcoreano Korean Peninsula Future Forum, ha già messo in guardia il suo governo: «La Corea del Nord cerca sempre di approfondire la frattura tra Seul e Washington. È il suo modus operandi dalla fondazione». D'altronde Seul ha preparato il tavolo, ma le carte da giocare sono tutte in mano nordcoreana come sottolinea un editoriale del Chosun Ilbo, il più importante quotidiano del Paese e spesso espressione dei conservatori. «Tutto quello che vuole [Kim] è guadagnare tempo per completare lo sviluppo delle armi nucleari», si legge. «E per seminare dissenso tra gli alleati».

«Il dialogo è sempre una buona idea», ha commentato Robert Kelly, professore di Relazioni internazionali all'università sudcoreana di Pusan, «ma è un processo e non può costituire esso stesso un obiettivo». La sua analisi non si discosta molto da quella dei suoi connazionali, anzi. Il professore azzarda l'ipotesi che la Corea del Nord presenterà la sua partecipazione alle Olimpiadi come una concessione e che per questo vorrà essere ricompensata: «Sarà un'arma di ricatto». «Non mi mostrerò in ginocchio o concentrato solo sul dialogo», ha dichiarato il presidente Moon quasi in risposta allo scetticismo dei suoi concittadini. «Perseguirò la pace sulla base di una forte capacità della Difesa nazionale». Ed è questo il punto, per quanto il presidente sudcoreano possa sembrare una colomba, ormai è chiaro che le sue azioni dipendono dagli orientamenti Usa che sono appunto coloro che, con con oltre 28 mila soldati e l'impianto antimissilistico thaad sul territorio, garantiscono la forza militare di Seul.

TRE VIE D'USCITA. Un endorsement che non piace assolutamente a Pechino. Forse anche per questo, la lettura degli analisti cinesi è più possibilista. «Ora che l'arma nucleare è completa, bisogna concentrarsi sullo sviluppo economico», ha scritto il commentatore militare Song Xiaojun. «Per questo c'è bisogno di un ambiente pacificato. E l'amministrazione Moon è diversa da quella della Park che l'ha preceduto. Inoltre c'è un'opportunità capita giusto in tempo: le Olimpiadi invernali». Un'opportunità che, come chiosa Fiori, sarebbe bene cogliere: «Ci sono solo tre vie per uscire da questa situazione. Quella che preferisco è quella conciliatoria, ovvero cercare di far cambiare tono alla Corea del Nord attraverso alcune concessioni. L'altra è un conflitto che nessuno sa quanto potrebbe estendersi o quanto potrebbe durare. Infine si può continuare sulla strada delle ultime decadi, ovvero cercare di strangolare il Paese attraverso le sanzioni e intimorirlo attraverso le esercitazioni. Ma allora non aspettiamoci un cambiamento. La reazione nordcoreana sarà la stessa di oggi: il potenziamento del programma nucleare a qualunque costo».

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